Cronaca

Così Bergoglio cambierà la Chiesa

La leadership religiosa, i rapporti con la politica, il futuro della religione e della comunità cristiana: le linee guida del nuovo pontificato in uno straordinario documento - Lo speciale

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Il Cardinale Bergoglio all'ingresso in Vaticano l'11 marzo – Credits: Ansa/Ciro Fusco

Nel 2010 l’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, insieme con il rabbino Abraham Skorka, scrisse un libro («Sobre el cielo y la tierra») su politica, religione e potere in cui affrontava una serie   di problemi di straordinaria attualità. Le parole pronunciate nei primi giorni da Pontefice rispecchiano in gran parte i concetti contenuti nel libro, che uscirà nelle librerie italiane venerdì 29 marzo. Rilette oggi, quelle pagine forniscono un’idea chiara di quelle che saranno le linee guida del pontificato di Francesco.

I LEADER RELIGIOSI

Nella nostra tradizione il termine vocazione è una parola chiave. Quando Dio irrompe, lo fa con una chiamata: «Abramo, vattene dalla tua terra, dalla casa di tuo padre, e va’ verso la terra che io ti mostrerò». Dio lo mette sul cammino. Una missione inizia sempre con una chiamata. Ci possono anche essere dei rifiuti a queste chiamate o alla vocazione. Nel Vangelo l’episodio più esemplificativo è quello del giovane ricco. Gesù lo guardò con simpatia, lo amò e gli disse che, se avesse voluto essergli più vicino, avrebbe dovuto vendere tutto quello che aveva, darlo ai poveri e seguirlo. Il giovane si intristì molto ma non lo fece. Gesù lo invita, lo chiama, ma lui non ha il coraggio di fare questo passo. È una chiamata che non viene accettata. Nel Vangelo, Gesù dice: «Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi».

È importante anche un’altra cosa: è necessario avere un discernimento iniziale determinante. È quello che, nella spiritualità cristiana, chiamiamo la rettitudine d’intenzione. E cioè, con quale intenzione si risponde alla chiamata? Questo non significa che qualcuno risponda coscientemente con cattive intenzioni, che sia un malintenzionato, ma ci sono motivazioni inconsce che possono sfociare in fanatismi o altre deformazioni. Nel corso di tutta la formazione bisogna continuare a purificare la rettitudine d’intenzione perché nessuno, sentendosi chiamato, risponde con rettitudine piena, tutto è molto mescolato perché siamo peccatori.

[…]  Anche il dubbio è importante, perché ha a che vedere direttamente con l’esperienza che a lungo andare si vive, se si vuole essere giusti alla presenza di Dio. Le grandi guide del popolo di Dio sono uomini che hanno lasciato spazio al dubbio. Mosè, per esempio, è il personaggio più umile che ci sia stato sulla terra. Dinanzi a Dio non ci resta altro che l’umiltà, e colui che vuole essere un leader del popolo di Dio deve dare spazio a Dio; pertanto farsi piccolo, farsi forte del dubbio, delle esperienze interiori di oscurità, del non sapere cosa fare. Tutto ciò finisce col purificarlo.

Il cattivo leader è quello sicuro di sé, quello pertinace. Una delle caratteristiche del cattivo capo è quella di essere eccessivamente prescrittivo a causa della sicurezza che ha di se stesso. […]  L’umiltà è ciò che garantisce la presenza del Signore: quando qualcuno è autosufficiente, quando ha tutte le risposte per tutte le domande, questa è una prova che Dio non è con lui. La sufficienza si avverte in tutti i falsi profeti, nei leader religiosi in errore, che utilizzano la religione per il proprio ego. È la posizione dei religiosi ipocriti, perché parlano di Dio, che è al di sopra di ogni cosa, ma non mettono in pratica i suoi mandati.

[…]  La leadership di una congregazione non può essere assimilata a quella di una ong. La santità è il mandato di Dio ad Abramo. La parola santità è come un trampolino verso il trascendente. In una ong la parola santità non entra. Certo, ci deve essere un comportamento sociale adeguato, l’onestà, un’idea su come portare avanti la propria missione, una politica più profonda. Può funzionare in maniera fenomenale in un contesto di laicità. Ma nella religione la santità è qualcosa d’ineludibile per un leader.

[…]  Mi sorge una naturale sfiducia quando appaiono i fenomeni di guarigione, persino quando si manifestano le rivelazioni, le visioni; tutte queste cose mi fanno mettere molto sulla difensiva. Tuttavia, bisogna ammettere che nel corso della storia la profezia è esistita e continua a esistere. Bisogna anche lasciare spazio a colui che Dio sceglie come profeta, con le caratteristiche del vero profeta. Di solito però, non si tratta di coloro che affermano di portare una letterina dal cielo.

[…]  La guarigione, invece, è più facile da interpretare. Oggigiorno, con le opinioni di oncologi che sostengono che la componente psichica influenzi quella fisica, si possono spiegare alcune cose. Esiste anche l’intercessione di chi invoca o prega per la salute di qualcun altro e poi la guarigione avviene realmente. Per me, la conferma che una persona sta agendo veramente secondo la legge di Dio, nella guarigione, è la semplicità, l’umiltà, la mancanza di spettacolarità. Se così non fosse, più che di guarigione potrebbe trattarsi di business.

LA POLITICA E IL POTERE

Tutti siamo animali politici, nel senso migliore della parola. Tutti siamo chiamati a un’azione politica di costruzione nel nostro popolo. La predicazione dei valori umani, religiosi, ha una connotazione politica, che ci piaccia o no. La sfida di colui che predica è indicare questi valori senza immischiarsi in quella piccola cosa che è la politica di parte. Tutti abbiamo la tendenza a intrallazzare, ce la portiamo dentro, ma dobbiamo lottare contro questa tendenza alla raccomandazione, alla tresca, al farsi mettere avanti nella lista. […]  Il problema è, in verità, dei media, che a volte riducono ciò che uno dice al momento congiunturale. Oggi ciascun medium monta qualcosa di diverso con due o tre dati: disinformano. Quello che uno dice dal pulpito si riferisce alla politica con la P maiuscola, a quella dei valori, ma i media, spesso, decontestualizzano il discorso e lo rendono contingente a favore della piccola politica.

[…] Il rischio che noi sacerdoti e vescovi dobbiamo evitare è quello di cadere nel clericalismo, che è una posizione viziata della religione. La Chiesa cattolica è tutto il popolo dei fedeli di Dio, compresi i sacerdoti. Quando un sacerdote è a capo di una diocesi o di una parrocchia, deve dare ascolto alla sua comunità per maturare le decisioni e guidarla in questo cammino. Per contro, quando s’impone e in qualche modo dice «qua comando io», cade nel clericalismo. Purtroppo, in alcuni sacerdoti vediamo un modo di essere guide che non è improntato alla ricerca dell’armonia nel nome di Dio. Ci sono preti che hanno la tendenza alla clericalizzazione con le loro dichiarazioni pubbliche. La Chiesa difende l’autonomia delle questioni umane. Una sana autonomia significa una sana laicità, in cui si rispettano le diverse competenze. Quello che non va bene è il laicismo militante, quello che prende una posizione antitrascendentale o esige che l’aspetto religioso non esca fuori dalla sacrestia. La Chiesa dà i valori, gli altri facciano il resto.

[…] Qualche anno fa, i vescovi francesi hanno scritto una lettera pastorale il cui titolo era «Riabilitare la politica». Si sono resi conto che c’era bisogno di riabilitarla perché era molto screditata, credo che la stessa cosa valga per noi. Alla nostra politica è successo qualcosa, c’è stato uno sfasamento delle idee, delle proposte... Le idee si sono spostate dalle piattaforme politiche all’estetica. Oggi è più importante l’immagine rispetto a ciò che si propone. Ci siamo spostati dalle cose essenziali all’estetica, abbiamo divinizzato la statistica e il marketing. Forse proprio per questo sto commettendo un peccato contro la cittadinanza: l’ultimo voto che ho dato è stato alle legislative. Può essere discutibile se sia un bene o un male il fatto che non voti, ma in fin dei conti io sono il padre di tutti e non devo schierarmi politicamente. Come prete, quando c’è un’elezione, dico ai fedeli di leggere le piattaforme programmatiche affinché possano scegliere. Sul pulpito sono abbastanza attento, mi limito a chiedere che cerchino i valori, nient’altro.

[…]  Bisognerebbe distinguere fra politica con la P maiuscola e politica con la p minuscola. Qualunque cosa faccia un ministro religioso è un fatto politico, ma alcuni s’immischiano alla politica. Il religioso ha l’obbligo di indicare i valori, le linee di condotta, dell’educazione, o deve esprimersi, se glielo richiedono, in merito a una determinata situazione sociale. […]  Noi non ci scagliamo contro nessuno, ci riferiamo a un valore che è in pericolo, che bisogna salvaguardare. Poi vengono fuori i media e dicono: «Dura replica contro Tizio o Caio».

[…] Quando ricevo i politici, alcuni vengono con buone intenzioni e condividono la visione della dottrina sociale della Chiesa. Altri però arrivano solo per cercare dei legami politici. La mia risposta è sempre la stessa: il secondo obbligo che hanno è dialogare fra di loro. Il primo è essere custodi della sovranità della Nazione, della Patria. Il paese è la dimensione geografica e la Nazione. La Patria è il patrimonio dei nostri padri, ciò che abbiamo ricevuto da coloro che la fondarono. Sono i valori che ci hanno dato da custodire, ma non per metterli al sicuro in un barattolo di conserva, ma affinché con la sfida del presente li facciamo crescere lanciandoli verso l’utopia del futuro. Se si perde la Patria, non si recupera: questo è il nostro patrimonio. […] La Patria è caricarsi i padri sulle spalle. Con l’eredità che ci hanno lasciato dobbiamo negoziare il presente, farla crescere, lanciarla verso il futuro. Oggigiorno sono i politici gli incaricati di preservare la Patria, le teocrazie non sono mai state buone.

[…] Io demitizzerei la parola «potere», con la quale a volte si definisce la religione. Se si pensa che il potere significhi imporre la propria idea, mettere in riga e fare andare tutti per la stessa strada, credo che si stia sbagliando. La religione non deve essere così. […] La religione possiede un patrimonio e lo mette al servizio del popolo, ma se inizia a intrallazzare con la politica e a imporre cose sottobanco, allora sì che si trasforma in un fattore di potere nefasto. La religione deve avere un potere sano, al servizio delle dimensioni umane per l’incontro con Dio e la pienezza della persona. Non è un male se la religione dialoga con il potere politico, il problema è quando si associa con esso per fare affari sottobanco.

[…] Ai sacerdoti, il giorno in cui impongo loro le mani e li ordino, dico che non hanno studiato per diventare preti, che questa non è una carriera professionale, che non sono stati loro a scegliere, ma che sono stati scelti. […] Una cosa buona che è successa alla Chiesa è stata la perdita dello Stato pontificio, perché adesso è chiaro che l’unica cosa che il Papa possiede è mezzo chilometro quadrato di territorio. Quando il Papa era re temporale e re spirituale, invece, si mischiavano gli intrighi di corte e tutto il resto. Ma forse ora non si mescolano? Sì, tutto questo succede ancora, perché ci sono ambizioni negli uomini della Chiesa, c’è, purtroppo, il peccato del carrierismo. […] Le spirali del potere che sono esistite ed esistono nella Chiesa, sono dovute alla nostra condizione umana.

IL FUTURO DELLE RELIGIONI

Se si guarda alla storia, è evidente che le forme religiose del cattolicesimo sono cambiate. Pensiamo, per esempio, allo Stato pontificio, dove il potere temporale era unito al potere spirituale. Era una deformazione del cristianesimo, non corrispondeva a quanto voleva Gesù e a quanto vuole Dio. Se nel corso della storia la religione ha subito tante evoluzioni, perché non si dovrebbe pensare che anche in futuro si adeguerà alla cultura del suo tempo? Il dialogo fra la religione e la cultura rappresenta un punto chiave, già prospettato dal Concilio Vaticano II. Sin dal principio si richiede alla Chiesa una continua conversione. In futuro avrà modi diversi di adeguarsi alle nuove epoche, come oggi ha modalità diverse da quelle degli anni del regalismo, del giurisdizionalismo, dell’assolutismo. […] La parrocchializzazione, la tendenza a creare una piccola comunità come luogo di appartenenza religiosa, risponde a un bisogno d’identità, non solo religiosa ma anche culturale: appartengo a questo quartiere, a questo club, a questa famiglia, a questo culto… quindi ho un luogo di appartenenza, mi riconosco in un’identità. […] E ciò che dà vita alla parrocchia è proprio questo senso di appartenenza.

[…] La relazione religiosa comporta un impegno, non una fuga. C’è stata un’epoca nella spiritualità cattolica in cui esisteva ciò che si definiva «fuga mundi». Attualmente il concetto è totalmente diverso: è necessario calarsi nel mondo, ma sempre a partire dall’esperienza religiosa. […] Il problema è serio: quando l’aspetto spirituale si riduce a quello ideologico, perde forza la stessa esperienza religiosa e, poiché lascia uno spazio vuoto, si ricorre al mondo delle idee per colmarlo. L’altro rischio è fare opere di beneficenza fini a se stesse, agire come una ong invece di partecipare all’esperienza religiosa. Ci sono comunità religiose che corrono il rischio di trasformarsi inconsciamente in ong. Non è solo una questione di fare questa o quella cosa per aiutare il prossimo. Come preghi? Come aiuti la tua comunità a entrare a far parte dell’esperienza di Dio? Sono queste le domande chiave.

[…] Mi piace molto usare la parola «mansuetudine», che non significa debolezza. Un leader religioso può essere molto forte, molto fermo, senza però essere aggressivo. Gesù afferma che colui che comanda deve essere come colui che presta il suo servizio. Quando smette di essere al servizio, il religioso si trasforma in un mero gestore, in un operatore di una ong. Il leader religioso condivide, soffre, serve i suoi fratelli. […]Ci sono state epoche in cui la Chiesa era corrotta. Penso, per esempio, a quando esisteva il maggiorascato, ai benefici ecclesiastici goduti da alcuni preti che si assicuravano la vita facendo i precettori di ragazzi di famiglie ricche. Non facevano nulla e si erano mondanizzati.

[…] Nella storia della Chiesa cattolica, i veri innovatori sono i santi. Sono loro i veri riformatori, coloro che cambiano, portano avanti il cammino spirituale ridandogli vigore. Francesco d’Assisi, per esempio, ha apportato al cristianesimo un modo di concepire la povertà rispetto al lusso, all’orgoglio e alla vanità dei poteri civili ed ecclesiastici di quell’epoca. Ha portato avanti una mistica della povertà, della spoliazione, e ha cambiato la storia.

[…] È vero che la cultura edonista, consumistica, narcisistica, si sta infiltrando nel cattolicesimo. Ci contagia e, in qualche modo, relativizza la vita religiosa, la paganizza, la rende mondana. In ciò consiste la vera perdita dell’aspetto religioso, la cosa che io temo maggiormente. Ho sempre sostenuto che il cristianesimo è un piccolo gregge, come dice Gesù nel Vangelo. Quando la comunità cristiana vuole ingrandirsi e trasformarsi in potere temporale, corre il rischio di perdere l’essenza religiosa. È questo ciò che io pavento. […] Ma la ricerca religiosa non si è spenta, continua forte, probabilmente un po’disorientata fuori dalle strutture istituzionali. A mio giudizio, la sfida più grande per i leader religiosi è sapere come guidare questa forza.

L’evangelizzazione è un fattore chiave, ma non il proselitismo, che oggi, grazie a Dio, è una parola cancellata dal dizionario pastorale. Papa Benedetto XVI usa un’espressione molto bella: «La Chiesa non fa proselitismo, è una proposta che si sviluppa per attrazione». Si tratta di un’attrazione che passa attraverso la testimonianza.

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