'Siamo tutti Sallusti e Mulè'

Il direttore del quotidiano Il Tirreno: "È pericoloso parlare della legge sulla diffamazione esclusivamente sull'onda di una sentenza" 

Caso Mulè: il direttore de Il Tirreno

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Nadia Francalacci

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“La diffamazione, quando accertata, deve essere perseguita, ma esistono altri strumenti e altre sanzioni per tutelare le persone offese. E il carcere non è certamente la pena adeguata per un giornalista”. Sono le parole del direttore del quotidiano Il Tirreno, giornale del Gruppo Finegil, Roberto Bernabò, dopo la condanna del direttore di Panorama, Giorgio Mulè per omesso controllo e dei giornalisti Andrea MarcenaroRiccardo Arena, per diffamazione, nei confronti del procuratore di Palermo, Francesco Messineo.    

“Non si può e non si deve attendere oltre: la norma sulla diffamazione deve essere cambiata al più presto - spiega a Panorama.it, il direttore Bernabò- ma la cosa vergognosa e preoccupante è che in Italia di questa importantissima e fondamentale modifica se ne parli solo ed esclusivamente sull’onda di una sentenza. Prima il caso Sallusti, adesso il caso Mulè”.
 

“Il  dibattito a posteriori è profondamente sbagliato perché rischia di generare nell’opinione pubblica un’idea  distorta della realtà facendo passare il concetto di una legge che deve essere modificata ad personam- continua- e ovviamente non è così. Il carcere per un giornalista che nello svolgere la professione commette un errore, è sempre e comunque una pena sproporzionata al reato”.

Secondo il direttore de Il Tirreno, quotidiano con sede a Livorno ma con diffusione nelle province di Livorno, Pisa, Lucca, Pistoia, Grosseto, Massa Carrara, Prato e Firenze, c’è un altro punto fondamentale che non può non essere discusso: la trasparenza dei giornalisti.

“Il giornalista che ha sbagliato deve riparare agli errori commessi dandone ampio risalto, deve essere  trasparente nel riconoscere il proprio errore- conclude Bernabò-  certo è che “riparare” mediaticamente ad un errore commesso dieci anni prima non è una cosa semplice. Ma questi sono i tempi della giustizia ed è un problema più ampio che attiene ad un’altra sfera che non è quella dell’informazione”.    

da Il Tirreno. (settembre 2012)
Ci sentiamo tutti Sallusti
“Da Sallusti, dalle sue opinioni politiche, dal suo modo di fare e di intendere il giornalismo si può essere sideralmente lontani.
Di più, si può essere impegnati a combattere, in modo aperto, quelle posizioni e quel modo di fare giornalismo. Ma esiste un confine chiaro che in ogni democrazia non è mai consentito oltrepassare: nessuna opinione può essere perseguibile per legge. Per questo non si può in nessun caso condividere una condanna al carcere per un’opinione, e ancora meno per l’eventuale mancato controllo su un’opinione, come nel caso di Sallusti. Farlo, in qualsiasi circostanza, significa mettere in discussione la libertà di stampa, capisaldo su cui si fonda ogni democrazia.
Uno dei principi fondanti della nostra Costituzione. «Ci sentiamo tutti Sallusti», ha detto Franco Siddi, segretario della Fnsi, il sindacato dei giornalisti. Frase paradossale eppure mai così vera. In particolar modo per chi da Sallusti è lontanissimo per convinzioni politiche e scelte professionali. La diffamazione, quando accertata, deve essere perseguita, ma esistono altri strumenti e altre sanzioni per tutelare le persone offese.
Non si possono reprimere le idee. Mai come oggi, e verrebbe da dire mai come per Sallusti, vale la pena di ricordare la celebre frase di Voltaire: «Non condivido neanche una parola di quello che dici, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa continuare a dirlo».

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