Cronaca

"Saviano prese ispirazione per Gomorra dalle mie fonti"

Il cronista Simone Di Meo racconta come lo scrittore spacciò per sue indagini gli articoli e gli atti processuali che gli passò. E l'elenco degli "ispiratori" di Roberto è lungo

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Simone Di Meo

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Ho incontrato Saviano, la prima volta, mentre era in corso la faida di Scampia. Mi telefona ed esordisce più o meno così: «Ciao Simone, sono Roberto Saviano. Forse mi hai letto sul Manifesto». No, non compro il Manifesto, mi spiace Roberto. Mi chiede un appuntamento. Sta scrivendo un libro sulla camorra, mi dice, e ha bisogno di materiale. All’epoca sono capocronista a Cronache di Napoli. Ho 24 anni e un informatore - che anni dopo sarà ucciso in un regolamento di conti - che mi regala scoop su scoop, a rischio della vita. 

Saviano ha bisogno dei miei articoli e degli atti processuali sui clan napoletani. In redazione, davanti a un collega che ne è testimone, gli consegno una montagna di fogli. Quando torna per restituirmeli, si lamenta: «Ho pagato 100 euro di fotocopie, mamma mia». A occhio e croce saranno state un migliaio di pagine. In Gomorra, si approprierà delle carte delle inchieste trasformandole in sue «indagini» e sue «osservazioni», e replicherà - lettera per lettera - i miei servizi su Scampia. Aggiungendoci, di suo, il collante della fantasia

Lui scrive il libro e io i miei reportage. Ogni tanto, ci sentiamo e ci vediamo. In una delle nostre conversazioni, gli racconto quel che la mia fonte mi ha confidato. E cioè che Cosimo Di Lauro avrebbe allungato un bicchiere con dell’urina a un killer del clan rivale, dopo averlo incontrato in ospedale. E lo avrebbe invitato a bere come prova di fedeltà. La scena diventerà leggendaria nella fiction Gomorra («Biv, famm capi’ se mi posso fida’ ’e te»). Ecco, quella è una storia che io non ho scritto perché non avevo riscontri; lui l’ha riportato invece fedelmente in Gomorra, con altri articoli copiati da bravi colleghi. Ed è diventato famoso.

Se per Pablo Picasso copiare è un’arte, insomma, per Saviano è un’abitudine. La Cassazione ha riconosciuto in Gomorra il plagio di articoli pubblicati dai quotidiani Cronache di Napoli e Corriere di Caserta.

L’elenco degli «ispiratori» di Roberto, però, è molto più lungo. Il settimanale albanese Investigim lo ha accusato di aver saccheggiato un numero speciale sui rapporti tra la polizia segreta Sigurimi e i clan campani. Lo scrittore Giampiero Rossi ha ritrovato interi passi dei suoi libri sull’allarme amianto a Casale Monferrato nello show su La7, Vieni via con me, recitati da Saviano. Stessa cosa per il giornalista di Oggi Andrea Amato, che ha riletto ampi stralci di una sua inchiesta sulla ’ndrangheta in un reportage dello scrittore su Repubblica; il contributo del cronista Giovanni Tizian al testo di un rapporto di Legambiente sulle ecomafie è stato depredato da Robertino nella prefazione a sua firma. Infine, Gianluigi Nuzzi su Libero gli ha scritto: «Non ci ha citati, pazienza. Anzi, peccato. Era l’occasione per mettere a tacere chi lo accusa di fare “copia-incolla” degli articoli di giornalisti, magari locali, che si infilano nei vicoli della camorra per capire e scrivere. Senza scorta?». 

Giornalisti come quelli che hanno fatto sul quotidiano Roma lo scoop sulla figlia del boss Gaetano Marino, ospite in una trasmissione Rai. Saviano se n’è accorto appena un anno dopo e (senza citare la fonte) ha rilanciato la notizia su Twitter.


(Articolo pubblicato nel n° 49 di Panorama in edicola dal 21 novembre 2018 con il titolo "Simone Di Meo: «Quell'ispirazione per Gomorra, trovata leggendo le mie fonti»)

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