"Quando Mancino disse a Borsellino di fermare le indagini sui killer di Falcone"

La frase choc del fratello del giudice ammazzato dai mafiosi pronunciata durante un convegno sulla legalità ad Andria

Nicola Mancino

L'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino

Anna Germoni

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«Ritengo che quel 1° luglio 1992, quando ci fu l’incontro tra Nicola Mancino e Paolo Borsellino, mio fratello sia venuto al corrente della trattativa Stato-mafia. Non posso che intuirlo: Paolo parla con il ministro dell’Interno e questi gli dice che deve fermare le sue indagini sugli assassini di Giovanni Falcone perché lo Stato sta trattando con la mafia». 

È questa una delle frasi choc di Salvatore Borsellino, pronunciata il 31 maggio scorso durante un convegno sulla legalità ad Andria, presso l’auditorium della parrocchia del Santissimo Sacramento. L’incontro è promosso dalla Casa accoglienza Santa Maria Goretti e vi partecipa anche Saverio Masi, uno dei carabinieri della scorta del pm palermitano Antonino Di Matteo.

Il leader del movimento delle «Agende rosse» parla per oltre un’ora e accusa Mancino di essere il principale protagonista della morte del fratello. Frasi durissime: «Come pensate possa aver reagito Paolo» domanda retorico Salvatore Borsellino «di fronte a un rappresentante dello Stato che gli dice che deve fermare le indagini sull’assassinio di Falcone perché lo Stato sta trattando con l’anti-Stato? Paolo deve aver avuto una reazione così violenta, così assoluta, così terribile. Avrà minacciato anche di rivelare tutto all’opinione pubblica, avrà minacciato di perseguirla come reato. A quel punto non esisteva che una possibilità: eliminarlo. Eliminarlo in fretta».

Il fratello del giudice, insomma, non ha dubbi: il senatore Mancino è stato uno dei principali responsabili della strage di via D’Amelio. Sebbene ci sia un processo in corso a Caltanissetta, il Borsellino ter, che cerca di far luce su una delle stragi che nel 1992 ha sconvolto l’Italia. E sebbene sul banco degli imputati non ci sia alcun politico. Ma il fratello di Paolo Borsellino accusa ugualmente Mancino: «Perché nega quell’incontro, se non ha qualcosa che gli pesa sulla coscienza? Sempre che abbia una coscienza quest’uomo! Paolo sa e deve morire. La mafia lo aveva condannato a morte, ma non l’avrebbe ucciso solamente dopo 57 giorni dall’uccisione di Falcone. La mafia non fa mai omicidi così importanti a scadenza così riavvicinata. Ma portare avanti quella trattativa non sarebbe stato possibile con Paolo in vita. Così è stato sacrificato, insieme ai ragazzi della sua scorta».

La platea in piedi applaude entusiasta. Di processi non c’è bisogno: basta la parola del leader delle Agende rosse.

Il senatore Mancino, attraverso i suoi difensori Massimo Krogh e Nicoletta Piergentili Piromallo, dichiara a Panorama.it: «In occasione del mio insediamento ci fu una grande affluenza di persone che venivano a congratularsi e a cui strinsi la mano. Verosimilmente, strinsi anche la mano a paolo Borsellino con qualche convenevole di rito. Ma sicuramente in quella confusione non affrontammo nessun argomento di rilievo politico, d’altra parte inadatto a quella sede. Anche il giudice che lo accompagnava, dr. Aliquò, ha dichiarato ai pubblici ministeri di Palermo e di Caltanissetta che non ci fu nessun colloquio, ma solo una stretta di mano».

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