Lioce, una brigatista in lotta per il merluzzo

Detenuta in isolamento, la terrorista protesta per il cibo e le "condizioni inumane" in carcere

Nadia Desdemona Lioce in un'immagine di alcuni anni fa durante il processo per l'omicidio di Marco Biagi – Credits: GIORGIO BENVENUTI / ANSA-ARCHIVIO

Giorgio Sturlese Tosi

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Il merluzzo servito crudo, i canali della televisione, i contenitori di plastica e le razioni di detersivo che si possono tenere in cella. Eccoo le nuove battaglie di Nadia Desdemona Lioce, la leader delle Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente, condannata a tre ergastoli per gli omicidi, commessi con finalità di terrorismo, dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e del sovrintendente di Polizia Emanuele Petri.

L’irriducibile Lioce non è piegata da 11 anni di carcere ma, pur definendosi ancora una “militante”, ha decisamente cambiato fronte di lotta. Come si legge nei ricorsi, nelle istanze e nelle richieste che incessantemente scrive nella sua cella di isolamento con finestrella sul nulla, a cui si accede dopo un lungo corridoio sotterraneo, nel carcere dell’Aquila.

Si lamenta di poter tenere soltanto due libri e tre quaderni per volta, ma la carta non le manca per compilare, con scrittura ordinata, le sue rimostranze. Il regime di carcere duro, il 41 bis, le è stato prorogato fino al settembre 2015. Una decisione che Nadia Lioce non contesta (“sono una militante di un’organizzazione rivoluzionaria”), ma che avversa nelle sue estrinsecazioni, atte a “imporre una disciplina come supremazia del carceriere sul carcerato. Perché il prigioniero è ostaggio, prima, durante e dopo i soprusi che subisce”.

Nadia Lioce è l’unica detenuta non mafiosa tra le sole sette donne costrette al regime di carcere duro, tutte ospitate in un reparto del carcere dell’Aquila. Il regolamento prevede che possa dialogare con una sola compagna di detenzione. “Ma questo non accade – denuncia il suo legale, l’avvocato Carla Serra – da due mesi la Lioce ha potuto parlare soltanto tre ore con me e due ore con i propri familiari”. Una condanna al silenzio, dovuta alla lunga malattia della sua compagna di ora d’aria, che minerebbe l’equilibrio psichico di chiunque. Forse anche per questo la Lioce non trascorre un momento senza esercitarsi nelle sue proteste.

Scritte con la stessa maniacale precisione con cui annotava le armi da portare per compiere rapine e attentati o le regole da seguire per i contropedinamenti, le istanze della Lioce denunciano una forse inconscia e disperata volontà di rimanere aggrappata a qualcosa. Qualsiasi cosa. E allora ecco la articolata protesta, scritta nel maggio scorso al direttore del carcere, contro i merluzzetti serviti crudi, definiti immangiabili: “si chiede di sostituirli con una preparazione diversa, ad esempio cucinando i pesci impanati e fritti”.

Su ogni argomento la Lioce tira in ballo i diritti umani, persino sul detersivo che può tenere in cella e che invece le viene tolto di notte per scongiurare comportamenti autolesionistici (altamente improbabili per la Lioce). E quando le sue richieste non vengono accolte ed esaudite, ecco che Nadia Lioce batte la scodella di metallo contro le sbarre della cella: “una battitura sonora ed ossessiva”.

Inutili fino ad ora tutti i ricorsi presentati dall’avvocato Serra o direttamente dalla stessa Lioce per ottenere l’attenuazione di certe limitazioni. Per il ministero di Giustizia, che ha rinnovato il regime del 41 bis sulla base di vecchie sentenze ma anche di indagini ed informative dell’antiterrorismo, la Lioce “non ha mutato posizioni ideologiche, mantiene la leadership dell’organizzazione terroristica e c’è il pericolo concreto che riprenda contatti con altri militanti che potrebbero avere la disponibilità dell’arsenale dell’organizzazione, non ancora localizzato”.

Per gli esperti dell’Ucigos Nadia Lioce, se detenuta in regime ordinario, potrebbe riallacciare i rapporti non solo col cosiddetto fronte carcerario, cioè con gli altri terroristi in prigione, ma anche con i brigatisti non ancora individuati e tutt’ora a piede libero.

I giudici del tribunale di Sorveglianza di Roma e L’Aquila, invece, hanno criticato il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per la “lesione di diritti inviolabili” e “l’inaccettabile sacrificio della dignità umana”. Per l’avvocato Serra sono in gioco alcuni diritti fondamentali, compressi da un provvedimento – il 41bis – che dovrebbe essere transitorio che invece “mira ad annientare l’identità stessa dell’individuo detenuto”. La Lioce però, che si definisce “non morta”,  sa che ogni eventuale decisione che la riguardi è ancora soprattutto politica. Quindi non si fa illusioni. E continua la sua lotta quotidiana. Per vedere più canali alla tv o contro il merluzzo servito crudo.

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