Da Porto Marghera a Eternit: tutte le sentenze sulle stragi ambientali

Porto Marghera, Ilva, Eternit, Chimica Solvay: i processi sui processi per inquinamento da lavoro

Caso Eternit: sentenza storica

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Nadia Francalacci

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''Sono entusiasta per questa sentenza ma nello stesso tempo mi arrabbio pensando a quante tragedie sul lavoro, con o senza l'amianto di mezzo, sono state dimenticate dalla giustizia''.  

Parole del pm Raffaele Guariniello alla sentenza d'appello del processo Eternit che ha portato alla condanna a 18 anni di carcere  del miliardario elvetico Stephan Schmidheiny con l’accusa di disastro ambientale e al pagamento di 89 milioni di euro alle parti civili:a ciascuna delle 932 persone fisiche, malati o parenti di persone decedute, citate nei documenti processuali dovranno essere risarciti con 30 mila euro.

Al miliardario svizzero è stata riconosciuto il disastro ambientale doloso per l'attività nociva non di due stabilimenti della multinazionale ma di tutti e quattro quelli presenti sul territorio nazionale: Casale Monferrato e Cavagnolo in Piemonte, Rubiera in Emilia, Bagnoli in Campania.

Ma come spiega Guarianello in Italia sono molti i casi di inquinamento ambientale che hanno avuto ripercussioni fisiche sulla salute dei lavoratori e dei cittadini che vivono in prossimità delle fabbriche. Molti casi sono stati dimenticati, altri addirittura ignorati per anni. Altri ancora, invece, come il caso di Livorno venuti alla ribalta delle cronache solamente questa mattina.
Da Porto Marghera al caso Ilva di Taranto, dalla TyssenKrupp al nuovo caso appunto di inquinamento ambientale dello Stabilimento Chimica Solvay, in provincia di Livorno.

Stabilimento Solvay. Alcuni dettagli delle indagini della procura di Livorno sui fanghi tossici scaricati in mare dalla multinazionale chimica sono stati divulgati solamente questa mattina. Gli accertamenti condotti dal  reparto Aeronavale della Guardia di Finanza hanno evidenziato che la Solvay per anni avrebbe aggirato i controlli sulle sostanze scaricate in mare, diluendo i fanghi in modo da abbattere le percentuali delle stesse sostanze tossiche. Inoltre avrebbe scaricato gli scarti industriali in altri quattro luoghi oltre a quello dichiarato e autorizzato dalla normativa dove venivano eseguiti campionamenti e controlli.

Nel mare antistante lo stabilimento sono stati riversati tonnellate di sostanze tossiche tra arsenico, cadmio, cromo, zinco, fosforo, mercurio di sostanze organiche clorurate nichel, fenoli, piombo. Diluendo la concentrazione di queste sostanze (la legge non prende in considerazione la quantità effettivamente versata) secondo le indagini, i controlli di routine così come la percentuale di arsenico e delle altre sostanze tossiche risultava sempre entro i limiti di legge. L’autorità giudiziaria, al momento, ha fatto chiudere tutti quegli scarichi non autorizzati.

Ilva di Taranto. Dopo le vicende giudiziarie che hanno visto una parziale sospensione dell’attività produttiva dello stabilimento ne è stata decisa questa mattina la prosecuzione perché fondamentale per gli investimenti ambientali. Il polo di Taranto e' uno dei principali in Europa e occupa 12mila addetti diretti con indotto integrato verticalmente che porta l'occupazione diretta a oltre 15mila unità e più di 9.200 legate all'indotto. La chiusura avrebbe avuto conseguenze economiche gravi per l'intero territorio. L'impatto economico stimato dal governo, infatti, sarebbe di 8 miliardi che e' la risultante di circa sei miliardi relativi alla crescita delle importazioni, 1,2 miliardi per il sostegno al reddito e i minori introiti per l'amministrazione pubblica oltre a circa 500 milioni in termini di minore capacità di spesa per il territorio direttamente interessato.

La vicenda Ilva ha inizio il 26 luglio 2012 quando il gip di Taranto, Patrizia Todisco, emette un’ordinanza  per il sequestro di 6 impianti dell’area a caldo per  disastro ambientale. Finiscono agli arresti domiciliari 8 dirigenti tra cui il patron Emilio Riva e il figlio Nicola.   L’Ilva destina 146 milioni di euro per risanare l’ambiente.

TyssenKrupp. Non si tratta di disastro ambientale ma questa sentenza, come quella del processo eternit, è storica. 28 febbraio 2013, ultimo sviluppo della vicenda giudiziaria legata ai 7 dipendenti della multinazionale morti nel rogo che si è sviluppato a dicembre 2007 all’interno dello stabilimento della TyssenKrupp di Torino. In appello, la condanna per l’ad Harald Espenhahn, condannato in primo grado a 16 anni e mezzo di carcere per omicidio volontario con la formula del dolo eventuale, viene ridotta a 10 anni. Pene ridotte anche per tutti gli altri  imputati. Davanti alla Corte d’assise d’appello del Tribunale di Torino, sparisce  il profilo doloso dell’incendio, tranne che per l’art. 437 del codice penale: sotto questo aspetto, al manager tedesco e agli altri imputati viene confermata la condanna di primo grado per omissioni dolose di norme anti-infortunistiche. I familiari delle vittime occupano per protesta l’aula per 3 ore.

Porto Marghera. Polo petrolchimico. Tutto ha inizio nel 1996 quando la procura di Venezia chiede il rinvio a giudizio per 28 tra dirigenti e ex dirigenti di Montedison ed Enichem. L’accusa è di strage, omicidio, lesioni colpose multiple oltre a disastro colposo per inquinamento ambientale. Già a partire dagli anni ’70  immettevano nell’atmosfera tonnellate di fumi tossici e riversavano sul territorio e in mare tonnellate di sostanze cancerogene che provocarono migliaia di morti per tumore alle vie respiratorie, alla pelle e ossa. Nel 1998, lo Stato si costituisce parte civile chiedendo un risarcimento di 71 mila miliardi di lire. Montedison verserà la cifra di 550 miliardi come contributo per opere di bonifica del territorio. Enichem, invece, risarcirà la vittime con 70 miliardi di euro ma in cambio chiede il loro ritiro dal processo. Nel processo d’appello del 2004, vengono condannati 5 ex dirigenti Montedison.    

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