Il teorema Mediaset

Punto per punto tutte le tesi dei magistrati contro Silvio Berlusconi in attesa della sentenza della Cassazione - tutto sul processo Mediaset -

L'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (credits: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/GettyImages)

Annalisa Chirico

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Il precetto evangelico “Nolite iudicare” non ha mai attecchito tra i magistrati italiani quando di mezzo c’è Silvio Berlusconi. Quel senso di repulsione, che dovrebbe informare l’operato del giudice, ogni qualvolta gli tocchi sottostare alla pena di irrogare una pena, non li ha mai sfiorati perché l’uomo, diciamocelo, suscita un certo ardore inquisitorio. Peccato che per gli altri sessanta milioni e passa di cittadini invece l’impazienza del giudicare sia assai più smorzata, e i processi procedano con una pachidermica lentezza a tal punto da tradursi in giustizia ingiusta, denegata o talmente rinviata da equivalere a ingiustizia. Non c’è da stupirsi se nel rapporto 2012/2013 sulla competitività di 144 Paesi il World Economic Forum ha collocato l’Italia ai livelli del Burundi (sì, del Burundi) per l’efficienza del sistema giudiziario; pure interessante il dato sull’indipendenza dei magistrati: siamo al 68° posto, surclassati da Ghana, Sri Lanka e Tagikistan, per citarne alcuni.

Ma torniamo a Silvio Berlusconi. Il 30 luglio la Cassazione potrebbe rendere definitiva la condanna per frode fiscale a 4 anni di reclusione e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici.

La vicenda riguarda i diritti televisivi, di cui Mediaset era ed è uno dei principali acquirenti televisivi al mondo. Diritti per un valore, che oscillava dai 30 ai 50 milioni di dollari su un totale di quasi un miliardo di dollari acquisiti ogni anno, venivano regolarmente acquistati da un imprenditore americano di nome Frank Agrama. Che cosa faceva l’Americano? Grazie ai suoi rapporti privilegiati con il presidente della Paramount Bruce Gordon, Agrama acquistava ogni anno l’intera produzione , film e fiction, Paramount e poi vendeva i prodotti, singolarmente o a pacchetti, a diversi operatori europei. Secondo alcune testimonianze emerse nel processo, Agrama e Gordon erano persino soci. Ad ogni modo Agrama è attivo in questo settore da oltre quarant’anni. Grazie alla sua “inevitabile” mediazione Mediaset accedeva ai migliori prodotti Paramount disponibili sul mercato americano. Paramount vendeva ad Agrama, il quale rivendeva a Mediaset.

I magistrati milanesi vogliono vederci chiaro: perché mai Mediaset dava l’esclusiva ad Agrama? Quali erano le oscure ragioni di un tale sodalizio commerciale? Spiegare loro che Agrama era l’unico canale per accedere ai prodotti Paramount, è fiato sprecato. Prova ne sia che, com’è emerso nel processo, l’unica volta in cui Mediaset tentò di aggirare la mediazione obbligata e di trattare direttamente con Paramount, la società americana cedette tutti i prodotti alla Rai lasciando Mediaset a bocca asciutta. Secondo i magistrati, la storia sarebbe un’altra. Berlusconi era socio “occulto” dell’Americano, col quale condivideva in tal modo gli utili delle vendite Paramount. Sulla base di tale prospettazione, Berlusconi sarebbe colpevole di frode fiscale. Ma la domanda è: quali sono le prove a sostegno di tale suggestivo costrutto? Ecco che cosa emerge dagli atti.

Berlusconi ebbe a conoscere Agrama agli albori della tv commerciale, erano gli inizi degli anni ’80 e l’allora imprenditore milanese decideva di investire nel tubo catodico per rompere il monopolio della tv di Stato. Ebbe in tutto due o tre incontri con l’Americano, e poi nulla più (nessun elemento in senso contrario è emerso nel processo). Dalla attenta disamina dei conti correnti di Agrama sequestrati dai pm si evince che tutti i guadagni provenienti dall’attività commerciale dell’Americano sono rimasti nella sua esclusiva disponibilità. Non si è trovata traccia, per intenderci, di alcun trasferimento di denaro a favore di Berlusconi, nessun flusso finanziario in tal senso è stato rinvenuto. Allora, c’è da chiedersi, è sufficiente il personale convincimento di un pm? E’ compatibile con la certezza del nostro diritto penale la cosiddetta “prova logica”? “Non poteva non essere così” non basta. Servono le prove.

Altro punto importante: dal processo emerge che Agrama nel corso degli anni ebbe a versare ad alcuni dirigenti Mediaset ingenti somme – sì, tangenti – per far sì che l’azienda acquistasse l’intera produzione di Paramount. Collaboratori infedeli, cui Agrama versò in un caso addirittura 4 milioni e mezzo di euro. Vi sembra possibile che Berlusconi fosse socio occulto di uno che per vendere i diritti alla sua azienda doveva distribuire mazzette? Tutti i testimoni ascoltati hanno categoricamente escluso che Berlusconi si sia mai occupato dell’acquisto di diritti televisivi. Va anche detto che dal ’94 in poi Berlusconi si è dimesso da ogni carica societaria, non ha mai ricoperto alcun ruolo in Mediaset, non ne ha mai firmato alcun bilancio né alcuna dichiarazione dei redditi. Tutti – ripeto, tutti – i testimoni in aula hanno confermato tale assetto. Ma i magistrati, che in modo alquanto “anti-popperiano” cercano conferme anziché smentite alle proprie teorie, di fronte alla colossale smontatura fattuale del loro teorema non si sono arresi, e hanno riesumato la figura del “socio occulto”. Che esercita sempre il suo fascino, al pari dei poteri occulti. Il problema però, che si tenta umilmente di far rimarcare, è che non esistono le prove concrete di questa società occulta, tvmercatista e transoceanica. Piuttosto alcune domande rimangono sullo sfondo.

Perché mai Silvio Berlusconi, che era ed è attraverso Fininvest il principale azionista e beneficiario degli utili, avrebbe mai dovuto far acquistare a Mediaset prodotti Paramount in eccedenza rispetto alle esigenze reali innalzandone così i costi? E’ un controsenso, una condotta banalmente antieconomica. E poi come avrebbe potuto Berlusconi acconsentire al pagamento di laute mazzette ai propri dirigenti per agevolare Agrama? Quale imprenditore continuerebbe a stipendiare come responsabili dell’Ufficio acquisti della propria azienda persone corrotte che pretendevano una tangente del 10 percento sul prezzo dei diritti da acquistare? Parliamo di dirigenti che acquisivano annualmente diritti per quasi un miliardo di dollari, venti volte il pacchetto dei diritti Paramount. Se Berlusconi avesse avuto notizia di un tale andazzo, li avrebbe immediatamente allontanati perché erano in grado di provocare enormi danni all’azienda. Ora, Berlusconi sarà pure untombeur des femmes, un dittatore e un aguzzino, ma sfido io a ritenerlo un imprenditore poco accorto.

Andiamo ai magistrati che se ne infischiano del “Nolite iudicare” quando alla sbarra c’è l’imputato che solletica gli istinti tribunalizi. Il Collegio del Tribunale di Milano era presieduto da Edoardo D’Avossa, un giudice già ricusato perché in un altro processo riguardante proprio Fininvest aveva condannato i dirigenti imputati affermando che era fatto notorio che nel gruppo del Cavaliere si distribuissero fondi neri a destra e a manca, salvo poi essere smentito in appello e in Cassazione, dove quegli stessi dirigenti sono stati assolti per insussistenza dei fatti. Ricordiamo che in primo grado i giudici, che definirono soavemente Berlusconi “dominus indiscusso” di una “notevolissima evasione” nonché uomo dalla “naturale capacità a delinquere”, si esercitarono in una inconsueta lettura simultanea del dispositivo e delle motivazioni della condanna. In secondo grado la Presidente della Corte d’appello Alessandra Galli, figlia di Guido, il magistrato ucciso da Prima linea a Milano nel 1980, è la stessa che nel 2010 espresse pubblicamente la sua disapprovazione nei confronti del governo Berlusconi (riferendosi al padre, ebbe a dire: “Non riesco ad accettare la costante denigrazione del suo e ora del mio lavoro. Del suo e ora del mio ruolo istituzionale”). Insomma, forse in un Paese normale si potrebbe evitare all’ex premier di essere giudicato da chi ha ingaggiato una polemica con lui, se non altro per garbo istituzionale, per non intaccare l’immagine di terzietà dei giudici. Ma per noi sono quisquilie.

In questo strano processo si ipotizzano fatti privi di prove e calati nella prima metà degli anni Novanta, oltre vent’anni fa. Il cancan mediatico-giudiziario è scoppiato attorno alla data del 30 luglio, ma nessuno scrive che la prescrizione è già intervenuta da un pezzo. In tutti questi anni i magistrati, prima di premere sull’acceleratore in vista del fatidico 30 luglio, hanno impiegato una tesi alquanto originale, secondo la quale la compravendita dei diritti avrebbe continuato a produrre i suoi effetti in tutti gli esercizi di bilancio in cui quegli stessi diritti avevano trovato utilizzazione, sebbene fossero stati integralmente pagati all’epoca dei contratti originari risalenti agli anni Novanta (e ammortizzati nei bilanci aziendali). Ditemi voi se non vi sembra una tesi pretestuosa. Come se non bastasse, secondo il fisco negli anni 2002-2003 Mediaset avrebbe evaso imposte per un totale di 7,3 milioni di euro, ovvero poco più dell’1 percento dei 567 milioni di euro versati da Mediaset all’erario in quel biennio. Su tale accertamento fiscale, peraltro, pende un ricorso presso la Commissione tributaria provinciale di Milano.

Dopo questa carrellata, tornano in mente Ghana, Tagikistan e lo stivale tricolore, che bella compagnia. I magistrati milanesi non se ne infischiano soltanto del “Nolite iudicare”. Costoro non arretrano di un millimetro neppure dinanzi a due precise sentenze della Cassazione, che hanno statuito l’assoluta estraneità di Berlusconi alla gestione di Mediaset negli anni in questione. Niente da fare, non ci vedono. Sono abbagliati. Quando c’è lui, l’ardore li divora. Che uomo.

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