Cronaca

Studente morto in gita, continua il folle tiro al bersaglio sui compagni

Rintracciato l'autore del messaggio: non ha visto nulla, ha scritto per sentito dire. Ma le voci e le illazioni non si fermano

Domenico Maurantonio

Domenico Maurantonio il giovane liceale padovano precipitato da un hotel, a Milano, durante un soggiorno in città organizzato dalla scuola in occasione dell'Expo, Milano 10 maggio 2015 – Credits: Facebook

Nell’inchiesta sulla morte di Domenico Maurantonio, il diciannovenne padovano in gita con la scuola a Milano caduto dal quinto piano dell’albergo Da Vinci di via Senigallia a Bruzzano, c'è un elemento nuovo degno considerazione e approfondimento, e c’è poi il solito susseguirsi di spifferi e illazioni che non hanno alcuna valenza investigativa se non quella di alimentare il codardo gioco al massacro contro i compagni di scuola della vittima.

 

Partiamo dai fatti. La trasmissione televisiva Chi l’ha visto? andata in onda ieri sera ha mostrato un messaggio di WhatsApp inviato il 12 maggio da un anonimo testimone che scriveva di essere stato presente la notte in cui il ragazzo è morto, e di aver visto questo: “L’altra sera dei ragazzi di una scuola di Padova sono venuti da noi in hotel...di notte si sono ubriacati da fare schifo e hanno deciso di fare degli scherzoni sui corridoi dell’hotel... il migliore di questi scherzi è stato defecare per il corridoio del 5 piano...non contento, uno di questi per fare il figo decide di mettersi sul cornicione per farla dalla finestra...quindi si fa tenere per le braccia dagli amici e ad un certo punto vola giù. Morto. Gli amici non hanno detto nulla a nessuno e sono tornati in stanza...il corpo è stato trovato il mattino dopo...”

Per essere chiari. La trasmissione di Rai 3 ha fatto il suo mestiere: questo messaggio è una notizia e le notizie vanno date. Punto. Cerchiamo però, a bocce ferme, di capire come nasce il messaggio, da dove arriva, per assegnargli il peso che merita. Il testo è stato scritto circa 24 ore dopo la morte di Domenico, chi lo ha ricevuto ha fatto una schermata e l’ha pubblicato su Facebook. A quel punto ha iniziato a girare di gruppo in gruppo nell’universo dei social senza che di fatto se ne conoscesse l’autore. Si intuiva soltanto che fosse un frequentatore dell’albergo, probabile un dipendente. La polizia di Milano lo ha intercettato subito e ci ha lavorato per giorni fino a risalire a chi aveva scritto il messaggio. L’uomo ha detto di non aver visto nulla in maniera diretta, quello che riportava era qualcosa che aveva sentito nei corridoi dell’albergo, ma non ricordava da chi e non era neppure in grado di riferire se qualcuno avesse assistito alla caduta del ragazzo.

In buona sostanza, almeno per il momento e fino a prova contraria, siamo di fronte alla classica voce dal sen fuggita. Circostanza che ci dovrebbe far riflettere sugli effetti che produce lo sporco gioco del tiro al bersaglio, la mancanza di rigore professionale e rispetto verso ragazzi che, fino a quando qualcuno non porterà prove concrete invece di chiacchiere, rimangono dei poveri ragazzi scioccati dalla morte di un compagno.

Ma tutto questo noi lo dimentichiamo, mentre, ben mimetizzati tra la folla, tiriamo la pietra e nascondiamo la mano. Così il fatto che accanto al corpo senza vita di Domenico siano state trovate le sue mutande e i pantaloncini, diventa una conferma dell’ipotesi sostenuta fin dall’inizio dalla stampa, ovvero la goliardata finita in tragedia.

Una stupidaggine grande quanto l’albergo ai piedi del quale ha perso la vita il ragazzo. Le mutande accanto al cadavere, da un punto di vista investigativo, sono un elemento assolutamente neutro. Può dire tutto come può dire nulla. Da solo non piega l’indagine né da una parte né dall’altra. Domenico può aver tenuto le mutande e i pantaloncini in mano mentre cadeva, oppure qualcuno può averli lanciati dopo che lui è caduto. Tutto è possibile, ma va dimostrato, non buttato lì a casaccio per avvalorare una tesi. Questo non è serio.

Come non è serio metterla in questo modo: siccome non sono ancora noti i risultati delle analisi tossicologiche, allora non si può escludere che qualcuno abbia somministrato del lassativo di nascosto al ragazzo. Dovrebbe funzionare esattamente nel modo opposto, in un paese che una volta l’anno si lava la bocca con quattro frasi vuote per ricordare l’anniversario della morte di Enzo Tortora, vittima di giustizia sommaria, per poi tornare a vomitare sui principi base di un garantismo responsabile.

Poi ci sono le fesserie vere e proprie, come quella delle prime crepe e contraddizioni tra le versioni dei compagni della vittima, che sarebbero emerse dopo i primi interrogatori. Questa notizia è falsa, inventata di sana pianta. Come non è vero che gli inquirenti continuano a pensare che al momento della caduta di Domenico dei compagni di classe abbiano assistito per poi tornare a dormire nelle loro camere come se nulla fosse. Ad oggi non c’è un elemento che supporti questa tesi che finisce per avvolgere un gruppo di bravi ragazzi dentro una nuvola di omertà e cinismo in maniera assolutamente gratuita e ingiustificata.

È vero invece che per gli uomini della Squadra Mobile di Milano guidati da Alessandro Giuliano è diventato una sorta di punto d’onore quello di verificare ogni dettaglio, perfino i pettegolezzi. Perché un aspetto rimane oscuro, ovvero cosa è successo a Domenico Maurantonio, perché è caduto, perché è morto. Ma per arrivare alla verità si dovrebbe partire da una posizione neutra e intellettualmente onesta, non viziata da pregiudizi e luoghi comuni su un gruppo di ragazzi che, fino a prova contraria, vanno protetti, non criminalizzati.

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