Edoardo Frittoli

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Due settimane di flebile speranza, poi la fine drammatica della storia del rapimento di Aldo Moro si consuma alle ore 13,15 di mercoledì 9 maggio 1978 in via Caetani, una strada del centro di Roma posta simbolicamente a metà strada tra via delle Botteghe Oscure (sede del Pci) e piazza del Gesù (sede della Dc).

Il corpo del Presidente della Democrazia Cristiana è nascosto nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, crivellato da 11 colpi esplosi da una mitraglietta Skorpion.

Alla diffusione della notizia l'Italia, come era accaduto 55 giorni prima in occasione della strage di via Fani dove ebbe inizio la drammatica storia del rapimento Moro, scese in piazza a difesa delle istituzioni democratiche.

I giorni precedenti l'assassinio

Gli episodi del del falso comunicato n.7, ritenuto attendibile dal supervertice del Ministero dell'Interno, e il nodo del 18 aprile con il ritrovamento "casuale" del covo Br di via Gradoli che non aveva portato alla cattura dei suoi occupanti, avevano gettato molte ombre sull'operato degli uomini di Francesco Cossiga, il quale aveva irritato buona parte del mondo politico e dell'opinione pubblica con il suo ostinato silenzio di fronte al precipitare della situazione.

Dall'altra parte l'attività delle Brigate Rosse non si era fermata al rapimento dello statista Dc, ma era proseguita con la volontà di mantenere alta la tensione e di alzare la posta della trattativa. Le ultime vittime del piombo brigatista erano tutte legate alla gestione del sistema carcerario italiano.  Già nel comunicato n.8 i carcerieri di Moro avevano chiesto il rilascio dei brigatisti rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza paragonate dai rapitori ai lager nazisti ,gestiti da Agenti carcerari che nel messaggio del 24 aprile le Br non esitavano a definire "le mai dimenticate SS".

Tra le parole grottesche del comunicato si possono inquadrare i due delitti compiuti a Roma e Milano nelle circostanze del sequestro Moro. Il primo in ordine cronologico avviene nella Capitale un mese prima di via Fani, il 14 febbraio 1978. La vittima è Riccardo Palma, all'epoca direttore dell'Ufficio VIII della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, responsabile dell'edilizia carceraria. Fu freddato da 14 colpi di mitraglietta dalla "colonna romana" responsabile poco più tardi della strage di via Fani. A Milano è freddato dalle Br "Walter Alasia" il Maresciallo maggiore degli Agenti di Custodia (oggi Polizia Penitenziaria) Francesco di Cataldo. Siamo nel pieno del sequestro Moro, è il 20 aprile 1978.

Gli ultimi messaggi delle Br

Gli ultimi comunicati, dai quali emergeva chiaramente l'oggetto dell'ultima possibilità di trattativa, fu causa anche della spaccatura che si consumerà definitivamente all'interno delle forze politiche parlamentari con Craxi e parte dei Socialisti con i Radicali di Pannella favorevoli al dialogo, a cui si contrapponeva la linea della fermezza promossa soprattutto dalla Dc di Giulio Andreotti e dal Pci di Berlinguer. In particolare nel comunicato n.8 veniva esplicitato l'attacco non solo al regime carcerario di massima sicurezza, ma anche ai magistrati e ai Carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa. La possibilità di trattare alla pari con lo Stato offriva ai rapitori di Moro la possibilità di sfruttare e alimentare la situazione esplosiva delle carceri italiane, da anni in attesa di riforma, come serbatoio di consensi alla lotta armata. 

La famiglia Moro e le ultime speranze

Durante il silenzio che passò fino all'ultimo comunicato, anche la famiglia di Moro si mosse in silenzio, distante dalla strategia ufficiale del Viminale. Il tentativo estremo di trattativa dei familiari dello statista barese si era consumato nei giorni immediatamente precedenti l'ultimo drammatico messaggio delle Br, il numero 9. Da quel momento parve impossibile a tutti (Craxi compreso) poter trovare ancora qualche barlume di speranza seppur flebile. Si attendeva nervosamente la mossa successiva dei brigatisti: presumibilmente l'ultima, dato che ai vertici dei partiti dell'arco costituzionale si cominciava a parlare di "dopo Moro". L'iniziativa privata di un tentativo di contatto tra la famiglia Moro e i suoi carcerieri avvenne per intercessione dei Vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi il quale si sarebbe offerto come prigioniero in cambio del Presidente Dc, procurando contemporaneamente la disponibilità di 10 miliardi di lire per un'eventuale richiesta di riscatto in denaro.

"Cara Norina, mi hanno detto che tra poco mi uccideranno". L'ultima lettera di Aldo Moro alla famiglia.

Il comunicato n.9 spense le speranze di tutti. Era il 5 maggio 1978. Solamente quattro giorni separavano il messaggio dal ritrovamento del corpo dello statista rapito il 16 marzo. Furono ore convulse, durante le quali si susseguirono rassegnazione, smarrimento, rabbia, illusioni. VI furono perfino estremi tentativi di liberare terroristi in carcere con un colpo di mano.come quello studiato dall'uomo di fiducia dei Moro Sereno Freato, segretario particolare del Presidente della Dc. Nei giorni immediatamente precedenti la morte del leader democristiano cercò di organizzare il trasferimento di 7 detenuti delle Br nel carcere di Novara, dal quale sarebbe poi dovuta scattare l'operazione di evasione. Per il mancato appoggio finale al piano, il progetto finì con un nulla di fatto.

Il 5 maggio 1978 è anche il giorno in cui fu recapitata alla famiglia l'ultima drammatica lettera di Aldo Moro indirizzata alla moglie Eleonora. Nell'epilogo della fitta corrispondenza intrattenuta da moro durante i 55 giorni di prigionia (aveva scritto in tutto 39 lettere, di cui 25 recapitate) il Presidente Dc rivolgeva durissime accuse ai colleghi di partito. Ecco le parole di Moro dell'ultima lettera in cui le pesanti accuse al partito emergono stridenti dal commovente commiato ai suoi cari.

"Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare".

La passione di Moro è terminata

Una trattativa che, come è noto, non si svolgerà mai. Sarà la voce fredda di Valerio Morucci a interrompere bruscamente tutte le speranze di aver salva la vita di Aldo Moro. Alle 13 circa giunge la telefonata delle Br. A rispondere è Francesco Tritto, assistente universitario di Aldo Moro. Il corpo senza vita di Moro si trova in una Renault 4 rossa rubata e parcheggiata in via Caetani, di cui Morucci fornisce l'inizio della targa "Roma N5".

Sono circa le 14.00 quando la Polizia arriva sul posto insieme agli Artificieri per il sospetto che nella vettura possa esserci un ordigno. Quando il bagagliaio della Renault viene forzato tutti i dubbi vengono purtroppo fugati. Aldo Moro giaceva sopra ad una coperta di tela cerata, con la testa appoggiata al passaruota sinistro. Così l'Artificiere Vitantonio Raso svelò agli occhi del mondo la terribile e innegabile realtà. 

Il corpo ormai irrigidito di Aldo Moro indossava gli stessi abiti del 16 marzo, giorno del rapimento. Nei risvolti dei pantaloni e sui calzini gli inquirenti troveranno tracce di sabbia e alcuni forasacchi, le piccole spighe tipiche della vegetazione litorale del Lazio ed alcuni residui bituminosi che alimenteranno i dubbi sulla reale localizzazione della "prigione del popolo". Mentre i referti avrebbero indicato una possibile detenzione di Moro sulle coste del litorale romano, negli atti degli interrogatori successivi alla cattura i brigatisti della "colonna romana" avrebbero dichiarato che la sabbia e i residui vegetali sarebbero stati appositamente raccolti e sparsi sul corpo dell'Onorevole Moro ai fini del depistaggio. Tuttavia le deposizioni appariranno lacunose ed in molti casi incongruenti, alimentando le teorie sul il mistero della prigionia dello statista proseguite fino ai giorni nostri.

La condanna di Moro, l'Assoluzione divina

L'ultima scena della tragedia dei 55 giorni del sequestro Moro si chiude con il primo compagno di partito ad aver visto il corpo del Presidente della Dc, Guido Gonella. Pochi minuti dopo sarà la volta di Francesco Cossiga, che aveva guidato il Viminale durante i giorni della prigionia del leader democristiano. La folla si accalca, ci sono anche piccoli scontri con il cordone di Polizia. Mentre gli Artificieri sono ancora intorno alla Renault 4, si avvicina un vecchio sacerdote arrivato dalla chiesa di piazza del Gesù.

Sono le 14,45 del 9 maggio 1978 quando il prete fa il segno della croce sulla fronte terrea di Moro, ancora adagiato nel bagagliaio: è l'Assoluzione divina per un uomo dalla fede incrollabile, che lasciava la vita terrena conclusa con la feroce condanna di un "tribunale del popolo".

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