Processo Yara, le domande di Marita a Bossetti, i dubbi in aula

La moglie dell'imputato racconta che il 26 novembre non ha notato nulla di strano. Ma allora perché lo tempesta di domande sulla sera in cui somparve la ragazza?

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La moglie di Giovanni Bossetti, Marita Comi, al suo arrivo in Tribunale, Bergamo, 24 Febbraio 2016. – Credits: ANSA/ PAOLO MAGNI

Carmelo Abbate

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La sera del 26 novembre 2010, quando Yara Gambirasio esce dalla palestra e sparisce nel nulla, Marita Comi, la moglie dell'uomo accusato dell'omicidio della tredicenne di Brembate, era a casa e non ha notato nulla di strano.

La donna si è presentata a testimoniare davanti alla Corte d'assise di Bergamo e ha raccontato che il marito è tornato alla solita ora e hanno fatto le solite cose di tutti i santi giorni: cena con i figli, televisione sul divano, computer, nanna.

 

Dopo aver ascoltato le sue parole, l'avvocato Andrea Pezzotta, che rappresenta la famiglia Gambirasio, ha opposto alla donna le parole pronunciate durante una visita in carcere al marito.

La conversazione, intercettata, è del 4 dicembre 2014 ed è riportata agli atti del processo.

Marita ha un diavolo per capello: “No, ne abbiamo parlato anche negli anni scorsi, ci ho pensato Massi...Eri via quella sera, non mi ricodo a che ora sei venuto, e non mi ricordo neanche cosa hai fatto...Perché all'inizio mi ricordo che eravamo arrabbiati, quindi non te l'ho chiesto. È uscita dopo per la storia, così della scomparsa. E non mi hai mai detto che cosa hai fatto".

In buona sostanza, Marita Comi sta dicendo che lei e il marito, negli anni precedenti l'arresto, hanno parlato più volte di cosa lui avesse fatto la sera in cui scompare Yara. Non nell'immediatezza, dice, perché erano arrabbiati.

Circostanza, questa dell'arrabbiatura, che trova riscontro oggettivo nei tabulati telefonici, che non fanno registrare nessuna attività tra lei e il marito nei giorni successivi alla sparizione della ragazza.

Ma quando la notizia della scomparsa monta sui giornali e le televisioni, ecco che Marita, stando alle sue parole intercettate, si rende conto che lui non le aveva detto nulla di quella sera.

L'ho voluto interrogare io stessa per capire se mi aveva mentito. Questa la spiegazione fornita dalla donna all'avvocato Pezzotta riguardo al piglio incalzante delle domande rivolte al marito in carcere. L'ho messo sotto stress e ho capito che mi aveva detto la verità.

Ci può stare. Il comportamento della moglie è plausibile. Ma il punto però è un altro.

Se, come stai raccontando al processo, la sera in cui scompare Yara non registri alcun atteggiamento o fatto anomalo in tuo marito, per quale motivo nei mesi successivi, negli anni successivi, a più riprese, anche in presenza di tuo fratello Agostino, gli chiedi conto di quella sera? E riesci a fissare in quei giorni perfino un normale, banale litigio fra marito e moglie.

Allora la domanda che pone Pezzotta è legittima: forse hai notato qualcosa di strano? Hai registrato un elemento di distorsione rispetto alle normali abitudini? Superata l'arrabbiatura, quando si diffonde la paura generale del rapimento di Yara, dopo che nei primi giorni nell'opinione pubblica non si escludeva una fuga a casa di qualche amica, forse Marita Comi ha avvertito qualche stranezza nel marito al punto da pressarlo con domande su quella fatidica sera del 26 novembre?

Secondo Claudio Salvagni, l'avvocato difensore di Massimo Bossetti, non è possibile stabilire quando la donna rivolge queste domande al marito, e in ogni caso lo fa per aiutarlo nello sforzo di memoria.

Un aiuto nella colocazione temporale lo fornisce il fratello della donna, Agostino Comi, che a precisa domanda rivolta dalla corte risponde che queste interrogazioni vanno collocate non molto lontane dalla sparizione di Yara.

Dopo che hanno fatto pace, Marita vuole sapere che cosa ha fatto quella sera. E tutto ciò lo ricorda quattro anni dopo quando va a trovarlo in carcere.


 

 


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