Perché il concorsone della scuola non è credibile

La lettera-denuncia di un docente sul concorso che avrebbe dovuto premiare merito e trasparenza

Antonio Tricomi

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È davvero possibile scegliere i nuovi docenti di Italiano, Storia, Educazione civica e Geografia nella Scuola media e di Materie letterarie negli Istituti di istruzione secondaria di secondo grado chiedendo ai candidati di rispondere, in ventidue righe, a quesiti generici come il seguente: «Esplicitare le principali differenze fra la lingua scritta e quella parlata in vista di specifici percorsi di sviluppo delle abilità linguistico-comunicative»? Si direbbe di no. Eppure, lo scorso 18 febbraio, i partecipanti al concorso a cattedra per tali discipline hanno sostenuto una prova scritta che prevedeva questa e altre tre domande parimenti orientate a sondare qualcosa di diverso dalle reali competenze degli aspiranti professori.

Negli altri casi non è andata così: impegnativi o scontati che fossero, i quesiti rivolti a chi insegnerà filosofia o fisica hanno riguardato specifici contenuti di conoscenza inerenti le varie materie. E quindi vale forse la pena interrogarsi sul modello di docente di Italiano delineato dalle ultime riforme della scuola, poiché la prova predisposta dal Ministero sembra essere stata concepita per scovare i candidati meglio capaci di corrispondervi.

Parrebbe che il professore di Italiano debba oggi essere un non meglio definito mediatore culturale, tutt’al più richiesto di guidare gli alunni – nell’era dell’eclissi del congiuntivo e del trionfo dei linguaggi informatici – a una semplificata e impersonale capacità comunicativa, ma solo marginalmente chiamato a veicolare precisi contenuti disciplinari. Sembra cioè vicino il giorno in cui non si insegnerà più la storia delle letterature. Chi però frequenta la scuola sa bene che il grado di alfabetizzazione delle nuove leve è bassissimo e che, tra gli adolescenti, i pochi realmente in grado di esprimersi in un italiano corretto e di sviluppare con maturità un ragionamento sono gli stessi che, grazie a qualche docente o ai famigliari, si sono imbattuti in classici adeguati alla loro età. Evidentemente abbiamo smesso di credere che tanto la formazione culturale, quanto l’acquisizione di autentiche competenze linguistiche siano processi indotti negli individui da un sempre più consapevole rapporto con i libri, altrimenti, nel selezionare i professori di Lettere, anzitutto accerteremmo l’effettiva capacità dei candidati di destreggiarsi entro un patrimonio di conoscenze le cui coordinate essenziali spetterebbe poi loro illustrare ai giovani.

Si potrebbe obiettare che il concorso non è ancora terminato e che la preparazione di quanti avranno superato la prima prova sarà testata durante successivi colloqui. Tuttavia, se anche così fosse, resterebbe vero che, a cose fatte, non si disporrà, com’è ovvio che sia, di una qualche trascrizione di questi ultimi. L’attendibilità dei giudizi espressi dai commissari, fra l’altro retribuiti la vergogna di cinquanta centesimi per ogni elaborato da loro corretto, potrà quindi essere verificata solo esaminando le risposte fornite su pagina dai candidati a quesiti che, proprio perché vaghi, rischiano di implicare un’enorme arbitrarietà, se non addirittura un’impossibile pertinenza, delle valutazioni. O forse il punto è che, a ben guardare, chi aspira a una cattedra di Italiano sta affrontando una selezione ideologicamente orientata: con domande meta-disciplinari che gli suggerissero, per sfangarla, di affermare tra le righe la propria disponibilità a incarnare la nuova figura del professore di Lettere, si è anzitutto inteso appurare che egli voglia, per convinzione personale o per conformismo, far sua una deontologia professionale.

Che poi i docenti di Italiano sappiano anche qualcosa è un di più, o magari un di meno. Tanto, a scuola, se sei pronto a dare voti alti agli studenti ed eviti di bocciare, sì che l’Istituto in cui lavori continui ad attrarre nuovi alunni, nessuno ti dice nulla: non il preside, non i genitori dei ragazzi, non ispettori ministeriali che ti capita di incontrare nei corridoi con la stessa frequenza con la quale apprendi delle dimissioni di un Papa.

Per di più, basta girovagare nel web per reperire svariate testimonianze di candidati che denunciano presunte irregolarità nella gestione delle varie prove scritte del concorso a cattedra. Per quanto riguarda la classe di Lettere, ad esempio, le più di trecento persone, giunte in un liceo di Ancona per contendersi le poche decine di posti disponibili nelle Marche, hanno riscontrato un sensibile ritardo nell’inizio della prova dovuto, a quanto pare, alla scelta della commissione di attendere, contravvenendo al bando, una candidata recatasi in un polo scolastico diverso da quello in cui si sarebbe svolto il concorso. Né sembra vi sia certezza che tutti gli elaborati siano finiti tra le mani dei vigilanti allo scadere esatto delle due ore e mezza previste per la stesura.

Anche al di là di supposti vizi di forma che toccherà eventualmente a chi di dovere sia dimostrare sia punire, restano però gli interrogativi di fondo. Non doveva essere, questo, il concorso della “pulizia”? Il concorso dell’informatizzazione delle procedure, così da garantire, appunto, imparzialità e trasparenza nella valutazione? E poi anche, anzi soprattutto, il concorso della meritocrazia? È proprio impossibile partecipare, in Italia, a selezioni pubbliche credibili e ben ponderate?

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