Segreti vaticani. La pedofilia? Lo sapeva già Paolo VI

C’è una denuncia presentata durante il Concilio Vaticano II nel 1965. Emersa oggi dagli archivi grazie a un libro.

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Ignazio Ingrao

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Giustizialisti contro garantisti, cardinali accusati di aver coperto gli abusi contro porporati fautori della tolleranza zero: lo scandalo degli abusi sessuali divide e inquieta l’imminente conclave. Non sono solo le drammatiche dimissioni del cardinale scozzese Keith O’Brien, accusato di «comportamenti inappropriati», e le polemiche per la partecipazione dell’arcivescovo emerito di Los Angeles, Roger Mahony, a mettere in subbuglio il collegio dei cardinali. In realtà il corretto atteggiamento da tenere nei confronti dei preti orchi resta un grande problema irrisolto per la Chiesa. Non è un mistero infatti che la linea della tolleranza zero imposta da Benedetto XVI abbia incontrato molti ostacoli. La scelta del nuovo Papa si gioca anche su questo terreno: fra coloro che pongono la tutela dell’istituzione in cima alle priorità della Chiesa e quanti sono invece convinti che di fronte agli abusi sui bambini l’unica strada sia quella della denuncia e della trasparenza totale.

Eppure la Chiesa poteva salvarsi da questi scandali ed evitare tante sofferenze innocenti. Nel settembre 1965, in pieno svolgimento del Concilio Vaticano II, un teologo francese, Paul Winninger, stampa e diffonde tra i 2.500 padri conciliari un opuscolo nel quale per la prima volta si denuncia la diffusione del «crimine più infame» in seno alla Chiesa cattolica: gli abusi dei sacerdoti sui bambini. Il documento circola tra vescovi e cardinali, ma la segreteria del concilio, guidata da monsignor Pericle Felici, intercetta quel fascicolo e lo sequestra immediatamente, vietandone la diffusione. Così la pedofilia scomparirà dall’agenda dell’assise ecumenica, nonostante un’altra drammatica denuncia: una donna americana scrive privatamente a Paolo VI rivelando gli abusi sui bambini commessi da preti e suore nei dormitori dei collegi. La signora fa riferimento alla sua esperienza personale e chiede di essere ascoltata dal Papa. Ma né il circostanziato documento di Winninger né la lettera della donna vengono presi in considerazione. Ci vorranno più di 30 anni perché la Chiesa ammetta la diffusione della pedofilia. Un silenzio gravido di conseguenze. L’opuscolo di Winninger e la lettera a Paolo VI sono due eccezionali documenti storici gelosamente custoditi nell’Archivio segreto vaticano. Ignazio Ingrao li ha ritrovati e li ha pubblicati nel libro «Il concilio segreto» (Piemme) che sarà in libreria dal 12 marzo. «Panorama» ne anticipa un brano.

Settembre 1965, nel vivo della quarta e ultima sessione del concilio, comincia a circolare quasi clandestinamente tra i vescovi partecipanti un opuscolo contro il celibato dei preti scritto da un sacerdote della diocesi di Strasburgo, Paul Winninger. Il breve saggio, scritto in francese, va al cuore del problema senza mezzi termini: «Imponendo l’obbligo del celibato in maniera assoluta, senza dispensa, la legge attuale finisce talvolta per offendere la morale e appare, in tale caso, come un eccesso di potere d’ordine. Conviene dunque moderare il suo rigore». Winninger, docente al seminario di Strasburgo, mette i padri conciliari di fronte alla realtà dei sacerdoti cattolici che infrangono il voto di castità: sono almeno il 10 per cento i preti in Francia che vivono con una donna o che sono «abitualmente incontinenti e che hanno praticamente rotto l’impegno al celibato». In totale nel mondo sono «diverse decine di migliaia». Giuridicamente restano celibi, ma di fatto «conducono una doppia vita».

Winninger non si ferma a questa denuncia. È deciso a far aprire gli occhi ai padri conciliari su quello che trent’anni dopo si rivelerà lo scandalo più terribile nella storia della Chiesa: la pedofilia. Le autorità ecclesiastiche nel corso degli anni più recenti hanno sempre ripetuto che fino alla prima metà degli anni Novanta non avevano mai sospettato quasi nulla in merito alla diffusione della pedofilia tra i sacerdoti. L’opuscolo inviato dal sacerdote francese ai partecipanti al concilio ci svela invece una realtà molto diversa: già dalla metà degli anni Sessanta la diffusione dei rapporti dei sacerdoti con i bambini e gli adolescenti è una realtà ben nota ma i vescovi si limitavano a spostare i preti colpevoli da una diocesi all’altra. Il testo di Winninger su questo punto è molto chiaro. «Ci sono diverse gradazioni nel male» scrive il sacerdote francese. «I preti che prendono moglie e lasciano il ministero sono colpevoli; ma il loro comportamento è franco, la loro situazione netta, la loro colpa talvolta è più giuridica che morale». Più grave invece è «la colpa dei celibatari lussuriosi che portano avanti il proprio ministero in modo sacrilego». E «più grave ancora è la pederastia».

Qui Winninger utilizza il termine, come era tipico a quei tempi, nel doppio significato di semplice omosessualità e di pedofilia o efebofilia. In questo secondo caso il giudizio dell’autore è senza pietà e senza sconti: il prete che va con un ragazzo o con un bambino è «un infame». Ma il sacerdote di Strasburgo non si ferma qui e punta il dito contro i vescovi: «Il crimine più grande è precisamente quello dell’autorità che, invece di neutralizzare questi preti, li sposta attraverso le diocesi e diffonde così lo scandalo».

Si tratta di una denuncia esplicita e circostanziata che arriva sui banchi del Concilio Vaticano II. Winninger prosegue «supplicando» i padri di «mettere fine a questo abominio». E reclama «sanzioni estreme per i preti che assolvono i complici nel peccato in confessione o approfittano della confessione». Le stesse punizioni dovrebbero essere previste per i vescovi che «tengono in funzione i pederasti e li spostano da una diocesi all’altra». In cima alla scala della condanna morale il sacerdote francese mette dunque quei preti che approfittano della confessione per molestare le loro vittime o per assolvere i propri complici. E a essi accomuna i vescovi che, ancora una volta, si limitano a trasferire i pastori indegni da una parrocchia all’altra. Alla luce di queste considerazioni per Winninger occorre fare molta più attenzione alla sfera affettiva degli aspiranti sacerdoti.

Dunque nella prima metà degli anni Sessanta il tema gravissimo dell’indegnità morale di alcuni sacerdoti e religiosi che approfittano del proprio ruolo per molestare giovani e minorenni è già ben presente agli osservatori più attenti. E l’allarme viene lanciato anche all’assise della Chiesa mondiale. Ma i padri conciliari si voltano dall’altra parte. Leggono con attenzione Winninger, ne discutono fra loro ma non raccolgono il suo grido disperato. Ci vorranno altri trent’anni e tanti scandali prima che la Chiesa ammetta la presenza dei «preti orchi» nel proprio seno. Troppe vittime e troppo dolore occorreranno prima che vengano presi provvedimenti contro quei vescovi che si limitano, per il «buon nome della Chiesa», a trasferire da una parrocchia all’altra pastori indegni e criminali senza avere il coraggio o la forza per allontanarli e per denunciarli alle autorità civili e canoniche.

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