Sbatti mamma Veronica in prima pagina

Perché il processo a mezzo stampa contro Veronica viola le fondamentali garanzie costituzionali di un'imputata: l'intervista all'avv. Rossi

Bimbo morto: genitori sul luogo ritrovamento

In un fermo immagine i genitori di Loris Stival durante un sopralluogo in Contrada Mulino Vecchio di Santa Croce Camerina (Ragusa) dove è stato trovato morto il loro figlio di 8 anni, 30 novembre 2014. ANSA

Anna Germoni

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Veronica Panarello, la madre di Loris Stival, il bimbo di 8 anni ucciso a Santa Croce Camerina (Ragusa) è stata interrogata per sei ore senza avvocato dai pm siciliani prima di essere fermata il 9 dicembre con l’accusa di aver strangolato il figlio. Tutti i penalisti sono insorti denunciando “prassi processuali degenerative” da parte degli investigatori di Ragusa.

Panorama ha chiesto una valutazione dell’accaduto a Emilia Rossi, penalista, da venti anni impegnata nell’Unione delle camere penali. Torinese, coordinatrice del gruppo per riforma del codice penale, Rossi è stata per anni impegnata come consulente nella commissione del ministero di Giustizia per la riforma del codice penale, presieduta prima dal magistrato Carlo Nordio e poi dal professore Giuseppe Riccio.    

Avvocato Rossi, lei cosa ne pensa?
Abbiamo assistito alla negazione del diritto di difendersi e di essere assistiti da un avvocato che è sancito nel nostro ordinamento non appena emergono elementi indizianti a carico di una persona che viene sentita in un'indagine come testimone. Quando la signora Panarello è entrata per l'ultima volta come persona informata sui fatti negli uffici della Procura, dove è arrivata seguita da un corteo di giornalisti e telecamere che l'avevano seguita dal momento in cui era stata prelevata da casa, era già investita di tutto il corredo di indizi che nei giorni precedenti gli organi di informazione avevano ricostruito a suo carico.

Quindi?
Agli occhi di tutti era chiaramente l'indiziata principale se non unica dell'omicidio di Loris. Ciononostante ha dovuto trascorrere sei ore davanti agli inquirenti prima che si formalizzasse la sua posizione e le fosse garantito l'esercizio del diritto di difesa. Il tutto è stato significativamente sintetizzato da vari organi di stampa che hanno dato la notizia del fermo segnalando che era stata sei ore 'sotto torchiò, ma non aveva confessato: una vera e propria legittimazione mediatica del metodo inquisitorio che pensavamo superato da decenni nel nostro Paese. Il diritto di difesa era stato immediatamente garantito, invece, al cacciatore che aveva ritrovato il corpo del piccolo Loris, immediatamente iscritto nel registro degli indagati come 'atto dovuto': persona esclusa da subito da ogni sospetto e dall'attenzione degli organi inquirenti, alla quale si era assicurata generosamente la presenza di un difensore.

Anche la fiction trasmessa da Rai 3, su Pierpaolo Brega Massone, l’ex primario della clinica Santa Rita di Milano, senza la voce dell’imputato che è ancora in attesa dell’ultimo grado di giudizio, ha suscitato numerose polemiche tra i penalisti. Lei che ne dice?
Si è rappresentata la vicenda giudiziaria di Brega Massone con una ricostruzione pienamente colpevolista, dove anche i toni e le caratteristiche dei personaggi, tra i quali, come al solito, spiccava per inconsistenza quello dell'avvocato, portavano alla conclusione lapidaria della responsabilità certa e indiscutibile dell'imputato. La cosa grave è non soltanto che il docufilm è stato trasmesso alla generalità dei cittadini da una rete della televisione pubblica. Ma che tra pochi mesi si celebrerà il processo d'appello per i fatti d'omicidio rappresentati in questo modo davanti a tutti. E allora ci si chiede legittimamente quale imparzialità, quale capacità di sottrarsi alla suggestione creata da una simile forma di pre-giudizio con connesso consenso popolare, potrà essere assicurata dai cittadini comuni che hanno assistito a una rappresentazione del genere e che saranno sorteggiati per formare la giuria popolare davanti alla quale si terrà il secondo grado di giudizio.

 Si moltiplicano i talk show sui casi giudiziari. Spesso vengono esposte a discussione superficiale informazioni raccolte in indagini giudiziarie che dovrebbero esser valutate nelle aule del tribunale. La cronaca giudiziaria richia di trasformarsi in un danno all’equo processo e all’imparzialità e terzietà del giudice?
Il caso della mamma di Lorys è significativo anche di questo. La negazione del suo diritto di difesa è stato denunciato dagli avvocati della Camera penale di Milano con il documento che è stato diffuso da Panorama.it e dai penalisti.

Ma sugli altri organi di informazione il fatto è passato sotto silenzio. Come dire che di fronte alla certezza già acquisita della colpevolezza della mamma di Loris non si sta a guardare tanto per il sottile, al rispetto delle regole e delle procedure. Sono dettagli che non interessano la sostanza dei fatti, l'esito delle attività di indagine che si accoglie come certo. E anche nel caso della fiction su Brega Massone si è levata solo la voce dei Radicali che hanno tenuto una conferenza stampa di denuncia il giorno prima della trasmissione e, di nuovo, dei penalisti della Camera penale di Milano.

Come si può contrastare questa deriva distorsiva?
È necessaria una disciplina legislativa che impedisca davvero la trasmigrazione di atti di indagine negli organi di informazione e, peggio ancora, nei talk-show televisivi dove si svolge un indebito processo parallelo, con tanto di carte processuali e schieramento di parti, salvo il fatto che la sentenza di condanna irrevocabile da parte del 'tribunale del popolo televisivo' viene pronunciata all'inizio. Ma non basta una legge.

Che cosa servirebbe?
In realtà va fondata nell'opinione pubblica la cultura del rispetto del diritto e dei diritti, delle regole poste a garanzia della legalità. Che è un concetto che non significa solo che dobbiamo essere tutti onesti, come si vuole intendere. Significa che la forza della legge deve esprimersi attraverso procedure giuste e democratiche: significa che al cittadino deve essere garantito un processo giusto, nell'osservanza dei suoi diritti di difesa. Il problema è che oggi siamo molto lontani da questo tipo di cultura e la responsabilità maggiore va proprio agli organi di informazione che operano esattamente in direzione opposta.

Il populismo giudiziario dilaga. Capita sempre più spesso che pubblici ministeri vengano nominati dalla politica per svolgere ruoli ispettivi nei gangli decisionali della pubblica amministrazione. Che cosa ne pensa?
La politica sta delegando ogni suo compito alla magistratura rimettendo all'azione giudiziaria la soluzione di ogni fatto d'allarme sociale: ogni evento che crea dissenso o turbamento nella collettività, che sia la scoperta di fenomeni di corruzione o il verificarsi di un grave incidente stradale, viene tradotto in un intervento legislativo che produce aumento di reati e di pene. Ma adesso la delega ad esercitare ruoli e funzioni politiche viene data anche direttamente, chiamando i magistrati a svolgere attività di governo e di amministrazione, come è successo adesso a Roma, con la nomina ad assessore alla legalità del giudice Sabella, in risposta e a seguito dell'inchiesta su Mafia Capitale. È la resa della politica che dichiara apertamente la propria incapacità a svolgere la funzione a cui è chiamata dai cittadini attraverso il voto democratico. Una resa che mette senza dubbio in crisi l'equilibrio dell'assetto istituzionale.

Il ministro Andrea Orlando, all’ultimo congresso dell’Unione camere penali di Venezia, ha detto che interverrà con una riforma del Csm, soprattutto sulla legge elettorale, “per frenare il correntismo giudiziario”. Perché il fenomeno ha assunto dimensioni così visibili solo nel nostro Paese?
Perché solo, o quasi, nel nostro Paese abbiamo ancora un ordinamento giudiziario in cui le carriere dei magistrati, pubblici ministeri e giudici, sono unite e il CSM è eletto con un sistema che consente la formazione delle correnti. La riforma del CSM è necessaria non solo e non tanto per frenare il correntismo, come dice il Ministro Orlando, ma soprattutto e fondamentalmente per determinare la separazione delle carriere tra i magistrati, come si prevedeva nell'unico disegno di riforma costituzionale, quello Alfano. Quello della riforma epocale della Giustizia di cui, evidentemente, l'epoca è ancora molto di là da venire.

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