Chi rallenta Papa Francesco

Quando arriveranno le riforme di José Mario Bergoglio?

Papa Francesco (Ansa/Maurizio Brambatti)

Ignazio Ingrao

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Jorge Mario Bergoglio dovrà rassegnarsi, come vorrebbero i suoi detrattori, a essere solo il Papa dei gesti e delle parole? Sono passati 80 giorni dall’inizio del pontificato e la rivoluzione di papa Francesco ha posto l’accento più sullo stile e il linguaggio che sui contenuti. La riforma della curia, le finanze, la nomina del segretario di Stato, la riorganizzazione dei dicasteri, insomma, possono attendere. Certo, lo tsunami Bergoglio ha travolto comportamenti e atteggiamenti che sembravano cristallizzati da anni: privilegi, ostentazione di ricchezze, distacco delle gerarchie dai fedeli. Il Papa non ha mancato di fustigare con le parole
carrierismo, smania di potere e autoreferenzialità dei vertici della Chiesa, anche di fronte ai vescovi italiani guidati dal cardinale Angelo Bagnasco.
Ma le riforme, quelle profonde, quando arriveranno? Se lo chiedono molti cattolici, chi con apprensione, chi con speranza. Papa Francesco ha scelto il passo lento e prudente.

Il 13 aprile, un mese esatto dopo la sua elezione, ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro di cardinali per «consigliarlo nel governo della Chiesa universale e per studiare un progetto di revisione della costituzione apostolica “Pastor bonus”» sull’organizzazione della curia romana. Ne fanno parte porporati in rappresentanza di alcune tra le più importanti diocesi dei cinque continenti: Giuseppe Bertello, presidente del governatorato dello Stato della Città del Vaticano; Francisco Javier Errázuriz Ossa, arcivescovo emerito di Santiago del Cile; Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai (India); Reinhard Marx, arcivescovo di München
und Freising (Germania); Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo); Sean Patrick O’Malley, cappuccino, arcivescovo di Boston (Usa); George Pell, arcivescovo di Sydney (Australia). Il gruppo è coordinato dal cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, salesiano, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras). Come segretario è stato scelto Marcello Semeraro, vescovo di Albano e molto amico del Papa. 

Affidare il governo della Chiesa alla periferia, anziché al centro, è una scelta rivoluzionaria che potrebbe portare grandi novità nella curia. Ma c’è un particolare non secondario: la prima riunione plenaria del gruppo di lavoro si terrà dal 1° al 3 ottobre prossimi. Per la discussione sulle riforme, insomma, bisogna attendere almeno quattro mesi. Certamente il Pontefice giunto «dalla fine del mondo» ha bisogno di tempo per conoscere la curia e per orientarsi nei sacri palazzi. Anche per questo Bergoglio preferisce vivere nella Casa Santa Marta, convitto che ospita vescovi, sacerdoti e laici che lavorano in Vaticano, piuttosto che trasferirsi nel Palazzo apostolico. Non solo per evitare di rimanere «isolato», come ha confessato candidamente in una lettera inviata a un suo amico parroco in Argentina, Enrique Rodriguez. Ma anche per poter restare in contatto con tutti, conoscere più gente possibile e comprendere l’ambiente che lo circonda. 

Tuttavia, non è solo l’accorta prudenza di gesuita a indurre Papa Francesco a rinviare la «pulizia» nei sacri palazzi. Il dossier segreto su Vatileaks e gli scandali vaticani, preparato dai cardinali Julian Herranz, Salvatore De Giorgi e Jozef Tomko, consegnato a Benedetto XVI poco prima della sua rinuncia, è già da tempo in mano a Bergoglio, che ha potuto leggerlo attentamente e discuterne con il suo predecessore. E allora perché non passare immediatamente all’azione? Il motivo è che la situazione è più complessa del previsto e il Papa rischia di rimanere ugualmente prigioniero della curia. Questo perché l’azione di Bergoglio può essere pesantemente condizionata da due fattori: la presenza del Papa emerito in Vaticano e la corsa alla canonizzazione di Papa Giovanni Paolo II.

Non è vero, infatti, che Joseph Ratzinger viva come un recluso nel monastero Mater Ecclesiae nei Giardini vaticani, trasformato in residenza per lui, per il suo segretario monsignor Georg Gänswein e per le quattro laiche consacrate «memores Domini» che lo assistono. In realtà ogni pomeriggio Ratzinger esce per il consueto rosario davanti alla grotta di Lourdes nei Giardini vaticani, scambia qualche parola con chi lo incontra o «si trova lì per caso», riceve qualche breve visita di del nuovo. I due vescovi di Roma e pastori della Chiesa universale vivono invece a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. L’altro elemento che rischia di influenzare l’azione di Papa Francesco è la corsa alla canonizzazione di Karol Wojtyla, che dovrebbe tenersi il 20 ottobre prossimo.

Con una fuga di notizie pilotata, è stato reso noto che in gran segreto si è riunita la commissione medica incaricata dalla Congregazione delle cause dei santi. Gli esperti hanno accertato «l’inspiegabilità scientifica» della guarigione di una donna compiuta per intercessione del beato Wojtyla. Restano tuttavia avvolti nel mistero non solo il miracolo e l’identità della donna ma persino la data in cui si è riunita la commissione, composta da sette medici e presieduta dal medico del Papa,Patrizio Polisca. La riunione è avvenuta prima o dopo l’elezione di Papa Francesco? I cardinali più legati a Giovanni Paolo II e guidati dal suo ex segretario Stanislao Dziwisz, ora arcivescovo di Cracovia, hanno sostenuto Bergoglio in conclave per vedere presto Wojtyla santo? È probabile che non ci sia stato un esplicito accordo in tal senso. Comunque la canonizzazione di Giovanni Paolo II metterà il «sigillo della santità» su tutti gli atti compiuti non solo dal Papa polacco ma anche dai suoi più stretti collaboratori. Non sarà facile a quel punto rimuoverli o mettere in discussione il loro operato. L’elenco dei porporati in questione è lungo e comprende figure del calibro dell’argentino Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, Stanislao Rylko, presidente del Pontificio consiglio per i laici, e Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio.

Anche mettere le mani nello Ior e nell’Apsa per fare pulizia potrebbe essere più difficile dopo la canonizzazione di Wojtyla, che fece spesso ricorso alla banca vaticana per ricevere aiuti e portare sostegno al sindacato di Solidarnosc e agli oppositori del regime in Polonia e oltrecortina. Infine ci si mette anche la gendarmeria a tenere sotto controllo il nuovo Pontefice, che ha candidamente rivelato che vorrebbe uscire dal Vaticano per andare in incognito a confessare i fedeli nelle chiese della città, come faceva quando era arcivescovo di Buenos Aires, ma che gli è stato impedito per ragioni di sicurezza. Il capo della gendarmeria, Domenico Giani, ha confermato che dopo i primi fuori programma del Papa, all’inizio del pontificato,le forze di sicurezza hanno chiesto a Bergoglio di essere più prudente e, se possibile, comunicare in anticipo i movimenti o i gesti che intende compiere per evitare di prendere in contropiede gendarmeria vaticana e polizia.

Una raccomandazione comprensibile ma che stringe ancora di più il cerchio intorno al Papa. Non mancano poi le spinte affinché il Pontefice si trasferisca a vivere nel Palazzo apostolico, in nome di una maggiore privacy ma anche di un maggior controllo su chi può entrare in contatto con lui. Sono sempre più numerosi, infatti, i cardinali e i prelati che ogni giorno si presentano a pranzo alla Casa Santa Marta sperando che il Papa li inviti al proprio tavolo. Oppure coloro che cercano di scambiare qualche parola con lui nei corridoi o in ascensore. Per Bergoglio non è un problema, per qualche alto prelato è però fonte di preoccupazione.
Per rompere l’accerchiamento papa Francesco punta a creare una sua squadra e conta su alcune figure che vede e sente molto spesso, come il cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, e il vescovo di Albano, Semeraro, grande conoscitore dei sacri palazzi. Basteranno a impedire che il resto della curia faccia prigioniero il Papa argentino? La partita è aperta e il finale non è scontato.

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