Redazione

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Sono ancora forti l'emozione e l'eco del significato religioso e storico della visita di domenica 17 gennaio alla sinagoga di Roma di Papa Francesco. È il terzo Papa dopo Giovanni Paolo II nel 1986 e Benedetto XVI nel 2010.

Come ha scritto questa mattina su Repubblica lo storico del cristianesimo Alberto Melloni, per Bergoglio si tratta di un passo differente da quello dei predecessori, per la sua provenienza latino americana, da una storia e da un mondo che, diversamente dal cattolicesimo europeo, non ha dovuto fare i conti con difficoltà e lentezze nel prendere atto e nel contrastare la persecuzione degli ebrei prima e durante la guerra e la Shoah.

In parte sollevato da quel complesso di colpa, Bergoglio ha quindi "inquadrato la Shoah, l'incontro, la pace in quella visione di Dio e dell'uomo che l'ebraismo ha insegnato al mondo: quell'universalismo dell'umano che consente oggi ai cristiani non solo di condannare il terrorismo [...] ma di poter dire che [qui cita direttamente il Papa] 'la violenza dell'uomo sull'uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome e in particolare con le tre grandi religione monoteistiche' ".

Un'unica famiglia
Gli ebrei sono più che mai "i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede", ha ribadito papa Francesco per rimarcare l'appartenenza "ad un'unica famiglia" e "l'inscindibile legame che unisce cristiani ed ebrei".

Una visita che, in un clima di grande calore, affetto, cordialità ed emozione ha manifestato concretamente, anche con gesti forti, sentimenti di vicinanza e amicizia, dopo i passati contrasti.

Bergoglio ha fatto appenno a un'unità ancor più necessaria in un'epoca di estremismi religiosi che seminano terrore. Dopo aver pregato alla lapide del rastrellamento del Ghetto e salutato gli ex deportati, sopravvissuti ai lager, il Pontefice ha espresso il monito che non siano mai dimenticati gli orrori della Shoah.

L'omaggio alla lapide che ricorda la deportazione degli ebrei romani nel 1943 e a quello all'effigie in ricordo di Stefano Gaj Taché, il bambino di 2 anni ucciso nell'attentato terroristico del commando palestinese nel 1982, seguito dall'incontro con la famiglia del piccolo e con le persone rimaste ferite, sono stati i due intensi momenti iniziali della visita alla Comunità ebraica.

All'interno della sinagoga, accompagnato dal rabbino capo Riccardo Di Segni, il Papa ha quindi lungamente salutato e stretto le mani ai rappresentanti dei rabbinati, delle comunità ebraiche italiane e straniere, ai rappresentanti dello Stato di Israele, agli anziani ex deportati. Presenti nel Tempio Maggiore (all'esterno e in tutta la zona un imponente dispositivo di sicurezza) anche rappresentanti delle istituzioni, come il Ministro Stefania Giannini, il capo della Polizia, Alessandro Pansa, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, il prefetto di Roma Franco Gabrielli e il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca, con la fascia tricolore.

A precedere il discorso del Papa, quelli della presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, del presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna e del rabbino Di Segni.

Il Papa, portando "il saluto fraterno di pace dell'intera Chiesa cattolica", ha voluto ricordare quanto, fin dai tempi di Buenos Aires, gli stiano "molto a cuore" le relazioni col mondo ebraico. "Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede", ha ripetuto, tra gli applausi, l'espressione coniata da Wojtyla, augurandosi ancora "che crescano sempre di più la vicinanza, la reciproca conoscenza e la stima tra le nostre due comunità di fede".

In questi 50 anni dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate, che ha aperto il dialogo tra le due confessioni, "indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli".

Cura del creato e lotta alla povertà
"Sì", quindi, alla "riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo", e "no" ad "ogni forma di antisemitismo". Nella parte teologica del discorso, il Papa non ha toccato i punti di divisione esistenti. Ma è sulle "grandi sfide" del mondo, come la cura del creato, la lotta alla povertà e all'emarginazione, la difesa della vita, che il suo intervento ha avuto i toni più decisi.

"Conflitti, guerre, violenze e ingiustizie - ha detto - aprono ferite profonde nell'umanità e ci chiamano a rafforzare l'impegno per la pace e la giustizia. La violenza dell'uomo sull'uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche".

Quindi il ricordo di quanto patito dagli ebrei sotto il nazismo. "Il 16 ottobre 1943 - ha rievocato - oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Roma furono deportati ad Auschwitz. Oggi desidero ricordarli in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate. E il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro". E al suo commosso saluto rivolto ai "testimoni della Shoah ancora viventi", presenti in prima fila nel Tempio, tutto l'uditorio ha applaudito alzandosi in piedi.

Le parole del rabbino capo di Roma
"Tutti attendiamo un momento, chissà quanto lontano nella storia in cui le divisioni si risolveranno". A parlare, davanti a papa Francesco, al centro della tevà (la tribuna) del Tempio Maggiore, era il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Le divisioni a cui si è riferito sono quella tra ebraismo e cristianesimo.

"Nelle diverse visioni può essere considerata un dramma, un enigma o un evento provvidenziale", ha proseguito Di Segni, mentre Francesco lo ascoltava attento. Certo è che ha portato, oltre a grandi patrimoni spirituali, "anche ostilità, persecuzioni e sofferenze". In che modo le "divisioni" si risolveranno, "ognuno ha la sua visione", ha spiegato Di Segni. "Ma nel frattempo ciascuno, rimanendo fedele alla propria tradizione, deve trovare un modo di rapportarsi all'altro. In pace e con rispetto".

Di passi avanti, dalla dichiarazione del Concilio Vaticano II in poi, la Chiesa cattolica e gli ebrei ne hanno fatti tanti. La terza visita di un papa e vescovo di Roma in sinagoga ne è la prova. "secondo la tradizione rabbinica - ha ricordato ancora Di Segni - un atto ripetuto tre volte diventa chazaq, consuetudine fissa. È decisamente il segno concreto di una nuova era dopo tutto quanto è successo nel passato".

Gattegna: "Ebrei e Cristiani costretti a difendersi dall'intolleranza"
In attesa di un futuro imperscrutabile in cui le lacerazioni millenarie si ricompongano, Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità ebraica italiane (Ucei), ha sottolineato come ebrei e cristiani, siano già accomunati, oggi, dallo "stesso destino": "sono costretti a difendersi da spietati nemici, violenti e intolleranti, che stanno usando il nome di Dio per spargere il terrore compiendo i più atroci crimini contro l'umanità".

"La salvezza per tutti - ha proseguito Gattegna - può venire solo dalla formazione di una forte coalizione che sia in grado di vincere questa sfida camminando fianco a fianco, nel rispetto delle diversità, ma al tempo stesso consapevoli dei molti valori e principi che ci uniscono".

Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica romana, ha chiesto - tra gli applausi della sinagoga - un impegno comune contro il "terrorismo che colpisce ormai tutti i giorni Israele". Più in generale Dureghello ha esortato a "non restare indifferenti" di fronte "al sangue sparso dal terrore" in Europa e in Medio Oriente.

"La memoria del più grande genocidio della storia dell'uomo la teniamo viva affinché nulla di simile possa ripetersi", ha spiegato.

In prima fila , in sinagoga, vi erano i pochi superstiti ancora in vita della Shoah. Con loro il Papa si è intrattenuto a lungo. E quando, alla fine di tutti i discorsi, il coro ha intonato "Ani Maanin", "Io Credo", un inno che riassume la fede e l'identità ebraica e che era cantato dai deportati nei lager nazisti, in molti hanno provato un groppo di commozione.

Francesco e il rabbino Di Segni, lo hanno ascoltato in piedi, uno accanto all'altro.

Il cardinale Koch: "Il nome di Dio non può più giustificare nessuna violenza"
Il cardinale Kurt Koch, capo del dicastero per il dialogo con le altre confessioni, ha detto a Repubblica che "tutti possiamo collaborare per far sì che non si usi più il nome di Dio per giustificare violenze e soprusi. Ma il disarmo, come il pontificato di Francesco insegna, deve iniziare dalle parole, perché la violenza fisica inizia sempre prima, nei cuori".

Per fermare la violenza legata alla fede bisogna iniziare "dalla misura delle proprie parole. Occorre una custodia particolare. La violenza fisica è sempre preceduta da parole di guerra".

"Anzitutto, dunque, credo occorra purificare il linguaggio, che deve essere aperto agli altri, benevolo, non ostile. Chi abbiano di fronte deve sentirsi accolto dal nostro dire".

Alla domanda se la strada della convivenza fra religioni porti a una rinuncia ai propri simboli, come il crocifisso nei luoghi pubblici per i cristiani o le kippah per gli ebrei, il cardinale Koch risponde di ritenere che "i simboli debbano rimanere presenti, anche in modo pubblico. Del resto - aggiunge il cardinale - non solo le religioni, ma tutta la società moderna vive di simboli".

"A mio avviso il fatto che a creare problemi siano i simboli religiosi è sintomo di una società che non riesce ad avere una relazione sana con la religione stessa. Il problema non è dei simboli ma di chi non sa guardarli nel modo corretto".
"Una totale privatizzazione del religioso chiude ogni possibilità di dialogo interreligioso".

L'imam Pallavicini: il Papa venga in una moschea
L'imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini, una delle voci più autorevoli e aperte al dialogo del mondo islamico in Italia, in un'intervista a Repubblica dice: Una visita di papa Francesco in una moschea? "Me lo auguro e ci lavorerò".

L'imam Pallavicini è responsabile del dialogo interreligioso della Grande Moschea di Roma. Riflette sul discorso di Francesco durante la visita alla sinagoga, incentrato sul no alla violenza in nome della religione: "Ho apprezzato tre punti in particolare. L'idea del Papa che la violenza non può essere mai sinonimo di religione lo condividiamo da molto tempo. Le parole di Francesco sulla fratellanza tra ebrei, cristiani e musulmani, le tre grandi religioni che hanno comune origine in Abramo". "E poi ancora il Papa con l'espressione Famiglia di Dio, priva di connotazioni. Assistiamo anche all'uso di Dio in modalità impropria (c'e' chi in quel nome uccide) e qui invece Dio ispira una famiglia, una familiarità".

Gattegna: Cristiani e ebrei colpiti oggi dalle forze del caos"
A proposito della visita di Papa Francesco alla sinagoga di Roma, Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), ha detto, in un'intervista al Corriere della Sera di oggi che "La Chiesa cattolica, oltre a rappresentare la cristianità, svolge anche un ruolo politico. Questo ruolo può essere molto utile se facilita il dialogo tra parti contrapposte, con azioni diplomatiche. In passato l'intervento cattolico ha risolto guerre tribali in Africa".

Aggiunge poi Gattegna: "In questo momento storico vengono colpiti sia gli ebrei che i cristiani. Entrambi sono considerati nemici da quelle forze che vogliono governare con il caos e con il terrore".

"Potrei dire che questo incontro in sinagoga è stato un inno alla vita in contrapposizione all'inno alla morte". Gattegna spiega come possa progredire il dialogo tra cristiani ed ebrei: "i vertici teologici ecclesiastici riconoscono ripetutamente che l'ebraismo è 'radice sacra' dell'identità cristiana e che l'Alleanza del popolo ebraico con Dio è irrevocabile. Credo che questi messaggi vadano trasmessi meglio a tutta la popolazione, così come quello che l'antisionismo è una forma mascherata di antisemitismo. E poi: finora abbiamo emesso dichiarazioni separate. Spero che presto ci sia un messaggio comune. Sempre nel rispetto della reciproca diversità, ma comune".

(Ansa)


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