Cronaca

Perché dietro Via D'Amelio c'è il più grande depistaggio della storia

I giudici della Corte d'Assise di Caltanisetta hanno depositato le motivazioni del processo Borsellino quater

riina storia

Barbara Massaro

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L'ultimo tassello che manca a completare il mosaico è anche il più importante: perché uomini di Stato hanno favorito quello che i giudici hanno definito "Il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana" e soprattutto quali erano "i poteri forti" dietro la messinscena orchestrata dall'ormai scomparso regista che ha curato le prime indagini avviate dopo la strage di Via d'Amelio del 19 luglio 1992 nel corso della quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della scorsa?

Chi era Arnaldo La Barbera

Quel "regista" era l'allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, l'uomo chiave dell'intera vicenda, colui che avrebbe indotto il suo pool investigativo a creare a tavolino, sfruttando la collaborazione di finte gole profonde di Cosa Nostra, una versione dei fatti comoda, quella che poi ha portato alla condanna all'ergastolo di sette innocenti. 

Nonostante si trattasse di verità ormai passate in giudicato i P.M. Stefano Luciani e Gabriele Paci, spinti dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, avevano riaperto le indagini sulla strage arrivando alla storica sentenza del Borsellino quater nel marzo 2017, quella che ha portato alla condanna all'ergastolo per strage a Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni di prigione per calunnia a Francesco Andriotta e Calogero Pulci

La versione di Scarantino

Sono stati loro i finti collaboratori di giustizia che, insieme al finto pentito Vittorio Scarantino, per oltre 20 anni hanno depistato le indagini sulla strage. I reati contestati a Scarantino, però, sono ormai caduti in prescrizione e, anche grazie alle attenuanti che si concedono a chi è stato indotto a delinquere, non finirà in prigione. 

Dopo 14 mesi la Corte d'Assise di Caltanisetta ha depositato sabato le 1856 pagine che motivano la sentenza e che iniziano a dare forma e consistenza a un depistaggio senza precedenti nella storia italiana.

Le domande ancora senza risposta

Tante, però, sono le domande che restano ancora senza risposta e che puntano al cuore stesso dello Stato. Perché La Barbera ha orchestrato tutto il depistaggio? Perché Scarantino è stato indotto a dire il falso? Chi doveva essere coperto? E soprattutto: su cosa aveva messo le mani il procuratore aggiunto Paolo Borsellino?

Nelle motivazioni della sentenza si legge: "Sono state favorite una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell'agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà, se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte" e poi viene aggiunto: "È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi". 

Gli "elementi" in questione sono proprio La Barbera e il suo pool investigativo che nei giorni immediatamente successivi alla strage hanno avuto comportamenti che ora, dopo 20 anni di depistaggi e false verità, appaiono in tutta la loro contraddittoria evidenza. Perché, ad esempio, si legge ancora nel documento "La Barbera faceva dei colloqui investigativi con Scarantino nonostante egli avesse iniziato a collaborare con la giustizia?".

Perché nei 57 giorni che rimasero da vivere a Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci nessuno chiese un'audizione al più stretto collaboratore di Giovanni Falcone

Perché l'allora procuratore di Caltanisetta Tinebra chiese, invece, la collaborazione del numero 3 del Sisde Bruno Contrada ? "Una richiesta di collaborazione decisamente irrituale — sottolinea la sentenza — perché Contrada non rivestiva la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria". 

L'agenda rossa di Borsellino

Secondo la Corte la scatola nera dell'intera vicenda era l'agenda rossa di Borsellino - quel diario che racchiudeva tutti le informazioni riservate raccolte dal giudice nel corso del suo lavoro - e che è scomparsa dal luogo della strage. 

I giudici scrivono: "C'è un collegamento tra il depistaggio dell'indagine e l'occultamento dell'agenda rossa di Borsellino". Perché per la Corte La Barbera è anche "intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre".

Quindi secondo la ricostruzione La Barbera avrebbe fatto sparire (per ordine di chi?) l'agenda di Borsellino e avrebbe poi indotto Scarantino a false dichiarazioni suggerendo al presunto pentito una versione dei fatti compatibile con la realtà e arricchita da dettagli che in realtà Scarantino non poteva conoscere, ma che gli sono stati detti dal pool investigativo.

"È del tutto logico ritenere - scrivono ora i giudici - che tali circostanze siano state suggerite a Scarantino da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte."

Un teatrino studiato nei minimi dettagli

Quindi poliziotti corrotti o collusi avrebbero indotto falsi pentiti a tracciare una pista resa plausibile anche dall'indolenza di magistrati che non hanno visto o voluto vedere quello che era palesemente un depistaggio.

La Corte d'Assise di Caltanisetta ricorda anche i P.M. Ilda Bocassino e Roberto Saieva avevano inviato già allora una nota al colleghi siciliani per avvertirli della scarsa attendibilità del pentito Scarantino, eppure sono rimasti inascoltati.

Alla luce della sentenza Borsellino quater si farà a breve un processo per depistaggio che vede imputati i più stretti collaboratori di La Barbera e cioè il funzionario di polizia Mario Bo e gli agenti Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. La data dell'udienza non è ancora stata fissata, ma le indagini sarebbero già in una fase molto avanzata.

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