Papa Francesco, i gay e le «Memorie di Adriano»

L'apertura di ieri verso gli omosessuali ha un perché ma anche dei limiti; il tutto mentre Bergoglio si scopre sempre più neo leader mondiale. Francesco secondo Franco Grillini

Papa Francesco sull'aereo che lo riporta in Italia dal Brasile, mentre conversa con i giornalisti (Credits: LUCA ZENNARO/AFP/Getty Images) )

Ignazio Ingrao

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Chissà se nella vecchia e sformata borsa nera di papa Francesco hanno mai trovato posto le «Memorie di Adriano» di Marguerite Yourcenar. Eppure il «Papa delle periferie» ha tanti punti di contatto con l’imperatore romano che fu un grande riformatore della pubblica amministrazione della Roma del II secolo d.C. ma trascorse anche gran parte del ventennio del suo regno nelle province dell’impero.

Per salvare Roma dalla decadenza Adriano (quello storico e quello che si racconta nella lunga, meravigliosa lettera a Marco Aurelio, uscita dalla penna della Yourcenar) parte dalle periferie dell’impero, non per fare campagne di conquista, ma per consolidare pacificamente i confini. Il messaggio di Adriano è chiaro: per comprendere il centro, occorre  partire dalla periferia. Quindi, essere aperti all’altro, capaci di accogliere, senza giudicare. Non a caso Adriano è stato tra i pochi imperatori a morire di morte naturale e non per mano di congiurati.

Ed è il messaggio di Bergoglio che afferma «se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che le persone gay non si devono discriminare, ma si devono accogliere»: al primo posto dunque l’accoglienza, tanto per gli omosessuali quanto per i divorziati. Come per dire: se dobbiamo riformare la Chiesa partiamo da quelli che sono seduti nei banchi in fondo.

La dottrina però non cambia: la Chiesa non condanna l’orientamento sessuale, ma i comportamenti. E su questo punto è difficile immaginare una modifica della rotta. Mentre sui divorziati risposati anche le novità dottrinali potrebbero arrivare.

Coloro verso i quali il Papa non sembra voler usare misericordia sono i «lobbisti della Chiesa», al di là del fatto che siano gay, finanzieri, politici o monsignori. Il pontefice venuto dalla fine del mondo vuole liberare il Vaticano dalle filiere del potere che lo hanno avviluppato come una tela di ragno. E che sono fonte di ricatti e di pressioni.

Questa è la «morale” della vicenda Vatileaks, sembra dire il Papa dopo aver letto le carte ed averne discusso a lungo con Benedetto XVI. Ancora una volta come Adriano, che con la sua riforma creò le premesse per la formazione di una solida macchina amministrativa dell’impero romano, capace di essere autorevole e indipendente dai capricci delle oligarchie.

Bergoglio afferma di non temere nessuno e qui forse tradisce quel «senso di superiorità» tipico degli argentini. Ma, all’opposto, chi è che oggi teme di più Bergoglio? Non solo il «sottobosco» curiale che vede tramontare l’epoca dei suoi privilegi. Oggi comincia a temerlo anche la comunità internazionale. Francesco si propone non solo come un Papa riformatore, ma anche come un leader internazionale.

Terminate le riforme interne, ridata credibilità e seguito alla Chiesa, garantita la trasparenza delle finanze, è facile prevedere che Bergoglio comincerà a dettare la sua agenda anche «ad extra», fuori dalle mura del Vaticano. Oggi non lo dice, perché sarebbe intempestivo, ma arriverà un giorno in cui, a nome dei poveri del mondo, chiederà la riduzione del debito internazionale che strozza la crescita dei Paesi in via di sviluppo. Come reagiranno allora i «veri poteri» del mondo: la Banca mondiale, il Fondo monetario, le potenze che reggono i fili della politica internazionale?

Qualcuno lo ha già intuito e per questo Bergoglio è diventato un sorvegliato speciale, non solo da parte della Curia romana ma anche della comunità internazionale.

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