Ruby ter: torna a Milano un pezzo del puzzle

In maggio Panorama.it aveva criticato l'assurdo “spacchettamento” del processo in sette tronconi. Ora la Procura di Torino fa dietro-front

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Milano, 17 maggio 2013: Karma El-Mahroug, soprannominata "Ruby the Heart Stealer", durante una pausa del processo che l'ha vista coinvolta – Credits: OLIVIER MORIN/AFP/Getty Images

Maurizio Tortorella

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Lo scorso 22 maggio, all’ultima conferma che il cosiddetto Ruby ter, ovverosia la terza appendice giudiziaria del famoso Rubygate, era stato “spacchettato” in otto diversi processi, aperti per di più in sette diversi tribunali, Panorama.it aveva sostenuto che quella soluzione fosse quanto meno azzardata (in realtà veniva azzardato il termine “follia”), e che s’imponesse una semplificazione.

Certo, è vero che nei confronti di Silvio Berlusconi la giustizia non sempre ha avuto una logica proprio lineare, negli ultimi 24 anni. Ma l’idea di trasformare un’unica ipotesi di reato in un’idra dalle sette teste, obiettivamente sembrava un po’ troppo. Tanto più che il Rubygate inziale, e cioè lo scandalo sessual-fangoso che nel 2011 aveva pesantemente contribuito a spodestarlo dalla presidenza del Consiglio, per Berlusconi si era concluso in Cassazione con una sentenza di assoluzione con formula piena.

La giustizia ha voluto insistere, ipotizzando che il quattro volte premier avesse corrotto una trentina di testi tra le decine che parlarono a suo favore durante il processo originario. Inizialmente, l’accusa era stata concentrata nel tribunale di Milano, cioè là dove si erano svolti il primo grado e poi l’appello del Rubygate. Ma poi, come in una reazione chimica impazzita, nell’aprile 2016 da quel procedimento erano scaturiti altri otto processi: un altro era stato aperto a Milano, e uno a testa erano finiti nei tribunali di Roma, Torino, Siena, Bari, Pescara, Treviso e Monza.

Ora, dopo il ricongiungimento dei due processi milanesi deciso prima dell’estate, arriva una seconda conferma dei dubbi sollevati da Panorama.it quattro mesi fa: torna infatti a Milano anche il “troncone” di Torino del Ruby ter, quello che vede l'ex premier imputato di corruzione in atti giudiziari insieme con Roberta Bonasia, ex infermiera di Nichelino. Secondo l'accusa, la donna avrebbe testimoniato il falso in tribunale, a Milano, su quanto avveniva ad Arcore in cambio di circa 80 mila euro. Il pm torinese Laura Longo ieri ha ri-trasmesso ai colleghi milanesi il fascicolo: questione di competenza territoriale per via del luogo in cui sarebbe stato consumato l'ultimo presunto reato. Non Settimo Torinese, dove la donna nel 2015 avrebbe incassato 25mila euro, ma Milano, dove fino al 2016 Bonasia avrebbe usufruito in comodato gratuito di un appartamento.

Ora si spera che il sistema giudiziario trovi la stessa strada (e la stessa razionalità) per gli altri tronconi del Ruby ter sparsi qua e là. Del resto, i versamenti della presunta corruzione giudiziaria hanno tutti le stesse caratteristiche. Viene da domandarsi, inoltre, che cosa potrebbe accadere se un domani, tra tutti quei processi, una giuria di tribunale dovesse convincersi che il reato (lo stesso, identico reato!) non è stato commesso, mentre un’altra giuria dovesse propendere per la tesi opposta.

Ovvio, poi si andrà in appello, e infine in Cassazione, dove i supremi giudici si troveranno sette sentenze da valutare, magari difformi tra di loro. Che cosa faranno, gli ermellini, per decidere: tireranno i dadi?

C’è poi un problema tutt’altro che secondario. E riguarda i versamenti, che hanno riguardato più o meno una trentina di invitate ad Arcore. È stata la magistratura a scoprire pagamenti versati loro in contanti e in nero? No: è stato Berlusconi a rivelarlo, nel 2013, e a rivendicarne pubblicamente la bontà e la correttezza. Si tratta inoltre di pagamenti eseguiti attraverso bonifico mensile, che il Cavaliere aveva allora deciso di attribuire alle donne in quanto erano state sottoposte (proprio per colpa dell’inchiesta sul Rubygate) a una gogna infernale, che ne avevadistrutto  la vita e il lavoro.

È da quel mensile come risarcimento, insomma, che tutto è partito. Un’improbabile “corruzione via bonifico”, rivendicata pubblicamente come atto di generosa tutela da parte del presunto corruttore. Difficile convincersi che si trattasse di una violazione del codice. Tanto che gli avvocati del Cavaliere, quando si ipotizzò l’inizio dell’inchiesta sul “Ruby ter”, scherzando, dissero che la Procura di Milano aveva inventato “il reato di generosità”.

La storia, comunque, è ancora a metà. Statene certi, purtroppo ne vedremo delle belle.

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