Cronaca

Storia di Dounia: da velata a velina?

Tra lavoro, scorta armata e amiche, una giornata con la giovane marocchina aggredita per le sue posizioni sull'assassinio di Hina

Dounia Ettaib

Lucia Scajola

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"Sto cercando di riprendere la mia vita normale" dice un po' con l'aria della ragazza fragile e stanca, un po' con quella della neodiva, mentre di prima mattina beve il suo tè nel bar per i dipendenti della Provincia di Milano. "Vorrei ricominciare con la palestra e con i miei impegni quotidiani, anche se cerco di strapazzare loro il meno possibile".

Lei è Dounia Ettaib, la ventottenne marocchina di cittadinanza italiana aggredita il 29 giugno, in viale Jenner, per essersi pronunciata pubblicamente contro gli assassini di Hina, la giovane pachistana uccisa perché voleva vivere all'occidentale.

Loro, i suoi "boys", come li chiama lei, sono i due poliziotti che la scortano dal giorno dell'aggressione. Da quella sera, da quando due maghrebini la assalirono all'uscita dell'ufficio e la strattonarono urlandole "Perché difendi Hina? Perché è una puttana come te", molte cose per questa donna, volto da bambina e temperamento deciso, sono cambiate.

In 48 ore, oltre a uno shock, ha avuto la cittadinanza italiana che aspettava da anni, il nuovo lavoro ("Sempre come precaria") nella sede della Provincia in viale Piceno, una certa notorietà e la protezione di due agenti che la accompagnano ovunque ("Come farò ad andare dall'estetista?" si domanda con imbarazzo) a bordo di una macchina di stato. "Un'Alfa Romeo 156 non blindata" specifica.

"Devo tutto a Daniela Santanché: mi ha aiutato concretamente e psicologicamente. Sapere che in questa battaglia per i diritti delle donne musulmane c'è anche lei non ci fa sentire sole" confida senza retorica.

Se solo suo padre non avesse messo "quel paio di corna" a sua madre, e sua madre non avesse deciso, prima e sola nella famiglia, di piantarlo e scappare con lei in Italia, oggi forse si sarebbe realizzato il suo sogno e avrebbe aperto una galleria d'arte a Casablanca. Ma il destino può giocare brutti scherzi e Dounia ha capito fin da bambina che spesso bisogna tirare fuori le unghie: "Io i problemi li risolvo, facendo anche un casino pazzesco quando serve" racconta senza mai alzare la voce.

Intanto la minuta donna dagli occhi vispi diventata personaggio ha appena ottenuto da Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, la promessa dell'apertura entro fine anno di una casa d'ascolto per donne arabe come quella che esiste a Roma. Vicepresidente nazionale e presidente lombarda dell'Acmid (associazione delle donne marocchine in Italia), sposata da cinque anni con un italiano di cui non ama parlare e madre di un bimbo di 4 anni, Dounia Ettaib ha le idee chiare su come dovrebbe vivere una donna musulmana: "Libera, non schiava degli uomini, né della religione. Se vive in Italia deve essere tutelata dal diritto di questo paese". Quanto al velo: "Non lo indossava nemmeno mia nonna. Stringe e io soffro di claustrofobia. In Marocco non lo mette quasi nessuna e sono islamiche anche loro".

Laureata in psicologia in Italia, lavora da pochi giorni presso il dipartimento delle politiche sociali della Provincia di Milano, dove è già una specie di star. In portineria gli uscieri la conoscono, sebbene sia appena arrivata; le colleghe del piano la apprezzano.

Durante l'incontro con Panorama giunge la notizia che dopo il Comune di Milano anche il Canton Ticino le darà un riconoscimento: la giuria internazionale del premio Donna dell'anno ha scelto lei per il suo impegno nella promozione e nella salvaguardia dei diritti umani. In ufficio si scatena il caos: "Non è che ti serve una portaborse?" domanda una delle colleghe. E un'altra: "Ci sono anche io, Dounia, ci porti a lavorare con te?".

Lei si schermisce fino a quando riceve una telefonata da Anselma Dell'Olio: "Tieniti forte, cara" dice emozionata all'amica giornalista "ti devo dare questa notizia: mi assegneranno il premio Donna dell'anno 2007. Ma dovrebbero candidare te, non me" conclude.

Subito dopo arriva la chiamata di un amico con cui discute a proposito delle ultime dichiarazioni di un imam. Il cellulare squilla ancora: è Daniela Santanché. Le chiede di anticipare il loro appuntamento settimanale.

Agenda in mano, Dounia corregge diligentemente il programma della giornata. Deve essere precisa: i suoi impegni iniziano a essere troppi. Tra i più importanti, nelle prossime settimane, una tavola rotonda con Magdi Allam, editorialista del Corriere della sera, al Meeting di Comunione e liberazione il 19 agosto; un dibattito a Cortina Incontra il 26; il Memorial Oriana Fallaci il 15 settembre a Firenze. Poi viaggi in Messico, Dubai e Marocco.

Controllato l'orologio, avvisa i suoi angeli custodi che l'onorevole l'aspetta per le 18. Poi passa all'organizzazione della serata. Opta per una pizza con le amiche a Milano e inizia a interpellarle: "Dunque" dice a chi sta dall'altra parte del filo "siamo io, i miei due boys, poi le ragazze dell'ufficio... dai, fa' il possibile, saremo un bel gruppo".

Subito dopo, un po' imbarazzata, si sente in dovere di giustificarsi: "La sera sto fuori il meno possibile, non voglio che i ragazzi facciano tardi per colpa mia. Ma se esco, visto che ci sono anche loro, tanto vale includerli". E scherza: "E' paradossale, io, donna musulmana che lotta contro la poligamia, frequento abitualmente quattro uomini, loro due, mio marito e mio figlio Davide".

La giornata lavorativa volge al termine: la attendono Santanché e cena con le amiche. Prima di uscire è d'obbligo la tappa alla toilette per il restyling. Esce come una diva: occhialoni neri, labbra lucide di gloss, capelli ora sciolti lungo le spalle.

Uno davanti, l'altro dietro, i suoi "boys" la proteggono, mentre lei, con passo deciso suoi tacchetti, va a timbrare il cartellino.

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Santanché: "Coraggiosa e bella, che male c'è?

Non c'è il rischio di fare di Dounia un personaggio mediatico, vicino allo stereotipo della velina?
Dounia è l'esatto contrario della velina. E' una donna preparata che si espone per le altre donne. Ci mette la sua faccia, il suo cervello e la sua voce. Se poi è anche graziosa, meglio, ma lo era anche prima.

Il ministro Giuliano Amato ha detto che "da noi la donna o è pin-up o non è" e che "gli usi dell'Islam sul vestiario hanno anche un risvolto positivo di tutela della dignità e del rispetto femminile".
Amato con le sue battute ci fa solo retrocedere di decenni nella battaglia per le libertà delle donne musulmane. Così facendo le consegna nelle mani dei fondamentalisti. Ma il ruolo della donna è in discussione anche nel mondo occidentale. Perlomeno da noi non viene ammazzata per come si veste o per chi decide di sposare. L'Occidente non sarà il Bengodi, ma loro sono nel Medioevo.

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