Cronaca

Il favorito del signor Rossi

Il magistrato che si è occupato dei casi giudiziari di Pier Luigi Boschi è stato allontanato dalla Procura di Arezzo dal Csm per "compromissione del requisito di indipendenza"

Pier-Luigi-Boschi

Antonio Rossitto

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Il procuratore smemorato ha perso anche la strada maestra. Dopo lunga e impervia istruttoria, Roberto Rossi è costretto a lasciare Arezzo, già feudo di Maria Elena Boschi. L’ha deciso il Csm, letta l’infuocata relazione di Pier Camillo Davigo, principe degli inquisitori di Palazzo dei Marescialli. Quindici pagine che ricostruiscono una storia in cui le gesta del magistrato s’aggrovigliano con il deposto governo renziano. Il tramite è Pier Luigi Boschi, padre della vestale di Italia Viva: come rivelato da Panorama a gennaio 2016, il pm aveva più volte indagato e chiesto la sua archiviazione. Proprio mentre avanzava l’inchiesta su Banca Etruria, che in seguito avrebbe coinvolto pure papà Boschi. E proprio mentre il Dipartimento affari giuridici della Presidenza del consiglio decideva di dare a Rossi due consulenze. La prima da 2.500 euro, per 21 giorni di lavoro. E la seconda da 5 mila euro.

«Compromissione del requisito dell’indipendenza da impropri condizionamenti» scrive la quinta commissione del Csm. Deliberando a stragrande maggioranza l’allontanamento di Rossi. Una decisione poi largamente approvata lo scorso 24 ottobre dal plenum di Palazzo dei marescialli. Gli «impropri condizionamenti» del resto erano già stati confermati dall’ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il 4 giugno 2019, viste «le molteplici criticità», l’ex guardasigilli negava la riconferma a Rossi. L’incarico extragiudiziale ottenuto in epoca renziana «avrebbe potuto coinvolgere un familiare di un importante esponente del governo», come in effetti accadde a febbraio 2016. Dunque, il procuratore doveva rinunciare alla consulenza. O, in alternativa, al fascicolo. 

Per capire meglio l’ennesimo groviglio tra politica e magistratura bisogna però tornare all’agosto 2013, quando Rossi riceve il primo incarico, a titolo gratuito, mentre il premier è Enrico Letta. Il togato assicura al Csm: nessuna interferenza sui provvedimenti in corso. Permesso accordato. Ma a gennaio 2014, come ricostruisce la delibera della quinta commissione, cominciano le indagini pure su Banca Etruria. E a maggio 2014, Boschi senior, mentre la figlia è ministro, diventa vice presidente dell’istituto. Poco dopo, a luglio, scade la consulenza del magistrato. Ma anche il nuovo governo vuole continuare a servirsi dei suoi servigi. Gli viene proposta una proroga: stavolta però è previsto un compenso di 2.500 euro. Cifra tutt’altro che disprezzabile, se parametrata alla modesta durata dell’incombenza: appena 21 giorni, dal 10 al 31 dicembre 2014. E in cosa consiste questa prestigiosa e irrinunciabile consulenza? Pareri su diritto e procedura penale. Servivano solo a «colorare» il curriculum, derubricherà l’interessato. Versione che convince poco il Csm. Se era davvero così irrilevante, perché il pm non ha rinunciato alla mansione?

Nella relazione Rossi viene criticato anche per la scelta di autoassegnarsi i procedimenti su Etruria. Scelta, spiega però lui al Csm, dettata dal buon animo: «Ho pensato che tra i compiti del procuratore ci sia quello di prendersi le rogne e non di distribuirle ai sostituti». Durante le indagini, Rossi riceve un’altra proroga dal governo renziano. Con un decreto del 24 febbraio 2015, firmato dalla Presidenza del consiglio, viene concessa la terza consulenza, dal 24 febbraio al 31 dicembre 2015. Oltre alla durata, pure l’importo lievita: 5 mila euro. Il doppio di quanto elargito in precedenza.

Il bubbone scoppia proprio mentre quell’incarico volge al termine. A fine 2015 l’ombra del conflitto d’interesse s’allunga sul magistrato e il Csm apre un fascicolo per valutare il suo trasferimento. Rossi, ascoltato a Palazzo dei Marescialli il 28 dicembre 2015, dichiara però di non aver mai conosciuto nessuno della famiglia Boschi. Il procedimento s’avvia così placidamente verso l’archiviazione. Ma il 20 gennaio 2016 viene diffusa l’anticipazione di un’inchiesta di Panorama: «Da cui emergeva» scrivono adesso i cinque membri del Csm «la pregressa trattazione da parte dello stesso Rossi di procedimenti penali in cui risultava indagato lo stesso Boschi». Panorama rivela: il pm in passato ha investigato sul padre del ministro, chiedendo poi l’archiviazione. I reati ipotizzati sono turbativa d’asta, estorsione e dichiarazione infedele per l’acquisto della Fattoria di Dorna, un grande podere vicino ad Arezzo. Nell’inchiesta il procuratore ordina persino una perquisizione nella casa di Laterina. E i finanzieri, durante l’operazione, identificano anche moglie e figli dell’ex banchiere. Peccato che il magistrato al Csm avesse assicurato: «Dei Boschi non conosco neanche la composizione del nucleo familiare».

Boschi senior viene indagato da Rossi nel gennaio 2010. Il suo ruolo nell’acquisto della tenuta è determinante. Prima, nell’ottobre 2007, da presidente del cda della Valdarno superiore, compra i 303 ettari per 7,5 milioni. Un mese più tardi la sua cooperativa indica che l’acquisto sarà fatto dalla Fattoria di Dorna, azienda agricola creata il 29 novembre 2007. Boschi ne è socio al 90 per cento: la quota, sei mesi più tardi, scenderà al 34 per cento. Le altre azioni sono invece in mano a Francesco Saporito, un imprenditore immobiliare calabrese. La Finanza, in un’informativa inviata alla Procura di Arezzo il 21 gennaio 2010, lo segnalava come referente, assieme alla famiglia, «di organizzazioni malavitose riconducibili alla ’ndrangheta».                                    

La società di Boschi e Saporito, acquistata la tenuta, cede alcuni lotti a privati e istituzioni. Una di queste compravendite convince Rossi a contestare a Boschi senior anche il reato di estorsione. Avrebbe avuto da un acquirente 250 mila euro in nero. Un reato implicitamente ammesso dallo stesso Boschi che, ad aprile del 2014, paga una multa di quasi 40 mila euro all’Agenzia delle entrate. Dopo le rivelazioni di Panorama, l’istruttoria sul pm viene prima riaperta e poi richiusa. E a luglio 2018 il Consiglio giudiziario di Firenze dà il via libera alla conferma del procuratore.                        

La resa dei conti però è stata solo rinviata. Rossi ha annunciato ricorso al Tar. Si dice vittima di una decisione «ingiusta, illogica e contraddittoria». Quella consulenza, sostiene, s’era conclusa prima dell’inchiesta su Etruria. Intanto, il ruolo di Boschi senior nel crac della banca continua a sfumarsi. Due settimane fa, è stata archiviata l’accusa di bancarotta fraudolenta per la mancata fusione con la Popolare di Vicenza. E a febbraio 2019 l’ex vicepresidente dell’istituto era uscito di scena dall’indagine per «falso in prospetto» e «ricorso abusivo al credito».

Restano aperti filoni minori. Uno riguarda la liquidazione dell’ex direttore generale Luca Bronchi, per cui però la procura aretina ha chiesto un’altra archiviazione. Mentre lo scorso giugno è stata chiusa l’inchiesta su alcune consulenze da centinaia di migliaia di euro. Un altro rivolo destinato ad asciugarsi, sussurrano nel palazzo di giustizia aretino. Ma Rossi, quel giorno, potrebbe essere già lontano.  

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