Rosarno, il luogo in cui la "pacchia" non ha diritti

Dove Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni, è stato ucciso a colpi di pistola vive in modo disumano un popolo di invisibili

Soumayla-Sacko

Un momento del sit-in di protesta a Napoli a seguito dell'omicidio di Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni, uccisio a colpi di fucile a San Calogero (Vibo Valentia) 4 giugno 2018 – Credits: ANSA/ CIRO FUSCO

Sara Dellabella

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Benvenuti a Rosarno, terra di pacchia.
Se ne sarà accorto anche Soumayla Sacko che sabato 2 giugno è stato ucciso a colpi di pistola, mentre insieme ad altri due migranti stava cercando delle lamiere in una fabbrica abbandonata. Gli inquirenti che stanno indagando sul delitto ci diranno se Sacko è stato vittima di un tiro al bersaglio o era una vittima designata per il suo impegno nel sindacato a tutela di quei lavoratori invisibili che ogni giorno lavorano nella Piana di Gioia Tauro.

Alle condizioni di vita e lavoro disumane si aggiunge anche la costante catena di violenza e abusi che questi uomini sono costretti a subire nell’indifferenza generale. A ottobre dell’anno scorso, i carabinieri hanno arrestato un gruppo di ragazzi che si divertiva ad investire i migranti in bicicletta o a colpirli con delle mazze. Come fossero dei birilli e non delle persone.
L’omicidio di Sacko ci riporta ancora una volta a Rosarno, otto anni dopo la prima rivolta dei migranti sfruttati nei campi. In mezzo probabilmente non c’è stato nulla. Il racconto è sempre quello di un popolo di invisibili che lavora a pochi chilometri da uno dei porti più importanti del Paese e dove vengono raccolti gli agrumi che finiscono nelle bevande delle multinazionali. Per questo ha ragione il giornalista Antonello Mangano quando nel suo libro “Ghetto economy, cibo sporco di sangue” scrive “tutti parlano di emergenza. Come fosse un terremoto e non la raccolta di mandarini”.

Quello del caporalato è un fenomeno che non riguarda solo il sud, ma che riguarda tutto il territorio nazionale, che coinvolge tanto gli stranieri come gli italiani che soprattutto al sud si arrangiano come possono.
Dopo giornate passate sotto il sole per 2 euro a cassetta, questi migranti che arrivano nella Piana in salute si ammalano poi per le pessime condizioni abitative e lavorative. Alcuni sono ospitati nelle tendopoli della protezione civile, ma altri vivono in baracche di fortuna, sovraffollate e senza servizi igienici.

A descriverne le condizioni nella Piana di Gioia Tauro è il rapporto “I dannati della Terra” a cura dei Medici per i Diritti Umani (Medu) presentato a Roma lo scorso maggio. Dei pazienti incontrati il 43 per cento vive nella vecchia tendopoli, il 23,4 per cento nella fabbrica occupata, il 13 per cento nella nuova tendopoli e il 9 per cento nei casolari abbandonati della Piana. Come il migrante ucciso, circa il 92 per cento delle persone presenti è regolarmente soggiornante e con una tessera sanitaria, peccato che quasi nessuno conosca l’utilità di quel tesserino. Chi nel paese di origine non aveva diritti, non si aspetta di averne. Medu ha assistito circa 484 persone, realizzando 662 visite mediche che hanno curato patologie legate alle precarie condizioni di vita e lavoro, alcuni “presentano segni riconducibili a torture e trattamenti inumani e degradanti”.

Si torna a parlare di Rosarno e di questo pezzo di mondo solo quando succede qualcosa. Negli ultimi 8 anni tutto è rimasto sommerso e rimosso dal dibattito pubblico. Così sono i Medici per i Diritti Umani a tracciare il ritratto più stringente di questo pezzo di economia italiana “oggi più che mai la Piana di Gioia Tauro è il luogo dove l’incontro tra il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioni nelle gestione del fenomeno migratorio nel nostro Paese e i nodi irrisolti della questione meridionale produce i suoi effetti più nefasti”.
Così Soumayla Sacko come Jerry Masslo ucciso nel 1989 a Villa Literno, anche lui impegnato nel sindacato, diventano i nuovi Giuseppe Di Vittorio, i nuovi testimoni di un mondo di lavoratori invisibili che chiedono più diritti.
E chi rimane, come Aboubakar Soumahoro, dirigente del sindacato autonomo Usb si trova a dover rispondere al ministro dell’Interno. "A Salvini vogliamo dire che la pacchia è finita per lui, perché risponderemo. Per noi la pacchia non è mai esistita, per noi esiste il lavoro".
Una bella pacchia, senza diritti.

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