Cronaca

Sconto a Parolisi, la giustizia ha perso la faccia

Se ha davvero ucciso la moglie con 36 coltellate, è andato oltre la semplice crudeltà. Oppure non è lui il colpevole, e in questo caso andava assolto

Carmelo Abbate

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E con questa ultima sentenza, nel processo contro Salvatore Parolisi la giustizia italiana ci rimette la faccia. Il caporalmaggiore dell’esercito è stato condannato a 20 anni di carcere per l’omicidio della moglie Melania Rea: questo l’ultimo verdetto emesso oggi dalla Corte d’Assise di Perugia chiamata a rideterminare la pena così come imposto dalla Corte di Cassazione, che nel confermare la colpevolezza aveva escluso l’aggravante della crudeltà.

 

Già, la crudeltà. Prendiamo per buona l’ipotesi che l’assassino sia proprio lui. Salvatore Parolisi ammazza la moglie con 36 coltellate, a pochi metri dalla figlia che si trova in auto. Poi si gira, la lascia agonizzante e torna a casa con la bambina. Ma non basta. Il giorno dopo, o l’altro ancora, a seconda della differente versione dei giudici, Parolisi torna sul luogo del delitto, prende un coltello o un’arma appuntita, infierisce sul cadavere, disegna sulla pelle della moglie una sorta di croce di Sant’Andrea, poi una svastica. Non sazio, prende una siringa e la infilza nel seno della moglie morta.

Delle due l’una. O è stato lui, allora ha commesso un crimine così violento, feroce e scellerato che neppure l’istituto giuridico della crudeltà può riuscire a contenere. Oppure non è stato lui, e allora andava assolto.

Ma c’è ancora una terza possibilità, quella a metà strada scelta dai giudici della Cassazione. Non siamo poi così certi che sia stato tu, le prove a nostra disposizione non sono cristalline e inconfutabili, motivo per cui ti facciamo lo sconto: 20 anni e tana libera tutti.

Una sentenza codarda degna di un percorso processuale dove l’imputato Parolisi ne ha subite di tutti colori. A cominciare dal processo di primo grado, quando la procura lo accusava di aver ucciso la moglie perché stretto nell’imbuto sentimentale con l’amante, con i suoi avvocati che cercavano di confutare questa ricostruzione, salvo poi ascoltare il giudice che nel momento in cui emette la sentenza si inventa un improbabile motivo: Parolisi avrebbe ucciso la moglie perché lei si era appartata per fare la pipì, lui ha avuto un raptus sessuale, lei si è negata e ha scatenato la furia assassina.

Salvatore Parolisi è stato condannato per l’omicidio della moglie anche se nella scena del crimine non c’è neppure una sua traccia. Tutto ciò nonostante le 36 coltellate e nonostante il vilipendio del cadavere.

Su questo ultimo non secondario aspetto, ci sarebbe tanto da ridire. Secondo la procura, Parolisi avrebbe ammazzato la moglie il 18 aprile, poi sarebbe tornato il 19 per infierire sul corpo. Ma siccome quel giorno è difficile collocarlo al bosco delle casermette, il giudice di primo grado stabilisce che il vilipendio è stato compiuto il 20. La Corte d’Appello lascia aperte tutte e due le possibilità: potrebbe averlo fatto il 19 come il 20. Infine la Cassazione completa il quadro stabilendo qualcosa che suona più o meno così: io non ti devo dimostrare in positivo quando è stato fatto il vilipendio, ma non può che essere stato lui. Perché chi potrebbe avere avuto interesse al vilipendio se non chi ha ucciso?

È tutto scritto nero su bianco negli atti giudiziari. E lasciando da parte gli altri misteri, come quello non da poco su chi si aggira attorno al cadavere la mattina del 20 e accende il telefonino della vittima, e su chi fa la telefonata anonima che permette di trovare il cadavere, andiamo dritti alla chiave di lettura di questo processo: Salvatore Parolisi paga la totale insussistenza di elementi sufficienti a disegnare una ipotesi alternativa.

Siccome non è stato nessun altro, allora non può che essere stato lui. Un principio non codificato nel nostro diritto penale che finisce per decidere la sorte di tanti processi. E siccome non ho la prova provata che sia stato lui, e siccome ho qualche dubbio, allora gli faccio lo sconto.

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