Stato-mafia: l'appunto della Dia che imbarazza la procura

Processo Mori: una nota, redatta il 10 agosto 1993 che parlava di “trattativa”, era già in possesso della Procura di Palermo dal 1° settembre: perché è stata tenuta nascosta fino a oggi? 

Le "verità" di Ciancimino jr - Le foto dal processo Mori

– Credits: Il generale Mori (ANSA)

Anna Germoni

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La nota della direzione investigativa antimafia, redatta il 10 agosto del 1993 che parlava di “trattativa” e avvertiva di non cedere al 41 bis era già in possesso della Procura di Palermo dal 1° settembre dello stesso anno, con tanto di numero di protollo e di annotazioni a mano.

Questa notizia clamorosa emerge durante le conclusioni del processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano, nel 1995, per cui è prevista la sentenza il 17 luglio prossimo.  Quel rapporto di 24 pagine siglato dalla Dia, dove si ipotizza di trattativa, di cedimento dello Stato e di centri di  potere, diventa influente per la procura di Palermo, per sostenere il «pactum sceleris»  tra uomini delle istituzioni e boss. L’«appunto De Gennaro», ribattezzato così e redatto il 10 agosto  ’93,  veniva inviato al ministero dell’Interno, e dal Viminale vieniva a sua volta trasmesso anche al presidente della Commissione antimafia, Luciano Violante, su sua richiesta, il 14 settembre ’93.

Di fatto quell’elaborato, analizza le dinamiche terroristiche dell’Italia insanguinata durante le stragi, come ha dichiarato varie volte il prefetto De Gennaro, all’epoca direttore della Dia, ascoltato tempo fa, in udienza preliminare dal giudice Morosini, nel processo Stato-mafia, come parte offesa per le calunnie aggravate del figlio di don Vito nei suoi confronti. Il prefetto, aveva chiarito in quella sede che «sebbene quel documento abbia richiamato tanta attenzione» doveva essere «contestualizzato» e che «non era un’ipotesi investigativa» ma «una chiave di lettura».

Del resto, le stesse parole le aveva dette il 15 settembre 1993 di fronte alla commissione stragi, basta leggere l’audizione per rendersi conto della giusta valenza e dimensione di tale rapporto. Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, sulla scia dell’emotività creata dai media su quell’appunto, aveva detto: «Dagli scritti di organismi dello Stato si evince che già dal 11 Agosto del 1993 in questo Paese era possibile capire lo spirito della campagna stragista da poco esplosa in Italia. Seguendo le indicazioni sia pure di anonimi, ma ritenuti importanti da organi di polizia, e trasmessi agli organi competenti,  si poteva evitare a tutti noi ulteriori sofferenze sul piano della giustizia che non abbiamo ancora avuto». E ancora, «crediamo alla luce di quanto continua ad emergere da dentro i faldoni archiviati, che l’intenzione di nascondere la verità sulle stragi del 1993 sia stata in questo Paese a livello politico, lo scopo primario dal 1998  ad oggi».

Ma al processo Mori emerge un tassello importante: quell’appunto così influente e determinante per la procura di Palermo ai fini dell’impianto accusatorio della trattativa, era in possesso della stessa procura già dal 1° settembre 1993. Lo si evince dalla “notifica” di trasmissione della lettera del dottor Pappalardo, della Dia. E’ un dato inequivocabile, la Procura sapeva ed era in possesso dell’«appunto De Gennaro». Il pm Di Matteo, pochi giorni fa, durante la requisitoria, in cui ha chiesto nove anni di condanna per Mori, ha affermato che la storia dei rapporti tra lo Stato e la mafia, a ridosso degli anni Ottanta e Novanta è stata costellata da «inaccettabili omissioni». Infine, riferendosi all’ufficiale dell’Arma, ha sostenuto che vi era una «strategia della confusione», finalizzata a «intorbidire le acque e allontanare dalla magistratura la verità». Il legale di Mori e Obinu, durante l’arringa chiedendo l’assoluzione per i militari, «perché il fatto non sussiste», ha citato una frase di Voltaire, «al vivo dobbiamo rispetto, al morto dobbiamo solo la verità». Ecco.  Come è possibile che al Palazzo di giustizia palermitano alcuno abbia mai chiesto spiegazioni a chi ha redatto tale appunto Dia? Perché quella nota, che la procura ne era a conoscenza dal 1° settembre ‘93, si è “rispolverata” solo ora?  La logica, antitesi della «confusione», della farraginosità e di «suggestioni», impone analiticamente che: o quella nota sia stata sottovalutata durante gli anni delle bombe fino ai giorni nostri con corresponsabilità evidenti anche da parte della magistratura palermitana, o è sopravvalutata ora. Delle due, l’una. 

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