Papa Francesco, semplicità e rigore

La teologa Stella Morra ci spiega quali saranno le basi del papato di Jorge Mario Bergoglio - tutto su Papa Francesco -

Papa Francesco saluta dopo la preghiera alla Basilica di Santa Maria Maggiore (Credits: ANSA/CIRO FUSCO)

Antonella Piperno

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"Una sintesi perfetta tra la finezza teologica gesuita e la semplicità francescana". Per la teologa Stella Morra, docente all’università Gregoriana, prolifica autrice di saggi (l’ultimo: «Parole intorno al pozzo, conversazioni sulla fede» San Paolo editrice) il discorso di Francesco, prima e dopo la benedizione è stato un capolavoro oratorio di osmosi: «Jorge Mario Bergoglio ha  voluto fondere la semplicità  e il rigore teologico. Con quei toni semplici che richiamavano a una fede quasi da bambini, un genere letterario immediato e caldo, accostati alla grande insistenza con cui ha ricordato di essere vescovo di Roma. Un vescovo di fronte al suo popolo, però".

E la prima volta in cui dottrina francescana e gesuita si intrecciano sul soglio di Pietro.

"E’ una novità assoluta su tutta la linea. La  prima volta di un papa sudamericano, la prima volta di un papa gesuita e la prima volta di un pontefice che sceglie di chiamarsi Francesco".

Si aspettava da Bergoglio questa scelta onomastica quasi rivoluzionaria?    

"La scelta del nome è una scelta programmatica, ed è perfettamente  in linea con  il profilo da vescovo di Bergoglio. Esprime attenzione alla questione dei poveri e a una ricerca di essenzialità evangelica che era presente in lui  anche prima che diventasse Papa. Il suo episcopato si era mosso verso una grande attenzione al mondo della povertà. Ricordiamoci che il primo papa sudamericano si muove con i mezzi pubblici e che quando venne ordinato cardinale e molti suoi compatrioti organizzarono una raccolta di fondi per andare a Roma a presenziare all’evento, lui impose loro di restare in Argentina e di distribuire i soldi ai poveri. E’ sempre stato sensibile alle questioni sociali. Ora però questa sensibilità viene offerta agli sguardi del mondo intero, anche attraverso la scelta del nome".

Il richiamo a San Francesco d’Assisi, appunto.

"Certo, riformatore e, oso un termine un po’ forte, restauratore della semplicità evangelica in un momento molto difficile della Chiesa. In questo aspetto Bergoglio raccoglie  l’eredità della rinuncia di Benedetto XVI che ha voluto affidare al suo successore un compito molto delicato: ridare freschezza evangelica e immediatezza di percezione al popolo".

Quali sono le affinità o i distinguo con la tradizione gesuita?

"Non ci sono grandi contrasti. La tradizione gesuita fa dell’austerità una delle sue caratteristiche fondamentali, si muove sempre sulla scia del rigore. E così ha sempre fatto Bergoglio, un vescovo austero: nel momento del grande crollo economico in Argentina era diventato un grande punto di riferimento. E’ stato molto stimato  per le sue scelte che non andavano soltanto nella direzione dell’aiuto ai poveri, ma hanno puntato soprattutto  a non rimandare l’’immagine di una  Chiesa ricca. In generale, e soprattutto durante la crisi economica".

Che Papa sarà Francesco?

"Finora abbiamno registrato la sua austerità francescan-gesuita da arcivescovo di Buenos Aires e la sua sintesi tra la filosofia dei due ordini nelle sue prime parole alla finestra di San Pietro: ha messo l’accento sul suo essere vescovo di Roma, ha insistito moltissimo sulla vicinanza tra  il vescovo e il suo popolo. Ci si  aspetta quindi un governo più collegiale nella Chiesa. Mi auguro uno sforzo di ritorno a una freschezza evangelica anche nella parte più istituzionale della Chiesa, uno sforzo nel mostrare quell’anima evangelica che nella Chiesa c’è, esiste, ma che oggi è un po’ oscurata".

Un compito difficile.

"La cultura gesuita di Bergoglio e la sua freschezza francescana mi fanno ben sperare".

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