Cronaca

La storia di violenza "per consumismo"

Due adolescenti, per giorni, hanno estorto centinaia di euro a uno studente per fare shopping. Abbiamo cercato di dare un perché al gesto

Nadia Francalacci

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“Avevamo solo il bisogno di soddisfare il desiderio di consumismo”. Così due adolescenti dopo aver derubato un giovane studente hanno cominciato a chiedergli soldi per restituirgli portafogli e cellulare, minacciandolo, nel caso in cui si fosse rivolto ai carabinieri, di denunciarlo per una violenza sessuale. Che ovviamente non c'era mai stata.

Per giorni le due sedicenni, una italiana e l'altra albanese, hanno preso di mira uno studente italiano di 24 anni, colpevole di averle conosciute in un pub lo scorso marzo e di essersi appartato con entrambe.

Le ragazze, arrestate dai carabinieri di Poggibonsi, in provincia di Siena, non avevano particolari problemi economici ma hanno giustificato il loro “gioco” come il bisogno di "soddisfare il desiderio di consumismo".

Dopo una prima richiesta di soldi, lo studente ha fatto recapitare il denaro alle due, che però gli hanno restituito solo il portafogli. Pochi giorni dopo, gli hanno chiesto ancora soldi in cambio della restituzione del cellulare. Quando il giovane ha preso tempo, le due gli hanno detto di non andare dai carabinieri altrimenti lo avrebbero denunciato per violenza sessuale.

La sera del loro incontro, infatti, i tre si erano appartati in macchina ed essendo le ragazze minorenni lo studente temeva di aver commesso un reato. Quando le estorsioni sono continuate, il giovane ha trovato alla fine il coraggio di denunciarle. Così, alla nuova consegna di denaro, i militari le hanno arrestate.

È a quel punto che una delle due ha iniziato a piangere, dicendo di essere stata violentata dal giovane. "La farsa - spiegano i militari - è durata giusto il tempo di caricarle su delle auto civetta e condurle in caserma".

Silvio Ciappi, psicologo e criminologo, come è possibile che una ragazza possa inventare di essere stata violentata per comprarsi un paio di scarpe?
È l'estremizzazione di quella che Pierpaolo Pasolini chiamava la società dei consumi. Consumo ergo sum e per consumare ho bisogno di soldi, qui e ora. E' un qualcosa che potremmo chiamare come identificazione dell'esistenza ovverosia la sua riduzione a soddisfacimento immediato. Questi ragazzi vivono nell'era dell'immagine e del tutto e subito, dove si annulla l'idea di attesa, e quindi di desiderio. Viviamo nell’epoca delle passioni tristi, della tristezza e del disagio per un mondo incomprensibile, il cui senso ci è lontano, in una giungla dove per poter sopravvivere non occorre prendersi cura di se stessi, non pensare al futuro, ma sopravvivere. Ecco che allora si mettono in atto assurdità.

Le famiglie possono non accorgersi del tenore di vita cambiato delle figlie?
È difficile perché le famiglie sono spesso di corsa e perché spesso i genitori vivono nell'annullamento del desiderio, proprio come i figli.

Dietro ad atti di questo genere ci sono carenze affettive da parte dei genitori?
Non credo. C'è solo un grande vuoto. Certo la famiglia può e deve fare molto ma l'idea di affetto che spesso si ha è quella compensata con piccole gratificazioni: la settimana bianca, il regalo, l'iPhone e il tablet. Si regalano merci. Manca una educazione emotiva. Ecco allora dove siamo immersi. Ecco la nostra normalità ‘patogena’. Diviene allora importante confrontarci con i nostri modelli sociali, con i gruppi sociali ai quali apparteniamo. E il gruppo cui appartengono la maggior parte delle giovani generazioni è costituito dalla comunità virtuale televisiva, che impone linguaggi, modelli, abitudini.

E la scuola in tutto questo?
Spesso si va a scuola per avere un buon voto, perché il ‘papi’ mi manda in vacanza, perché è meglio che lavorare, perché non c’è lavoro. Sarebbe importante che la scuola smettesse di rincorrere il nozionismo e affrontasse gli aspetti essenziali del vivere. Nel sottofondo psicologico di gesti come questi a cui ci riferiamo c'è un cinismo di fondo, lo sgretolamento di una idea di socialità condivisa, l'annullamento dell'altro, come persona uguale a me, ora ridotto a mero bersaglio delle mie aspirazioni.

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