Salvini e i rom: prove di democrazia autoritaria

Anche il Terzo Reich perseguitò ebrei e rom senza bisogno di abolire la Costituzione democratica di Weimar. L’Italia verso la democrazia autoritaria

Matteo Salvini

Matteo Salvini durante il Congresso confederale dell'Ugl, 22 febbraio 2018, Roma. – Credits: ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

Alessandro Turci

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I concetti espressi da Matteo Salvini sui rom sono assurdi. Ma assurda è anche la posizione di Luigi Di Maio quando sostiene “che se una cosa è anticostituzionale non si può fare.” Perché, se lo fosse andrebbe bene?

La rozza uscita di Salvini e la banale pezza usata da Di Maio lasciano quindi interdetti. Occorre ricordare come la Germania nazista – il paragone non è ovviamente ad personam ma riguarda il contesto di crisi europea – si basò dal primo all’ultimo giorno del Terzo Reich sulla costituzione democratica della Repubblica di Weimar.

I capi del governo Conte dovrebbero quindi fare due più due: se la Costituzione non basta a fermare la guerra o a garantire il lavoro (questo dice la Carta), non basta da sola a scongiurare le persecuzioni razziali. Elementare.

I sondaggi possono anche dar ragione al duo verde-giallo, a Roma come a Valencia (dove non c’erano striscioni in lingua italiana ad accogliere l’Aquarius), ma questo non sposta di un millimetro il problema: la gremita Piazza Venezia del Ventennio insegna che il consenso serve spesso a ribaltare le aberrazioni in meriti.

Nell’atteggiamento di Salvini ci sono poi altri due fattori preoccupanti.

Il primo è una sorta di sindrome alla Recep Erdogan, cioè quella del leader non ancora totalitario ma “totale”, che spazia nelle sue esternazioni a 360 gradi: dall’immigrazione, al commercio, dalle tasse alle questioni etniche, dalla politica estera al voto amministrativo come capo politico di parte.

Salvini, in altre parole, ricorda i leader sovranisti della cosiddetta democrazia autoritaria non solo nella durezza dei concetti, ma anche nell’ego di un capo popolo che si occupa ormai di tutto, ben oltre le sue deleghe istituzionali.

Il secondo problema è come Salvini - qui certo dimostrando capacità politica a dispetto del suo omologo vice-premier – da un tutto sommato piccolo 17% ottenuto alle elezioni sia riuscito a diventare di fatto il capo dell’Italia, annichilendo l’anima riformista (se mai è esistita) del M5s.

Riguardo a quest’ultimo, potremmo chiederci se fosse stata questa la ragione del suo negarsi a qualsiasi alleanza prima d’ora. E cioè la consapevolezza di essere così debole dal punto di vista identitario che qualsiasi alleato avrebbe finto per annientarlo. Per sfortuna dell’Italia, il M5s ha trovato l’alleato che vuole cacciare i Rom dal Paese rammaricandosi per quelli italiani, che “purtroppo tocca tenerseli.” Una frase questa non smentita e pronunciata – Costituzione o meno – dal Ministro degli Interni della Repubblica. La debolezza di Weimar, appunto, insegna.

Come la triste vicenda dell’Aquarius, sfregiata con l’appellativo di “crociera” dallo stesso Ministro, anche la schedatura dei Rom contiene ripercussioni che vanno oltre l’occasione. Se Salvini e Di Maio non capiscono cosa vuol dire, Conte ha studiato e dovrebbe capirlo. In essa la causa efficiente e l’ostacolo sono inscindibili e con un M5s a encefalogramma ormai piatto, rimane solo Salvini come leader totale di un’Italia che sta facendo le prove generali per la democrazia autoritaria. 

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