Cronaca

Sicilia: storia e cronaca dell'abusivismo edilizio

Oltre 700 mila richieste di condono, più di 10 mila quelle ferme dal 1985. La demolizione rimane ancora un tabù

abusivismo

Carmelo Caruso

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da Palermo - Prima di punire gli abusi edilizi bisogna accerchiare gli uffici urbanistici. Prima ancora di spedire la ruspa risanatrice e ripristinare la legalità casa per casa, litorale per litorale, in Sicilia è necessario inseguire e multare gli ingeneri municipali che non verificano e non decidono.

Riposti negli archivi e protetti dagli armadiacci, dormono, infatti, in questa sciagurata zona rossa, quasi un milione di richieste di condono edilizio (770 mila) di cui 28.043 inevase dal 1985, 12.627 stagionate dal 1994 e 13.121 dal non meno lontano 2003.

Servendosi del tempo guasto della burocrazia, i furfanti della casa illegale confidano nella lentezza dei tecnici comunali che non esaminano e nella tenerezza dei governi che condonano.

È accaduto per ben tre volte e con tre leggi, 47/1985, 724/94, 326/2003, che hanno allargato i termini della sanatoria edilizia e promesso la salvezza. «E dato che qui è tutto speciale, la politica regionale ha fatto di più. Ha promesso il perdono epocale, la legge incostituzionale per eccellenza. Parlo della promessa di condono per tutti gli edifici costruiti a meno di 150 metri dal mare previsto in un emendamento depositato in Regione da un consigliere. Naturalmente è una legge irrealizzabile, ma i deputati regionali la sventolano per illudere e raccogliere consenso malato» racconta Giorgio Zanna, presidente di Legambiente Sicilia, che non è un fanatico dell’ambientalismo e neppure un antipolitico infuriato.

In Sicilia ha ripreso a fare notizia la demolizione. A Licata, da alcune settimane, la Sicilia è tornata a essere stato di diritto e non giungla senza norme. Eseguendo le sentenze della procura di Agrigento che disponevano la distruzione di 10 edifici abusivi costruiti nel 1985, il sindaco, Angelo Cambiano, ha rispettato i suoi poteri e i suoi doveri. Dopo pochi giorni, Cambiano ha subìto un attentato. Degli incappucciati hanno incendiato la casa di campagna del padre.

Eroe? «Ci sono delle sentenze passate in giudicato che devono essere eseguite se non si vuole incorrere in altri reati come l’abuso d’ufficio. Qualsiasi sindaco non può sottrarsi» spiega Ignazio Fonzo, un tenace magistrato di una procura, Agrigento, tra le più sensibili e angosciate dal fenomeno dell’abusivismo. In questa provincia è storia sia l’abusivismo quanto l’eversione di alcuni abitanti di Agrigento, Palma di Montechiaro, Licata, Favara, lazzari in cammino, canaglie antistato in difesa del terrazzo illecito.

Non c’è abusivo di questi territori che non sia servito di qualsiasi espediente fornito dalla giurisprudenza per ritardare il giudizio, allontanare i denti dell’escavatrice. Il ribaldo del pilastro irregolare si è dunque riparato con le garanzie previste dal codice civile e penale. «È vero che gli uffici tecnici siano lenti, che non esaminano a sufficienza anche per la mole di pratiche. Ma l’abusivo è più protetto di un rifugiato politico. Nel civile servono quasi dieci anni prima di una sentenza di demolizione tra primo grado, ricorso al Tar, sospensiva del procedimento, decisione del Consiglio di stato. E poi c’è sempre un cavillo, un errore di procedura in cui penetrare per contestare. Nel penale invece possono trascorrere anche trent’anni percorrendo i tre gradi di giudizio. Oggi si stanno buttando giù edifici del 1985» rivela l’architetto del comune di Agrigento, Gaetano Greco, un uomo di competenza che però preferirebbe l’obiezione di coscienza, l’addio alla professione.

Per provare a demolire l’arretrato che rimane il vero flagello, il direttore del dipartimento Urbanistica della Regione Siciliana, Rino Giglione, ha perfino paracadutato i suoi uomini in 190 comuni e così far accelerare l’esame delle istanze. Lo sa anche Giglione, il quale grazie a un efficientissimo sistema informatico chiamato Siab monitora i dati dell’abuso, che la partita si vince negli angusti uffici tecnici di ogni comune. «Devono esaminare di più, demolire con frequenza e finanziarsi con le demolizioni stesse».

In Sicilia la demolizione è come il sacramento della confessione. Si fa per frenare i rigurgiti dello spirito. È sporadica. Si dice che demolire abbia un costo. È vero. Ma è anche vero che la spesa, prescrive la legge, deve essere a carico di chi ha commesso il reato.

Nel 2016 il rapporto tra ingiunzioni alla demolizione e demolizioni davvero effettuate dai privati è questo: Agrigento 167/22; Catania 82/3; Caltanissetta 73/6; Enna 43/9; Messina 503/21; Ragusa 9/0; Siracusa 177/9 a Trapani 76/31. E ancora meno sono quelle ordinate dalla procura che i comuni riescono a effettuare. Ad Agrigento nel 2016 sono state 9, a Palermo 14. Ed è un’eccezione speciale Catania soltanto grazie alla dottrina dell’ex procuratore generale Giovanni Salvi e dell’attuale procuratore Giuseppe Toscano. Insieme, la procura e il comune guidato da Enzo Bianco, sono riusciti ad abbattere negli ultimi tre anni 95 manufatti lungo l’oasi del Simeto, un paradiso terrestre infettato da sterminatori di paesaggio.

«Ma demolire rimane ancora troppo difficile. Le imprese edili non partecipano ai bandi di demolizione perché temono ritorsioni e i comuni non hanno i mezzi necessari e il denaro. Una soluzione potrebbe essere quella di affidarle al genio militare. E non possiamo neppure dimenticare un altro aspetto. Mi riferisco al danno erariale. I municipi lasciano le case, acquisite a patrimonio, nelle disponibilità degli abusivi senza riscuotere i canoni di affitto. Adesso indaga pure la Corte dei conti» dice ancora il procuratore Fonzo consapevole non solo dello strappo paesaggistico ma anche della rovina economica che l’abusivismo ha generato.

La verità è che abusano, abitano ed evadono pure. La Guardia di Finanza sta setacciando i municipi e rovistando i bilanci. A Caltagirone, in provincia di Catania, è ormai certo. Il comune ha permesso in questi anni che 82 abusivi continuassero a risiedere senza saldare il canone di locazione. E va detto chiaro che non si parla dell’abusivismo di necessità, delle baraccacce di Luigi Comencini dove Alberto Sordi giocava a “scopone scientifico” e che ha sviscerato Paolo Berdini in “Breve storia dell’abusivismo edilizio” (edizione Donzelli).

È abusivismo di speculazione, quello dei Caisotti di Italo Calvino, «squali senza mento», esaltati dallo sbocco a mare, dal posto al sole. «Sono tutte seconde case, villette edificate a ridosso della spiaggia» conferma ancora Fonzo che conosce non solo i dati catastali ma anche i consumi elettrici.

Insomma, non solo è impossibile l’indulgenza ma è un’associazione nel delitto ritardare la tabula rasa, frenare e attendere, comprendere e aspettare. Non è solo abusivismo ma separatismo civile. Anche due scrittori, irregolari e contestatori, come Carlo Fruttero e Franco Lucentini di fronte alla villa fuorilegge invocavano l’epifania della macchina “demolitrice e vendicatrice”. Solo la delicatezza della ruspa può liberarci da questi clandestini con la residenza.


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