Stalking: sanzioni per il pm che non interviene

La Cassazione conferma la punizione decisa dal Csm nei confronti di un magistrato che non si era attivato contro un molestatore violento. La donna era morta

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Maurizio Tortorella

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Quante volte abbiamo letto che lo stalking e le violenze ripetute sulle donne, per essere efficacemente combattute, avrebbero bisogno di maggior sensibilità da parte delle forze dell’ordine e della magistratura? Ebbene, la Cassazione finalmente ha messo un punto fermo e ha confermato le sanzioni che il Consiglio superiore della magistratura aveva deciso contro un magistrato, un sostituto procuratore, che aveva subìto la perdita di due mesi di anzianità, per non essersi adeguatamente attivato contro un caso di violenza ripetuta su una donna, conclusasi purtroppo con la sua uccisione.

Certo, la punizione decisa dal Csm era stata ben poca cosa, anche e soprattutto visto il risultato dell’acclarata “scarsa diligenza” da parte del pubblico ministero. Ma è nota la scarsa severità del Consiglio nei confronti dei comportamenti (a volte anche gravi) dei magistrati.

In particolare, il Csm aveva stabilito di sanzionare il pm sostenendo che questi non aveva informato il suo procuratore aggiunto e il collega cui era stato assegnato il fascicolo al fine di sollecitare l'applicazione di una misura cautelare più grave, e questo malgrado nella procura fosse presente un pool creato proprio per contrastare le violenze in famiglia.

Il caso


Con la sentenza n. 20335, le cui motivazioni sono state appena depositate, la suprema corte ha confermato che il magistrato, malgrado i numerosi episodi di aggressione, non aveva sollecitato l'adozione della misura cautelare del carcere al posto degli arresti domiciliari ai quali era stato sottoposto l'aggressore. L’omicida, secondo la ricostruzione della sentenza, si era reso responsabile di ben tre successive aggressioni in quattro mesi. La vittima, malgrado le denunce, non era stata ascoltata e il pm si era limitato ad avvisare l'indagato della chiusura delle indagini preliminari nei suoi confronti, “persistendo in un atteggiamento trascurato e rinunciatario, e omettendo anche in questo caso di adottare qualunque iniziativa".

Anche ammesso che non spettasse al sostituto procuratore sanzionato la decisione di disporre misure cautelari, il Csm aveva stabilito che il pm avrebbe comunque dovuto e potuto sollecitarne l'adozione: questo anche vista la gravità del caso, caratterizzato da un pericolo crescente (ed evidente) per l'incolumità della povera vittima.
Il sostituto procuratore, in base a quanto adesso conferma la Cassazione, ha effettivamente recato alla donna un danno ingiusto perché "l’ha lasciata alla mercé del convivente e del suo pervicace comportamento lesivo".

Il risarcimento

Il magistrato, insomma, ha effettivamente violato il suo “dovere di diligenza”: al magistrato, infatti, non spetta "una burocratica osservanza di regole formali" ma è tenuto ad attivarsi al fine di tutelare, al di là di queste, i valori tutelati dall'ordinamento.
Quindi, nei confronti del pm, si apre adesso anche la possibilità, fin qui più che rara, di un procedimento di risarcimento in base alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati.

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