luciano segre giorno memoria shoah
Luciano Segre, 92 anni, ebreo torinese scampato alla Shoah.
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Cronaca

Luciano Segre: «Quando mio cugino Primo Levi tornò da Auschwitz»

Nel Giorno della memoria, la testimonianza di uno dei 46.000 ebrei italiani scampati alla Shoah. Cugino prediletto dell'autore di Se questo è un uomo, si salvò diventando partigiano a 14 anni. E ora che di anni ne ha 92, ricorda tutto con assoluta lucidità.

Gli ebrei italiani che durante la Seconda guerra mondiale si salvarono dall'Olocausto furono più o meno 46.000, secondo i calcoli del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano. Ma che cosa sapevano della Shoah che infuriava nell'Europa nazista? Per rispondere a questa domanda, Panorama ha intervistato uno di loro, il professor Luciano Segre. Ebreo torinese, cuginetto prediletto di Primo Levi, nato nel 1929, Segre a 14 anni è salito in montagna con i partigiani di Giustizia e libertà, a 19 anni è andato - uno dei pochissimi italiani - a combattere per il neonato Stato di Israele, a 25 anni ha vinto una cattedra alla prestigiosissima Humboldt, la storica università di Berlino. E adesso che di anni ne ha 92, è ancora lucidissimo. Nel Giorno della memoria, ha accettato di condividere con noi la sua personale memoria della Shoah.

Professor Segre, può raccontarci come venne a sapere dei campi di sterminio?

«Che ci fossero i campi di concentramento lo si era saputo dopo l'8 settembre 1943».

Solo dopo l'8 settembre? Prima non sapevate niente?

«Prima no. C'erano le leggi razziali, ma nessuno arrestava nessuno».

Ma non avevate neanche notizie dalla Germania?

«No. Qualcuno lo sapeva, ma noi no. Tutti pensavamo: "Veniamo arrestati, finiamo in qualche campo da qualche parte e poi alla fine della guerra ce ne torniamo a casa". Nessuno sapeva che sarebbero stati campi di eliminazione o cose di questo genere».

L'8 settembre che cosa cambiò nella vostra percezione?

«Cambiò il fatto che, essendo l'Italia occupata dai tedeschi, noi saremmo stati arrestati e messi in qualche campo. Allora molti ebrei si rifugiarono in luoghi lontani dalla loro abitazione. Alcuni riuscirono ad andare in Svizzera, anche se gli svizzeri in un primo tempo li respinsero e vennero poi arrestati dai nazisti... Nessuno però riteneva che esistessero campi di sterminio dove chi arrivava veniva gasato. Noi stessi non lo pensavamo. Io so di una signora torinese la cui figlia era stata arrestata, nel novembre 1943. Lei era andata al Comando tedesco a dire: "Ma perché mia figlia non torna a casa? Non c'è nessun motivo per cui voi la tratteniate". E loro: "Ah, lei è la madre?" E presero anche lei».

Terribile...

«Poi sono morte tutte e due. Nel caso della mia famiglia, mia madre, il mio fratello minore ed io ci siamo in un primo tempo rifugiati in una campagna delle Langhe, vicino a Murazzano, dopo di che abbiamo ricevuto una lettera anonima in cui si scriveva che se non lasciavamo una certa somma in un certo luogo saremmo stati denunciati».

Oddio.

«Al che noi andammo via immediatamente. Assieme a noi c'erano anche mia nonna e un mio zio con la sua famiglia, moglie e una ragazza, ma eravamo troppi: ci siamo dispersi in luoghi diversi. Tra l'altro mia nonna era molto anziana: l'abbiamo trasportata su un carretto. Non c'era altro sistema. Dopo di che noi siamo andati nell'Astigiano, vicino a San Damiano d'Asti, sempre in campagna, dove dopo un mese che eravamo lì, sono venuti tre fascisti delle Brigate nere per arrestarci: qualcuno ci aveva denunciato. Mia mamma, dopo una trattativa che è durata quasi tutto il giorno, ha dato loro tutti i soldi che avevamo e loro sono andati via, dicendo: "Non muovetevi di qui perché noi domani torniamo". Naturalmente appena si sono allontanati, siamo andati di nuovo via. E siamo andati sulla collina di Torino, dove conoscevamo una signora che si chiamava Zolla. Lei ci ha tenuto nella sua cantina per due o tre giorni, nel frattempo io sono andato ad Alpignano, una cittadina sopra Torino, dove c'era un mio cugino che era il medico condotto. Lui, che non era ebreo (aveva sposato una mia cugina), mi ha detto: "Vi accompagno a Val della Torre, sulle Prealpi torinesi, vicino alla Val di Susa. Lì è zona partigiana: mi sono già messo d'accordo con il mio amico medico condotto". Il dottor Pecetto, questo il nome del medico, ci ha accompagnato in una baita in montagna, dove siamo rimasti e abbiamo partecipato alla resistenza con i partigiani del luogo».

Lei e suo fratello era vate poco più che bambini.

«Io avevo 14 anni, mio fratello 12. Però con noi c'era anche mia mamma. Stavamo assieme ai partigiani della valle, una colonna di Giustizia e libertà. Per aiutarci, il podestà di Val della Torre, Vanfrido Olivotto, rilasciò addirittura una carta di identità falsa a mia madre».

Che compiti svolgevate lei e suo fratello?

« Poiché prima dell'8 settembre andavamo in montagna, eravamo abbastanza allenati a camminare. Quindi tenevamo i collegamenti con la vicina Valle di Susa, dove c'erano anche i partigiani garibaldini con cui collaboravamo. Però bisognava salire fin sulla montagna, in punta, dove c'era un colle, circa quattro ore di salita in mezzo ai boschi, e scendere dall'altra parte, verso Almese, Rubiana, due località della bassa Val di Susa. Noi andavamo avanti e indietro».

In quanti partigiani eravate?

«Eravamo 150 giellisti e altrettanti garibaldini. Quando c'erano rastrellamenti nazisti e si vedevano arrivare dal fondovalle camion e anche carri armati, la moglie del dottor Pecetto stendeva un lenzuolo sulla sua terrazza di casa. In tutta la valle i partigiani sapevano quindi che c'era un'emergenza e si disperdevano. Nell'inverno del 1944 vennero moltissimi nazisti: migliaia secondo i nostri calcoli. Noi eravamo solo 300. Allora ci siamo dispersi sulla montagna. Fra i partigiani c'erano molti meridionali, che erano venuti con noi con il dissolvimento dell'Esercito italiano. Ci siamo dispersi in luoghi sulla montagna, nascosti dietro grandi massi o cose del genere. Però dopo un po' di giorni dopo l'occupazione del paese da parte dei nazisti, ha cominciato a nevicare e a fare un grandissimo freddo. E moltissimi di questi nostri compagni del Sud, non abituati alle basse temperature, sono morti di freddo nella neve».

Letteralmente?

«Sì, sì: morti congelati. Solo dopo sono venuto a sapere di un bruttissimo episodio con protagonista un ragazzo del paese. Era il figlio di un negoziante. In cambio della promessa di chissà cosa, aveva fatto la spia, accompagnando i nazisti in tutte le case del paese e anche in qualche baita. I tedesbhi avevano poi ucciso tutte le bestie, ma anche alcune persone, e incendiato moltissime case e baite. Dopo un po' di giorni il ragazzo era tornato in paese. Avrà avuto 14 anni e i partigiani si erano posti il problema di cosa fare di lui. Tenerlo prigioniero non potevano, lasciarlo libero neanche, perché era pericoloso. Io non c'ero, ma so che venne fucilato dai garibaldini. Lo stesso padre aveva detto, in dialetto: "Maseulo, maseulo", ammazzatelo, ammazzatelo».

Lo spesso padre voleva che fosse ucciso?

«Sì, perché aveva fatto la spia ai nazisti. Io l'ho saputo dopo, per fortuna non ero presente. Ci furono episodi tragici per tutti».

Chi faceva parte della formazione partigiana?

«Non solo italiani: c'erano anche alcuni inglesi, imprigionati dai tedeschi e poi scappati. Io ne ricordo uno, simpaticissimo, che veniva sempre da mia mamma a chiedere: "Per favore, mi può stirare i pantaloni e farmi una bella riga?" Perché gli inglesi volevano essere sempre impeccabili, anche da partigiani in mezzo al fango e alla neve. Erano molto simpatici e molto gentili».

Ma che ferro da stiro usava? L'elettricità non l'avevate, vero?

«Era un vecchio ferro da stiro trovato in una baita, di quelli che si scaldavano sulle braci».

Gli inglesi rimasero con voi tutto il tempo?

«No. Sono stati accompagnati in Svizzera da un altro gruppo. E dalla Svizzera sono tornati in Inghilterra».

E voi?

«Noi siamo rimasti con i partigiani della valle, nonostante i grossi rastrellamenti, fino alla liberazione di Torino. Siamo andati a liberare Torino anche noi».

E in questo tempo non avevate avuto sentore dei campi di sterminio?

«Mentre eravamo in montagna, abbiamo ricevuto una lettera di una mia cugina. Ci informava che sua madre e un altro mio zio di Sanremo con la rispettiva bambina, Anna Luciana Norzi, erano stati arrestati e portati via dai nazisti. Poi dopo abbiamo saputo cos'era successo: subito dopo l'8 settembre '43 questa mia zia, con l'altro mio zio e la sua bambina (la mamma era morta un anno prima di tumore) si erano rifugiati in una baita sulle montagne sopra Sanremo. Poi, siccome non succedeva niente di speciale e in montagna faceva molto freddo, verso la fine di novembre erano tornati a casa. Invece una notte sono arrivati i nazisti: avendo in mano l'elenco di tutti gli ebrei (ogni Comune ce l'aveva, in seguito alle leggi razziali) hanno preso tutti gli ebrei di Sanremo, che poi erano poche persone, e li hanno portati in galera. Mia cuginetta però non c'era, perché i miei zii non si erano fidati di portarla a casa e l'avevano lasciata in custodia da una giovane donna che li aiutava con le pulizie. I nazisti si sono però accorti che mancavano all'appello alcuni bambini: anche altri erano stati messi in salvo. Allora hanno affisso dei manifesti, in cui dicevano che i bambini che volevano "salutare i loro genitori in partenza", si potevano presentare in una piazza a a un certo giorno e a una certa ora. Questa donna è cascata nella trappola e ha portato Anna Luciana a "salutare" il papà e la zia. Naturalmente hanno preso anche la bambina, che aveva 11 anni circa. La signora non si è mai perdonata di essere caduta in trappola: poi ha avuto una bambina e l'ha chiamata Anna Luciana».

Un sadismo agghiacciante, quello dei nazisti.

«Sì, ma anche di un commissario di polizia italiano. Normalmente ci si sarebbe aspettati che, non avendo trovato i bambini, li avrebbero lasciati stare. Invece no: i nazisti hanno voluto andare fino in fondo per poter deportare tutti, compresi i bambini».

E lei lo ha saputo da sua cugina.

«Sì, Betty Foa. Era la figlia di mia zia, quella arrestata a Sanremo. Siccome i nazisti erano andati ad arrestarli di notte, sua madre era riuscita a nasconderla dietro a una tenda. Poiché era buio, non fu vista. E in tal modo si salvò. In seguito divenne anche lei partigiana».

Tutti gli altri finirono ad Auschwitz...

«Sì, prima li portarono a Genova, poi in un campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi (Modena) e da lì ad Auschwitz, dove c'era anche mio cugino Primo Levi. Al suo ritorno, chiesi a Primo cosa potesse essere successo ai miei zii e a mia cugina. Lui rispose che le persone anziane, com'erano i miei zii, e i bambini, venivano gasati subito».

A proposito di Primo Levi, quando fu arrestato?

«Subito, nell'ottobre 1943. Era in un gruppo nascente partigiano, in Val d'Aosta, al Col de Joux. Non avevano quasi armi, non erano esperti. Qualcuno li ha denunciati e i fascisti sono andati su di notte, sulla mulattiera, e li hanno presi tutti, Li hanno messi in prigione ad Aosta. Siccome nessuno sapeva la fine che avrebbero fatto gli ebrei, Primo si è dichiarato lui stesso ebreo. A quel punto lo hanno portato nel campo di Fossoli e poi ad Auschwitz».

Quando ha saputo che Primo era ad Auschwitz?

«Prima della fine della guerra, da sua sorella e sua mamma che si erano rifugiate in un posto vicino a Ivrea, Torrazzo. Ovviamente noi non potevamo ricevere posta. A fare da tramite era questo mio cugino medico di Alpignano. A far giungere sue notizie era stato il suo amico muratore, di cui ha parlato abbondantemente in Se questo è un uomo, un civile che entrava e usciva dal campo di concentramento di Auschwitz. Lorenzo Perrone, il muratore piemontese, lavorava all'espansione del campo e gli portava ogni giorno una gamella di minestra. In tal modo gli ha salvato la vita. In suo omaggio, Primo ha chiamato i suoi figli uno Renzo, che adesso è professore all'Università di Torino, e la figlia Lisa Lorenza. Lorenzo Perrone era poverissimo, Dopo la guerra Primo cercò in tutti i modi di aiutarlo, ma lui rifiutò sempre perché trovava normale essersi comportato in quel modo».

Un Giusto.

«Un super Giusto. Ma anche mia nonna e mio zio, con la moglie e i du figli, dopo che eravamo stati denunciati nelle Langhe si erano rifugiati a Santena, vicino a Torino. Lì c'erano molti sfollati perchè a Torino bombardavano. Cercarono di confondersi con questi. A un certo punto passò un signore che aveva capito che non erano come gli altri. E chiese: "State per caso cercando una casa?" Loro si fidarono e dissero di sì. Rischiando, perché poteva essere anche una spia. Invece era il medico di Santena, il dottor Scamuzzi, che li ha tenuti tutti e cinque per oltre un anno in una camera nella sua casa. Anche lui dichiarato Giusto fra le nazioni».

Ma voi delle camere a gas quando avete saputo?

«Molto molto tardi. In pratica dopo la Liberazione».

Quindi ha saputo di Auschwitz da Primo Levi?

«Prima, perché mio cugino, dopo la liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa ci ha messo circa dieci mesi ad arrivare in Italia, come ha scritto nel libro La tregua. Delle camere a gas noi avevamo saputo all'arrivo degli Alleati».

Ci racconti il ritorno di Primo.

«Certo. Dopo la Liberazione, noi avevamo avuto in prestito una casa di amici a Torino e io giravo con una bicicletta con attaccato una specie di carretto, che ci serviva per trasportare le cose, cercare da mangiare in campagna... Quando mi è arrivata la notizia che Primo era tornato, ero così felice che mi sono messo a pedalare come un matto e sono finito per terra. Dopo di che non siamo saliti subito a casa di Primo: era appena tornato, volevamo lasciarlo con la mamma e la sorella. Siamo andati il giorno dopo ed è stato estremamente commovente».

E lui in che condizioni era? Sarà stato scheletrico...

«No, no. In tutte le sue peregrinazioni in Russia gli avevano dato da mangiare. Anzi, era molto gonfio. Di primo acchito, avevo pensato fosse grasso. Invece erano tutti liquidi. Prima di tornare normale gli ci volle un po'. Era arrivato a casa perché era riuscito a prendere un treno che da Monaco andava al Brennero e poi a Verona e di lì fino a Torino, dove è arrivato vestito come era prima, da ex deportato. Una delle cose che mi ha detto appena tornato, è stata: "Una cosa importantissima è avere delle buone scarpe, perché ci salvano la vita". Passavamo giornate e giornate insieme».

Ma lui raccontava volentieri? Di solito i reduci dei lager facevano fatica.

«Raccontava con grande fatica. Scriveva, invece. Ha trovato un lavoro ad Avigliana, all'inizio della Val di Susa, dove c'era una sede della Montecatini Duco: fabbricavano vernici. Lui stava lì tutta la settimana, aveva affittato una stanzetta. Lavorava a queste vernici come chimico e insieme scriveva su un quaderno Se questo è un uomo. Noi lo vedevamo nel fine-settimana. Sono anni che non dimenticherò mai».

E cosa accadde agli altri membri della sua famiglia?

«A eccezione dei tre morti ad Auschwitz, gli altri si sono tutti salvati. Per esempio due mie cugine sono rimaste addirittura a Torino, trasferendosi in un'altra parte della città. Noi siamo stati a Torino un giorno durante l'occupazione: siamo andati nella zona in cui abitavamo. Mia madre ha detto: "Dobbiamo mangiare qualcosa". Siamo andati da un gelataio che ci conosceva. Questo non ha aperto bocca: ci ha portato subito due uova fritte e del latte caldo. Aveva capito tutto. Non ha mai voluto essere pagato, neanche dopo la guerra».

Quindi avete trovato anche qualcuno che vi ha aiutato...

«Sì. C'erano delle spie, ma la grande maggioranza della popolazione appena poteva ci dava una mano. I contadini di montagna, che non sapevano nemmeno che esistevano gli ebrei, erano subito pronti ad aiutarci. Noi abbiamo mangiato da partigiani per quasi due anni quasi esclusivamente polenta e mele».

Come tutta la povera gente di montagna.

«Certo. Poi ogni tanto, quando qualcuno ci portava un vitello, mangiavamo un po' di carne. C'era una ragazza del paese che, ogni due tre giorni, ci portava un po' di cibo con la gerla».

A quasi 80 anni di distanza, lei è riuscito a capire come è stata possibile un'atrocità come la Shoah?

«Da allora ci si interroga come sia stata possibile in un Paese che era fra i più colti e civili d'Europa, il Paese di Beethoven e di Goethe... A Primo Levi è stato chiesto se quello che è successo sarebbe potuto ripetersi. E lui ha risposto: "Sì, a certe condizioni". Quindi lui pensava che esistessero condizioni in cui fosse possibile un fatto del genere. Tra l'altro, quando sono andato a insegnare all'Università Humboldt di Berlino Est, sono stato prima da lui. E gli ho chiesto: "Avrei questa cattedra a Berlino, ma ho molte remore ad andarci. Cosa ne dici tu?" E lui, che era stato spesso in Germania dopo la guerra, mi ha risposto: "Vacci subito. Il regime nazista è durato 12 anni, mentre la cultura tedesca fa parte della storia della civiltà"».


Ecco la traduzione in inglese dell'intervista, realizzata dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi:

https://www.primolevi.it/en/luciano-segre-when-my-...







Il fratello di Luciano Segre, Bruno Gad, in Israele, dove si trasferì dopo la Seconda guerra mondiale.

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