Carmelo Abbate

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Se pure dietro la porta del bagno ci fosse stato un ladro, nel momento in cui Oscar Pistorius ha sparato quattro colpi di pistola, sapeva benissimo che lo avrebbe ucciso.

E tutto ciò non ha nulla a che vedere con la legittima difesa, dato che nessuna minaccia si è mai palesata di fronte a lui.

Per questo motivo la corte d'appello sudafricana ha condannato l'atleta paralimpico per l'omicidio volontario della fidanzata Reeva Steenkamp, ammazzata la notte di San Valentino del 2013.

La corte ha cancellato la sentenza di primo grado, che lo aveva condannato a 5 anni di carcere per omicidio colposo.

Per i nuovi giudici, nessuna paura può giustificare una reazione così violenta. Qualsiasi persona razionale, anche «un soggetto particolarmente ansioso e disabile», è cosciente che nel momento in cui preme il grilletto quattro volte, lo fa per ammazzare. Non certo per difendersi da qualcuno così maleintenzionato da chiudersi a chiave dentro la toilette.

Ribadito un principio giuridico che non poteva assere lasciato alla mercé di nessuno, neppure del più grande campione paralimpico del mondo, la sentenza entra nel merito e fa giustizia della morte di una ragazza che quella sera, ha raccontato la mamma al processo «voleva lasciarlo, aveva già i vestiti in borsa. Nel suo cuore aveva capito che non poteva funzionare. Mi aveva confidato che nei tre mesi passati insieme non c'era mai andata a letto». E la testimonianza dei vicini di casa, che hanno raccontato di urla proveniente dall'appartamento prima degli spari, rafforzano le parole della donna.

La bellissima modella è stata trovata con addosso un top nero smanicato e degli short grigi, vestiti da giorno per l'estate e non certo per andare a dormire, come da versione della favola di Pistorius, il quale ha raccontato che pensava lei fosse rimasta su quel letto dal quale lui si è alzato per andare a sparare al ladro.

Non un colpo, ma quattro.

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