Cronaca

Strage di Erba: la storia dell'inchiesta su Rosa e Olindo

Dalla strage dell'11 dicembre 2006 con 4 morti alla battaglia processuale contro i due presunti responsabili

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Giorgio Sturlese Tosi

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Torna in aula la strage di Erba. Per un vizio di forma la Corte di Cassazione, accogliendo la richiesta dei difensori di Rosa Bazzi e Olindo Romano, ha rimandato alla Corte di Appello di Como il compito di fissare un’udienza per decidere se ammettere nuovi accertamenti, in contraddittorio tra le parti di accusa e difesa, su alcuni profili biologici mai analizzati e repertati nell’appartamento di via Diaz, a Erba, in cui l’11 dicembre del 2006
morirono Raffaella Castagna, il figlio Youssef, la mamma Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini mentre il marito di quest’ultima, Mario Frigerio, rimase gravemente ferito. Ma, nuovi accertamenti a parte, la vicenda giudiziaria, nonostante le sentenze all’ergastolo, è destinata a riaprirsi: “"Al di là dei reperti – ha affermato il legale di Rosa e Olindo, l’avvocato Fabio Schembri a margine della decisione della Suprema corte - noi comunque presenteremo una richiesta di revisione del processo”.

La sera dell’11 dicembre 2006 i vigili del fuoco intervengono per spegnere il fuoco in un appartamento di via Diaz, a Erba. Domato l’incendio, entrano nella casa e trovano quattro cadaveri e un ferito grave. Sono Raffaella Castagna, 30 anni; suo figlio Youssef Marzouk, 2 anni e tre mesi; la madre Paola Galli, 57 anni; la vicina di casa Valeria Cherubini, 55 anni. Il sopravvissuto si chiama Mario Frigerio, ha 65 anni ed è il marito della Cherubini. L’assassino lo ha sgozzato ma non poteva sapere che il signor Frigerio ha una malformazione congenita: la carotide non viene recisa e lui si salva. Quando sarà in grado di parlare - con un sibilo pieno di rabbia, fatica e amarezza - sarà l’unico testimone oculare di quel che è accaduto quella sera. Azouz Marzouk, 26 anni, marito di Raffaella, diventa il sospettato principale anche per i precedenti penali per droga. Ma Azouz, si cpre presto, è in Tunisia.

La svolta arriva meno di un mese dopo. L’8 gennaio 2007 Rosa Bazzi e Olindo Romano, che vivono nella stessa corte della strage, vengono fermati e portati in carcere. Le liti condominiali che la coppia aveva con le vittime della strage erano note e a giorni sarebbero culminate in un’aula di tribunale. I due coniugi sostengono di avere un alibi: quella sera erano a cena in un fast food di Como. Agli inquirenti esibiscono lo scontrino che lo dimostra. Ma c’è uno scarto di due ore, compatibile con gli omicidi. Tra gli indizi contro di loro, in fase di indagine, l’accensione della lavatrice dopo l’incendio, alcune tracce sospette sui loro indumenti e una macchiolina di sangue maschile sul tappetino della loro auto che le analisi dimostreranno appartenere a Mario Frigerio.

Due giorni dopo il fermo, il 10 gennaio 2007, sia Rosa Bazzi che Olindo Romano, pur con differenti versioni, confessano i delitti. Poi ritratteranno dicendo di essersi inventati tutto, ma restano in carcere.

Un anno dopo, il 29 gennaio 2008 inizia il processo. La procura ritiene che la coppia abbia agito intorno alle 19. Armati di coltello e spranga, entrano nell’appartamento di Raffaella Castagna, la prima ad essere colpita. Poi si rivolgono alla madre, Paolo, e infine al piccolo Youssef, ucciso nel suo lettino. Quindi danno fuoco all’appartamento per cancellare le tracce. Un grido attirano i vicini: Valeria Cherubini e il marito Mario Frigerio scendono a vedere e si imbattono negli assassini. Rosa uccide la donna, Olindo accoltella alla gola l’uomo. Che dopo una lunga convalescenza riconosce in Olindo il suo aggressore.

La sentenza arriva il 26 novembre 2008. Ergastolo per entrambi. Confermato in appello e in Cassazione.

Rosa e Olindo, dalle carceri di Opera e Bollate, continuano a dichiararsi innocenti. Da anni gli avvocati difensori della coppia si battono per ribaltare le sentenze, adducendo imprecisioni, incongruenze, lacune e omissioni investigative. In particolare puntando sulla assenza di tracce degli assassini sul luogo del delitto (l’appartamento era stato letteralmente allagato dai vigili del fuoco impegnati a spegnere l’incendio e la scena del crimine era stata compromessa dall’ingresso dei soccorritori) e sulla ritardata testimonianza di Mario Frigerio che, sul letto dell’ospedale e incalzato da un investigatore, aveva più volte affermato che non era stato assalito da Olindo. Lo stesso Frigerio, deceduto nel 2014, al processo, aveva poi più volte affermato di essere certo di riconoscere Olindo Romano nell’assassino.

La decisione della Cassazione potrebbe ora portare alla riapertura del caso.

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