Processo Mori-Obinu, l’avvocato Milio chiede l'assoluzione

I due ex ufficiali dell’Arma, sono accusati di non aver catturato Provenzano nel 1995. Assolti in primo grado oggi in Appello l’arringa del legale

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L'ed generale dei Carabinieri, Mario Mori – Credits: GIULIO NAPOLITANO/AFP/Getty Images

Anna Germoni

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Oggi a Palermo al palazzo di Giustizia nell’aula della corte d’assise d’Appello si è svolta la seconda arringa iniziata l’8 febbraio scorso, dell’avvocato Basilio Milio, difensore del prefetto Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di non aver catturato il boss Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995 a Mezzojuso, a Palermo.

In primo grado i due ex ufficiali dell’Arma erano stati assolti, “perché il fatto non costituisce reato”.  Il processo, iniziato cinque anni fa, da cui poi è scaturita l’altra inchiesta clone, quella sulla presunta trattativa Stato-mafia, si è sviluppato in 80 udienze con l’audizione di oltre 100 testimoni, alcuni sentiti anche due o tre volte nella stessa inchiesta.  

Il 18 gennaio scorso, durante la requisitoria, il procuratore generale, Roberto Scarpinato aveva chiesto la condanna di 4 anni e sei mesi per Mori e 3 anni e sei mesi per Obinu rinunciando all’aggravante mafiosa del capo d’imputazione. Quindi secondo la tesi accusatoria i due imputati dovrebbero esser giudicati per l’ipotesi di reato di favoreggiamento semplice con il dolo generico.

Una sorta di “resettazione” del processo, per evitare di sovrapporre le due inchieste in corso, nate però sempre dallo stesso filone: la mancata cattura di Provenzano nell’ottobre del 1995. Anzi in verità, iniziate con l’inchiesta sulla mancata perquisizione del covo di Riina, che ha assolto Mario Mori e Sergio De Caprio nel febbraio del 2006 e divenuta irrevocabile a luglio dello stesso anno.

PUBBLICA ACCUSA
L’impianto accusatorio si basa come ha dichiarato il dottor Roberto Scarpinato, su  “un filo rosso” di cui si è reso protagonista “Mori, dalla inquietante vicenda della mancata perquisizione del covo di Riina alla incredibile vicenda di Terme di Vigliatore, della fuga di Santapaola, alle condotte favoreggiatrici negli anni 95 e 96 ”. Per la Procura Generale, Mori avrebbe “perseguito interessi e scopi extra istituzionali non imputabili allo Stato e come tali destinati a restare segreti e non confessabili”.

Scarpinato iniziando dal “grave episodio del 1993 (per la mancata perquisizione del covo di Riina, nel quale Mori e De Caprio sono stati già processati e assolti con sentenza inappellata dalla Procura e divenuta irrevocabile nel luglio del 2006).

Ma anche qui si continua, contrariamente allo stato di diritto sancito dalla Costituzione nel non rispettare una sentenza di assoluzione divenuta irrevocabile nel luglio del 2006 a carico di Mori e del capitano Ultimo, proprio per la mancata perquisizione del covo di Riina.

Il procuratore generale ha  sostenuto nella sua requisitoria che “Mori la fa franca per il rotto della cuffia, perché l'arresto di Riina gli ha offerto una sorta di scudo protettivo stellare”, e proprio in vista di tale condotta “Mori continuerà sistematicamente a reiterare le stesse identiche violazione dei doveri e delle regole di Stato”.

Scarpinato, continuando a soffermarsi su un processo che è divenuto irrevocabile, continua a parlarne, pur sapendo che non può farlo, affermando che “se quella perquisizione (covo di Riiina, ndr)  fosse stata eseguita, la Magistratura poteva venire in possesso di documenti scottanti perché non riguardavano solo le vicende e i personaggi interni a Cosa Nostra”, ma che “potevano svelare gli arcani imperi, i segreti di un potere che declinandosi con tanti volti, quello dell'ex Presidente del Consiglio Andreotti, quello dell'ex vertice dei servizi segreti di Contrada, quello dell'ex alto componente del Commissariato Ignazio D'Antona e tanti altri che grazie a Mori non sapremo mai chi sono”.

Il prefetto Mori, viene accostato dal procuratore generale di Palermo a “un ripulitore”, a “un uomo da doppia identità, quella di Carabiniere” e “l’altra segreta, che proprio avvalendosi dei suoi poteri, della copertura, ha deviato in modo chirurgico, le procedure legali per assecondare occulti extra istituzionali”.

DIFESA MORI E OBINU 
Oggi la dura arringa conclusiva dell’avvocato Milio, che con stoccate di fioretto ha esordito subito riprendendo le parole del giurista Giovanni Fiandaca che accusava la Procura di Palermo di “ossessione del complotto”.

Con tono deciso, il legale dei due imputati, ha letto alcuni passi del giurista Fiandiaca, in particolare che  “sarebbe fin troppo facile, evocare perversi quanto indefiniti intrecci tra poteri criminali ed entità occulte (servizi segreti, massoneria deviata, finanza criminale) e avanzare il sospetto che neppure i magistrati dell’accusa siano immuni da quella sindrome nota come “ossessione del complotto”, che incessantemente alimenta - di epoca in epoca - le teorie cosiddette cospirative della storia: le quali tendono a spiegare avvenimenti che hanno cause plurime e complesse, e perciò difficili da individuare, come se fossero appunto frutto di diabolici disegni e di strategie unitarie nelle mani di Signori del male o del crimine”.  

Con voce ferma chiedendo la riconferma dell’assoluzione con la formula ”perché il fatto non sussiste” o “perché non costituisce reato”, il legale attraverso documenti e prove testimoniali inoppugnabili, ha ripercorso tutta la vicenda del mancato blitz a Mezzojuso per la cattura del boss Provenzano,  difendendo la correttezza istituzionale dell’operato dei suoi assistiti, accusando anche la Procura Generale di Palermo di “orientare la verità e di distorcerla”, operando così un “tentativo operato anche in Appello, con le richieste di produrre una serie di atti e di introdurre una serie di temi (Massoneria, Servizi deviati, vicende risalenti agli anni ’70, Golpe Borghese) che servono solo a spargere fumo”.

“Questo processo”, continua Milio, “si sta celebrando, perché sia il generale Mori sia il colonnello Obinu hanno rinunciato alla prescrizione” nonostante i magistrati “abbiano dato una spiegazione “fantasiosa”, delle ragioni alla base di questa scelta, parlando di un precedente, relativo al modus operandi, spendibile in futuro dalle Forze di Polizia per continuare ad operare nello stesso modo in futuro”.

Basilio Milio non ci sta e contrattacca evidenziano a rigor di logica, che “proprio tali processi determinano due effetti: far conoscere all’avversario le tecniche di indagine delle punte di diamante delle Forze dell’Ordine” oltre “a far sì che gli ufficiali di polizia giudiziaria preferiscano l’inerzia investigativa o l’esecuzione di tutto quanto chieda il Pubblico Ministero, per evitare problemi! Ma non sempre il P.M. ha il contatto operativo con la realtà!”.  

Durante quasi 5 ore di arringa difensiva, Milio ha polverizzato di nuovo il castello accusatorio della Procura di Palermo, che cerca di riabilitare il Colonnello Riccio, nonostante il Tribunale in primo grado, che ha assolto Mori e Obinu, abbia bollato proprio il Riccio come “inaffidabile, calunniatore e affetto da manie persecutorie”.

Per la Procura il Riccio, è fondamentale e altamente credibile. L’arringa difensiva, ha obiettato con sagacia a tale “patente di attendibilità del Riccio” le sue numerose contraddizioni rispetto alle testimonianze della dirigenza della Dia, in cui Riccio aveva prestato servizio, e quelle di magistrati illustri, come Giuseppe Pignatone, Gian Carlo Caselli e Teresa Principato che si occupavano proprio della cattura del boss Provenzano negli anni 1995 e 1996 alla Procura di Palermo, smentendo proprie le parole del Riccio.
 
Sempre di fioretto, l’avvocato Milio, ha minato, come del resto aveva già fatto il Tribunale di primo grado, la genuinità delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, come Lo Verso che viene “folgorato non sulla via di Damasco ma su quella dell’ultimo arresto”.

SMACCO PER LA PROCURA: il 41 bis venne rinnovato
Secondo la Pubblica Accusa nodo centrale dell’impianto accusatorio sarebbe l’ammorbidimento del regime carcerario duro, adottato dal giurista Giovanni Conso, nel 1993.  Bisogna per dovere di cronaca che con due sentenze della Consulta, una a luglio del 1993 e una a novembre avevano bocciato l’inasprimento del 41 bis, sostenendo “che erano al limite dell’Incostituzionalità della legge”.

Invece per i magistrati palermitani, il mancato rinnovo di tale decreti sarebbe da addebitare al “patto scellerato tra uomini delle istituzioni con Cosa nostra”. I nominativi che vennero beneficiati, per quel famoso “ammorbidimento” tra cosa Nostra e Stato, sempre per la Procura di Palermo, furono Spataro, Spina, Fidanzati, A. Di Carlo, Vitale, Geraci, Farinella, Tasca, Dominante, Grassonelli, Miano.

L’avvocato Milio agli “espedienti dialettici” della Procura, ha risposto: “Ho scoperto che a queste persone il regime carcerario duro venne riapplicato!!! A Di Carlo, dopo 2 mesi; a Geraci dopo tre giorni; a Farinella dopo 9 mesi; Spina, dopo due mesi e mezzo. Tasca e Vitale vennero scarcerati non di certo da Conso! A Grassonelli il 41 bis venne riapplicato dopo 3 giorni e a Miano dopo due mesi. Per quanto riguarda Fidanzati uno lo tolse Conso e al fratello il tribunale di Sorveglianza. Stessa cosa per Spataro. La Pubblica Accusa, ovviamente, non si è nemmeno preoccupata di indagare su tali nominativi!”.

Una e vera propria batosta per i magistrati che conducono tali processi. Infatti per la tesi accusatoria nei confronti dei due ex ufficiali dell’Arma risulta un elemento centrale la mancata proroga del carcere duro ad alcuni esponenti della criminalità organizzata. Mori e Obinu sarebbero “rei di aver fatto pressioni ai vertici politici affinché il carcere duro, sia stato disapplicato e non rinnovato a tali persone”. Ebbene risulta il contrario, come ha dimostrato in aula, l’avvocato Milio. I 41 bis vennero riapplicati. Quindi quale “ammorbidimento” in nome di una trattativa?

I PROCESSI INFINITI
“È una persecuzione giudiziaria della Procura di Palermo che dura da vent’anni” ha detto Milio ai giudici, “Siamo al terzo processo. Nel frattempo sarebbero stati aperti altri due procedimenti contro i noti ignoti ma che riguardano vicende attinenti al passato del generale Mori al Sid (1972 ndr) e quando era a capo del Sisde”.  

Poi l’affondo finale: “Se eliminiamo (come ha fatto la Procura generale) la “ragion di Stato”, l’aggravante di mafia, l’aggravante teleologica, cosa rimane? Devo desumere che o non hanno favorito Provenzano ovvero, se vi è stato favoreggiamento, esso è stato dovuto ad una “simpatia” per Provenzano, peraltro come singola persona e non quale appartenente a cosa Nostra? O al fatto che il latitante è, mi perdonino tutti quanti, il “fratello spurio” di Mori o di Obinu? Ovvero perché entrambi sono improvvisamente “impazziti”? Inoltre secondo il dottor Scarpinato, Mori sarebbe stato assolto dalla vicenda del covo di Riina perché lì è risultata pagante la circostanza dell’arresto di Riina. Il legale di Mori e Obinu risponde: “Osservo che tanto ha pagato quel risultato investigativo, che ora Mori viene processato insieme a Riina. Che vergogna per uno Stato che assume essere di diritto!”. 

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