Cronaca

Porti chiusi, dalle inchieste dei pm

Corruzione, appalti pilotati, camorra. I dirigenti di molti scali sono nel mirino della magistratura paralizzando la nostra economia

Porto_Gioia_Tauro

Simone Di Meo

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Non esistono porti sicuri. Nel senso che, a dirigere uno scalo, si rischia di finire sotto la tagliola della magistratura che apre inchieste, ordina perquisizioni e, in alcuni casi, richiede anche le manette. È un’estate di tensione per i manager che guidano alcune delle Autorità di sistema portuali più importanti del Paese. Le indagini che li hanno colpiti tratteggiano un presunto scenario di compromessi illegali che al Sud si tinge di tinte fosche mafiose. Nel mirino dei pm sono finiti enti che, nel 2018, hanno movimentato complessivamente 180 milioni di tonnellate di merci e oltre 20 milioni di passeggeri. I «pistoni» dell’economia marittima italiana rischiano di fermarsi e mandare in blocco il motore.

A Napoli, Pietro Spirito, il presidente dell’Autorità di Sistema portuale del mar Tirreno centrale (diventato famoso perché guadagna più di Vladimir Putin e per il suo sostegno alla campagna «Porti Aperti») è indagato per concorso in turbativa d’asta e abuso d’ufficio. I pubblici ministeri, che lavoravano su un altro filone culminato nel maggio scorso con l’arresto per corruzione di imprenditori e faccendieri che facevano affari con gli appalti pilotati, lo hanno intercettato mentre sollecitava una funzionaria a far presto per il rilascio della concessione ex Cogemar al gruppo Tttlines. «Però se riusciamo a scamparcela questa volta, perché firmiamo rapidamente a metà settimana prossima al massimo» diceva Spirito al telefono. Il suo braccio destro, Francesco Messineo, segretario generale dell’Ente, è a sua volta sotto processo per due diverse vicende risalenti ai tempi in cui era al vertice di Marina di Carrara (oggi confluita nell’Autorità della Spezia). Sull’Autorità del mar Tirreno centrale ha indirizzato un’occhiuta vigilanza anche l’Anac per i costi gonfiati della Darsena di Levante, la nuova piattaforma container che dovrebbe allargare lo scalo a est.

Anche l’Antimafia partenopea ha iniziato a scavare nei rapporti tra esponenti della camorra e soggetti che operano a vario titolo nel porto napoletano. «Franco Mazzarella è coinvolto in tutti gli affari illeciti che gravitano nella zona del porto» ha spiegato agli inquirenti il pentito Salvatore Maggio. «È un uomo abile, bravo a rimanere dietro le fila». Un altro collaboratore di giustizia, l’omonimo Alfonso Mazzarella, ha spiegato che la camorra impone il racket sui morti cinesi da rispedire in patria: mille euro per caricare illecitamente le salme a bordo dei portacontainer. A coordinare la tratta delle bare un affiliato, chiamato non a caso Dogana.

«Ci sono soggetti imprenditoriali che reputano il porto proprietà privata. E ci sono amministratori del porto, non solo Napoli, che reputano la gestione assolutamente personale» dice a Panorama il senatore Vincenzo Presutto dei Cinque Stelle, firmatario e ispiratore di una dozzina di interrogazioni parlamentari sull’Autorità portuale del capoluogo campano (che raggruppa anche le aree di Salerno e Castellammare di Stabia). «C’è una gestione pessima delle concessioni in tutt’Italia. Nelle prime interrogazioni abbiamo evidenziato la violazione delle norme europee che ne garantiscono le modalità di assegnazione» prosegue. «Ed esiste un problema di cui, finora, nessuno si è fatto carico: tolte quelle militari, le concessioni civili non sono censite. Non si sa quante siano e a chi sono affidate».

Proprio per una concessione sono finiti sott’inchiesta per abuso d’ufficio il presidente dell’Autorità portuale del mar Tirreno settentrionale (Livorno, Piombino e Portoferraio-Rio Marina-Cavo), Stefano Corsini, e il segretario generale Massimo Provinciali. L’accusa è aver applicato al gruppo Grimaldi un trattamento di favore per gli «accosti a tempo» alle banchine su cui, scrivono i magistrati, «non era pagato nemmeno il canone maggiorato del 20 per cento». Corsini e Provinciali attendono l’esito del ricorso al Tribunale del riesame, dopo un primo verdetto positivo in Cassazione, per rientrare in carica. Sono stati infatti colpiti da un provvedimento di interdizione di sei mesi.

Ha rischiato molto di più Ugo Patroni Griffi, il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico meridionale (Bari, Brindisi, Manfredonia, Barletta, Monopoli). La Procura aveva sollecitato gli arresti domiciliari, ma il gip non li ha concessi. Il pm gli contesta il reato di falso in atto pubblico per induzione per aver «indotto il comune di Brindisi a revocare l’ordinanza di sospensione dei lavori per la recinzione di Via del Mare», oggetto di contenzioso con l’Ente. Con lui sono sott’inchiesta il dirigente Francesco Di Laverano e altri funzionari portuali e comunali. Su Patroni Griffi pende però la misura interdittiva della sospensione del servizio per otto mesi disposta dal Tribunale del riesame di Lecce su appello del pubblico ministero. Sarà la Cassazione, tra qualche settimana, a decidere se confermarla o meno.

È invece già a processo a Salerno il numero uno dell’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia orientale, Andrea Annunziata. Sul cui operato l’Anticorruzione ha espresso severe censure sia in relazione all’attuale incarico a Catania sia per quello passato a Salerno. In Sicilia avrebbe prospettato di affidare in concessione a una società il progetto e la costruzione di un approdo turistico all’interno del porto, pur in assenza del piano regolatore; in Campania, invece, avrebbe violato il codice dei contratti pubblici in relazione alla costruzione dei tunnel di collegamento tra il porto commerciale della città e gli svincoli autostradali.

Circa 400 chilometri più a Sud, a Gioia Tauro, cinque tra ex e attuali dirigenti del porto devono rispondere di abuso d’ufficio e falso per presunti trattamenti di favore ad alcune società armatoriali. Tra loro ci sono pure il segretario generale Saverio Spatafora e il quadro area di presidenza con la qualifica Psfo (Port Facility Security Officer), Luigi Errante.

Spostiamoci al Nord. Il presidente dell’Autorità di sistema portuale del mar Adriatico centro-settentrionale (Ravenna), Daniele Rossi, è indagato per inquinamento e abuso d’ufficio insieme al segretario generale Paolo Ferrandino e al direttore operativo Fabio Maletti. Secondo la ricostruzione del pm Angela Scorza e del procuratore Alessandro Mancini, non sarebbero intervenuti tempestivamente per rimuovere il relitto della «Berkan b»: una motonave che dal 2010 è alla fonda (oggi è semiaffondata) in una laguna, nei pressi del porto romagnolo, provocando danni all’ambiente.

Rossi, che è anche presidente di Assoporti, l’associazione che unisce tutti gli scali italiani, difende però la categoria e spiega a Panorama: «I vertici dei porti italiani sono in mano a persone per bene che stanno cercando di fare al meglio, con professionalità e competenza, un lavoro difficile, a volte ingrato. I funzionari pubblici oggi vivono con ansia anche le più banali azioni amministrative perché potenzialmente foriere di danni erariali, di reati ambientali, di violazioni di norme spesso non chiare e controverse. Per non dire di tutti i nuovi controllori che si stanno affacciando nei porti, ognuno con le sue regole, ognuno con la certezza di fare il bene del mercato».

Rossi rinnova la fiducia nella magistratura, ma si augura anche «che il legislatore metta mano al più presto a una disciplina normativa di settore particolarmente complessa, spesso non più attuale - il codice della navigazione risale al 1942 - che lascia spazio a sovrapposizione di competenze e interpretazioni spesso contrastanti che finiscono nelle mani delle procure con effetti devastanti». Il che «non vuol dire non avere regole, ma occorre semplificare». Come se in Italia fosse facile. 

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