Rifiuti: perché in Italia sono un problema

Viaggio fra veti, preconcetti e sottovalutazioni che rendono ardua (specie da Roma in giù) una corretta gestione dei rifiuti

Roma rifiuti emergenza

10 maggio 2017. Rifiuti in piazza Bologna a Roma. – Credits: ANSA/ ANGELO CARCONI

Stefano Caviglia

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Messa peggio di Roma, in prospettiva, c’è solo Palermo, la cui discarica, nella frazione di Bellolampo, avrebbe dovuto chiudere a fine gennaio ed è rimasta attiva solo al prezzo di destinare altrove i rifiuti di tutti gli altri comuni della provincia, con l’eccezione di Ustica.

Perfino Napoli se la cava meglio, grazie all’inceneritore di Acerra, imposto a suo tempo manu militari e ormai accettato dalle popolazioni che nel 2004 lo contestavano, bruciando cassonetti in mezzo alla strada. È una delle cose che saltano agli occhi di fronte al «patchwork» assurdo dello smaltimento dei rifiuti in Italia. La sua mappa racconta come lavorano da decenni regioni e comuni in questo settore cruciale. E riserva più di una sorpresa.

La regola generale è che il Nord si comporta di gran lunga meglio del Sud, anche se dentro questa divisione vivono situazioni molto diverse che danno origine a flussi regolari di immondizia da una regione all’altra, quasi sempre senza clamore. A Milano, Torino, Bologna, Venezia, Bolzano e Udine, per parlare delle grandi aree urbane, il ciclo è tutto in casa e funziona come un orologio: raccolta-incenerimento-produzione (redditizia) di energia. Non si può dire lo stesso di Genova e Firenze, che smaltiscono solo in parte nei rispettivi territori e cercano invano da anni una destinazione stabile e sostenibile ai loro rifiuti. Esattamente come Roma o Palermo.

L’azienda fiorentina per la nettezza urbana (Alia) combatte per poter realizzare un termovalorizzatore a Sesto Fiorentino (ultima udienza il 19 dicembre scorso, sentenza attesa fra gennaio e febbraio) e quella genovese (Amiu) è costretta ad affidarsi di nuovo alla vecchia discarica di Scarpino, di cui è prevista la riattivazione a maggio prossimo senza neppure l’impianto di pre-trattamento, che se va bene ci sarà solo dal 2021.

Nel frattempo i rifiuti genovesi vengono distribuiti fra gli inceneritori della A2A in Lombardia, le discariche liguri di Vado Ligure e Varazze e gli impianti di trattamento delle discariche del Piemonte (fra cui quello di Aral ad Alessandria); quelli fiorentini vanno nei termovalorizzatori di Bologna, Rimini e Forlì della società Hera, oltre che nelle discariche di Pisa e Livorno. Né GenovaFirenze rispettano lo spirito delle direttive europee, naturalmente, ma rispetto a Roma possono almeno consolarsi per il fatto di non avere (ancora) l’immondizia in mezzo alla strada.

Meglio di loro se la cava Cagliari, dove l’inceneritore della zona industriale della città, ancorché vecchio e costoso, è più che sufficiente per tutto il sud della Sardegna. Bari è un caso singolare che mischia elementi positivi e negativi: la maggior parte dei suoi rifiuti finisce in discarica, come accadeva a Roma prima della chiusura di Malagrotta e a Napoli finché è durata quella di Pianura, ma prima di arrivarvi passa per gli impianti di trattamento meccanico-biologico di cui è disseminata la Puglia, che li rendono quasi innocui.

Infatti non generano proteste e danno pure una mano a Campania e Lazio. Reggio Calabria smaltisce per lo più nel termovalorizzatore di Gioia Tauro, appena sufficiente alla bisogna, tant’è che la Regione si appresta a respingere, causa impossibilità, le richieste di aiuto della Sicilia. Eppure quando la conferenza Stato-Regioni chiese il raddoppio dell’impianto, nell’aprile 2016, la stessa Calabria ha risposto di no, dicendo che non ce n’era bisogno.

«Autosufficienza» e «prossimità» sono le due parole chiave delle direttive europee che mettono alla prova molte città italiane. Vogliono dire che i rifiuti andrebbero smaltiti il più possibile vicino ai luoghi in cui si producono, nel cosiddetto «ambito territoriale ottimale», coincidente più o meno con la provincia, ma estendibile fino alla Regione. Fuori dai confini ragionali i rifiuti non dovrebbero mai andare, ma la regola è stata considerata finora parecchio elastica (anche l’Ue conosce i suoi polli), visto che per scavalcarla basta un accordo interregionale. E con un trattamento anche sommario che cambi la tipologia del rifiuto dal codice europeo 20 al 19, si può saltare anche quello. La sostanza è che a tenersi davvero i rifiuti in casa sono solo le città che hanno scelto di passare dalle discariche ai termovalorizzatori, per altro con discreti risultati economici.

 Già, perché le amministrazioni e i privati che si offrono di risolvere i problemi di chi non sa dove mettere l’immondizia non lo fanno certo per altruismo. Il costo dello smaltimento dei rifiuti da una regione all’altra oscilla fra i 110 e i 150 euro a tonnellata, senza considerare il trasporto, che chiaramente varia in base alla distanza. Un fardello non da poco per i bilanci dei comuni «esportatori» di immondizia e al tempo stesso una mano santa per i costosi impianti all’avanguardia (che non generano cattivi odori e, fino a prova contraria, non inquinano) costruiti negli anni dalle ex municipalizzate oggi partecipate dai comuni, alcune delle quali quotate in borsa. Oltre che per i trasportatori, ovviamente.

Non per niente nessuno ha protestato (a parte le polemiche elettorali e i regolamenti di vecchi conti interni al Movimento 5 Stelle) di fronte all’accordo, poi annullato, per portare i rifiuti di Roma negli impianti Iren in Emilia Romagna. E nessuno si lamenta per quelli di Firenze e di Genova diretti in Lombardia (dove c’è A2A), in Piemonte (Iren) o in Emilia Romagna (Iren e Hera). Anche in Puglia i rifiuti provenienti dalle altre regioni portano denaro, solo che in questo caso a guadagnarci sono soprattutto i proprietari privati delle discariche.

Stando così le cose, il primo tema all’ordine del giorno per il futuro è la crescita della raccolta differenziata, che chiaramente riduce in modo drastico la quota di rifiuti di cui preoccuparsi, dato che plastica, vetro, metallo e altri materiali industriali, una volta separati, sono venduti alle aziende che li riusano per nuovi prodotti.

La normativa europea indicava l’obiettivo del 65 per cento già nel 2012, poi spostato al 2020. Un risultato a cui fra le grandi città italiane solo le virtuose Milano e Venezia si stanno avvicinando, secondo i dati forniti per il 2016 dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, rispettivamente con il 57,6 e il 57 per cento. Le altre sono tutte più o meno lontane: dal 50,3 di Firenze al 42 di Torino e Roma, dal 33,5 di Genova al 36,7 di Bari e al 29,8 di Cagliari, fino al 7,2 per cento di Palermo.

Differenze enormi, come si vede. E c’è di più, perché se il ritardo è gestibile per chi abbia in casa un termovalorizzatore cui destinare i rifiuti indistinti (più o meno trattati) è invece gravissimo per chi sia costretto a calcolare ogni mese il tempo di vita residuo di una discarica o, peggio, a contrattare le quantità di rifiuti da mandare in giro in camion o in nave, come succede a Roma Capitale.

Dovrebbero essere proprio questi a correre a più non posso per avvicinarsi all’obiettivo «indifferenziato zero», ma non è così. Oltre che dall’efficienza delle amministrazioni e dal senso civico degli abitanti, la velocità della corsa dipende dai soldi che si è disposti a mettere sul tavolo. In una città come Roma ogni punto percentuale di aumento della differenziata costa almeno un paio di milioni di euro di investimenti in mezzi, personale e campagne informative. Ma nessuno in Campidoglio ha mai neppure parlato di dove andare a prendere queste risorse.

Nel frattempo, le decine di impianti tranquillamente in funzione in tante aree d’Europa e dell’Italia settentrionale, dove vanno da anni i rifiuti delle città italiane in emergenza, dimostrano che i termovalorizzatori sono la soluzione più efficace sia per il medio che per il lungo periodo. In caso di una crescita molto forte della raccolta differenziata potrebbero restare un po’ sottoutilizzati, ma con l’andazzo di tante città italiane è un rischio che appare piuttosto remoto.

Lo stesso indica l’esperienza di Napoli, che quando puntava solo sugli impianti intermedi (i cosiddetti Tmb o «tritovagliatori») ha accumulato nelle piazzole 6 milioni di tonnellate di rifiuti che sono ancora lì, mentre la gestione quotidiana è uscita dall’emergenza solo grazie alla determinazione dello Stato nel realizzare l’inceneritore di Acerra. Ma si tratta di un’eccezione che non sta facendo scuola. Da Roma in giù (e anche in qualche area del Centro-Nord, come si è visto) è radicata un’avversione verso gli impianti di combustione dei rifiuti che segnala linee di frattura profonde fra le diverse parti d’Italia e la dice lunga sul grado di fiducia dei cittadini verso le rispettive classi dirigenti. E poiché la programmazione nel settore dei rifiuti si compie nell’arco di anni, se non di decenni, è davvero difficile immaginare oggi come potrà essere colmato questo divario.

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