Sismi: rischiano ancora un processo Nicolò Pollari e Pio Pompa

Un anno fa erano stati prosciolti per il caso degli archivi di via Nazionale. Ma la procura di Perugia ha presentato ricorso in Cassazione

Nicolò Pollari in una immagine del 27 settembre 2006.ANSA

Enzo Beretta

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Potrebbe riaprirsi la vicenda dell’ufficio del Sismi in via Nazionale a Roma dov’erano conservati molti documenti e, nello stesso tempo, quella riguardante Renato Farina, il giornalista a libro paga del Sismi radiato e reintegrato dall’Ordine. Nell’inchiesta della procura di Perugia erano coinvolti anche l’allora direttore del segreto militare, Nicolò Pollari, e l’allora funzionario dell’intelligence Pio Pompa, che nel febbraio 2013 erano stati prosciolti dal gup perugino dalle accuse di peculato e violazione di corrispondenza.

Ora la procura umbra ha presentato un ricorso in Cassazione, la cui sesta sezione ha fissato l’udienza per il 13 novembre, in base a quella consulenza vietata di Farina e chiedendo di processare Pollari e Pompa per essersi "appropriati e aver fatto uso di somme, risorse umane e materiali del Servizio utilizzati per scopi palesemente diversi da quelli istituzionali".

Sarà la Suprema Corte a stabilire se gli atti torneranno o meno sulla scrivania del giudice per l’udienza preliminare. "Attraverso Farina gli imputati cercavano informazioni sulle indagini in corso a Milano relative al sequestro dell’imam egiziano Abu Omar" scrive il pm Massimo Casucci. "Il giornalista predisponeva e consegnava a Pompa un dettagliato appunto sul contenuto di un incontro appositamente ottenuto" coi pm Spataro e Pomarici, ottenendo un "corrispettivo di almeno 30mila euro".

Agli imputati viene contestata pure l’aggravante di "aver agito per commettere o far commettere a terzi diffamazioni, calunnie e abusi d’ufficio in danno di soggetti ritenuti di parte politica avversa". Nel caso di Renato Farina, nome in codice Betulla, "l’importo oggetto di peculato è stato accertato prima dell’apposizione del segreto di Stato, sulla base dei documenti sequestrati nell’ufficio del Sismi di via Nazionale e dalle dichiarazioni rese in sede di testimonianza" dall’ex vicedirettore di Libero.

Il gup Carla Giangamboni afferma che le uniche spese quantificate nei capi d’imputazione sono quelle "corrisposte a Farina". Ed è proprio questa la parte di sentenza di "non luogo a procedere" su cui la procura non intende mollare la presa. Il pubblico ministero di Perugia è convinto che elementi per portare Pollari e Pompa a giudizio ce ne siano. "Ponderosi elementi circa l’attività di dossieraggio illegale e la loro riconducibilità a Pompa, prima consulente e poi dipendente del Sismi".

L’"attività deviata" era "ordinata o comunque avallata dal direttore del Servizio con cui Pompa aveva un rapporto continuativo di frequentazione". Pollari era pur sempre "il vertice cui doveva riferire". In più "l’avvenuta trasmissione allo stesso Pollari di note ed appunti risulta da molteplici documenti". "Tra l’altro il direttore del Servizio era direttamente interessato alle informazioni riservate da acquisirsi a cura di Farina presso la procura di Milano in quanto coinvolto nell’indagine" sul rapimento avvenuto il 17 febbraio di undici anni fa in via Guerzoni ad opera della Cia con la collaborazione di agenti del Sismi. A pagina 10 del ricorso c’è la trascrizione integrale del comunicato letto al Tg5 da Pollari nell’edizione serale del 4 luglio 2007: "Mai, dico mai, il Sismi da me diretto ha svolto attività non consentite, tantomeno nei confronti di politici, magistrati o giornalisti. I file rinvenuti in via Nazionale nei computer del dottor Pompa - che aveva funzioni di analista di fonti aperte e analista internet - recano documentazione di sua personale riferibilità. Mai, dico mai, tali atti e documenti sono stati trasmessi al Servizio o sono stati utilizzati in alcun modo dal Sismi".

Il pm rileva che "tuttavia Pollari risulta destinatario delle note di Pompa". Per concludere: "L’opposizione del segreto di Stato da parte degli imputati, pur legittimamente confermato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, come statuito dalla Corte Costituzionale, costituisce un mero escamotage difensivo in quanto attinente a profili assolutamente irrilevanti al fine della prova della condotta di peculato riferita ai compensi illecitamente erogati al giornalista Renato Farina".

L’unico finora ad aver patteggiato la sua condanna: sei mesi di reclusione, convertiti in una pena pecuniaria. E intanto è stato riammesso dall’Ordine dei giornalisti. Gli ex 007 rischiano il processo per le stesse ragioni che avevano portato alla sua sospensione.

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