Matti da slegare

Un esposto accusa: nell’ospedale Niguarda di Milano, fino al 2011, alcuni pazienti dei reparti di psichiatria sarebbero stati immobilizzati a letto per ore o per giorni. I sanitari ribattono: tutto regolare e documentato. Ecco alcune carte dell’inchiesta

Un angolo di un ospedale psichiatrico giudiziario. Sono ancora tante le carenze degli ospedali psichiatrici italiani (Credits: Ansa)

Giorgio Sturlese Tosi

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La mente di un malato psichiatrico è come un labirinto. Chi vi si addentra può imbattersi, dietro ogni angolo, in un Minotauro. Talvolta, però, il filo di Arianna che potrebbe portare alla luce si trasforma in una cinghia di cuoio che imprigiona per giorni. Forse per sempre.

È quello che, secondo un esposto presentato alla Procura di Milano, sarebbe avvenuto in alcuni dei reparti di psichiatria dell’ospedale milanese Niguarda, il più grande dipartimento per la salute mentale della Lombardia, con 52 letti di degenza ed emergenza che ogni anno accolgono pazienti da tutta Italia. Un centro di eccellenza riconosciuto a livello nazionale. Per alcuni pazienti, invece, sarebbe stato un incubo, al pari delle loro patologie: questo, almeno, sostengono i firmatari dell’esposto, pazienti o parenti di pazienti ricoverati lì fino al 2011.

Che denunciano violenze e addirittura morti sospette, collegate alle pratiche di contenzione: cioè il legare i pazienti al letto con cinghie di cuoio fissate ai polsi e alle caviglie. Tra il 2007 e il 2011 sarebbero 12 i casi citati nell’esposto, presentato più di due anni fa alla Procura di Milano da Giorgio Pompa, allora esponente di Telefono viola, associazione contro gli abusi nei trattamenti sanitari psichiatrici.

L’esposto finora è rimasto fermo in cancelleria, ma adesso, grazie all’insistenza dei promotori, si è trasformato in un’inchiesta affidata al pm Antonio D’Alessio. Le accuse parlano di morti per soffocamento da deglutizione, come quella di Filippo S., o di infarti dovuti all’immobilizzazione prolungata in un paziente come Francesco D., iperteso e cardiopatico, che si sarebbe ribellato ai lacci come una fiera al guinzaglio.

Ma nell’esposto si parla anche di pazienti come Rita F., che avrebbe perso l’uso delle gambe per un’embolia causata, secondo i parenti, dall’essere stata legata al letto per ore, tanto da riportare piaghe da decubito. Ci sono casi che configurerebbero torture. Come quelle che avrebbe subito Marinella S., una cinquantenne ex alcolista, psichiatrizzata da decenni. Di lei, con Panorama, così parla il figlio, Luca: «Migliorare non è possibile se ti tengono legata mani e piedi per giorni».

Marinella fu ricoverata nel reparto di psichiatria 2 del Niguarda, tre anni fa. Quando Luca andava a visitarla, una volta a settimana, la trovava «incosciente, legata al letto da cinghie ai polsi e alle caviglie, sporca dei suoi stessi bisogni». «Panorama» è entrato in possesso del brogliaccio, una brutta copia del «registro delle contenzioni» che è agli atti dell’inchiesta. 

Si tratta di un registro, obbligatorio per legge, dove viene annotato quando, perché e per quanto tempo un paziente viene legato e immobilizzato. La pratica in effetti è ammessa, ma solo in casi limitati; un’extrema ratio cui si può ricorrere per poco tempo e solo per garantire la sicurezza del malato, degli altri pazienti e del personale ospedaliero.

Il documento inizia con il Capodanno 2010. E, se è vero quanto c’è scritto (a mano e senza la firma di un medico né di un infermiere), Marinella sarebbe stata legata mani e piedi al letto dalla mezzanotte, quando gli altri festeggiavano, fino alle 10.30 del mattino successivo. Poi, slegata per un’ora, sarebbe di nuovo stata contenuta fino alle 11.30 del giorno seguente. Ma il suo nome compare più e più volte nel brogliaccio. Fino a totalizzare 438 ore dal gennaio al marzo 2010: oltre 18 giorni, alcuni dei quali trascorsi sempre legata al letto.

Racconta il figlio Luca: «Vedevo mia madre in quella stanza a due letti, di fronte al refettorio, ridotta come un vegetale; quasi non si accorgeva di me. Ha anche tentato di togliersi la vita ingerendo del tabacco» racconta il figlio, che ha firmato l’esposto «ma quello che le praticavano ha solo un nome: tortura». A confermare i racconti di Luca c’è Simona, un’ex paziente dello stesso reparto: sostiene che la donna fosse spesso legata benché non fosse violenta, ma si limitasse ad alzare la voce ogni tanto e ad andare in giro a chiedere sigarette. «La sera spostavano il suo letto in sala tv, senza slegarla; poi lo riportavano in camera».

Ora Marinella è ricoverata in una clinica di Vercelli. Il figlio dice che sta meglio: parla, interagisce. E, soprattutto, non la legano più. Ma un altro paziente presente nell’esposto, Mohamed, al Niguarda avrebbe perso l’uso delle braccia dopo il ricovero nel reparto di psichiatria 1. La cartella clinica di Mohamed certifica che è stato contenuto, non si sa quanto a lungo. Si sa solo che nell’atto di dimissione il marocchino risultava affetto da «una paralisi flaccida bilaterale degli arti superiori con totale impotenza funzionale», forse causata da «rabdomiolisi imponente», cioè rottura delle cellule dei muscoli.

Com’è accaduto? L’ospedale Niguarda risponde alle accuse sostenendo che «la pratica della contenzione fisica in psichiatria è un provvedimento applicato in situazioni cliniche estreme, unicamente a tutela della sicurezza dei pazienti e degli operatori». E sottolinea che «in merito alle presunte violenze segnalate non risultano allo stato di fatto elementi a riprova delle stesse».

A sostegno delle accuse dell’esposto c’è però una testimone diretta: Nicoletta Calchi, ex psichiatra in uno dei reparti del Niguarda, che è stata appena ascoltata dal pm. Dopo 10 anni di servizio, Calchi dice di essersi ribellata a quelli che ora definisce «abusi della pratica medica, vere e proprie violenze». La donna racconta di averne prima parlato con i colleghi, poi di avere slegato di nascosto alcuni pazienti; infine ha denunciato quello che sostiene di avere visto.

«Ammetto di non avere saputo o voluto fare di più» racconta la psichiatra a Panorama. «Di notte slegavo alcuni pazienti, li tranquillizzavo e li facevo addormentare. Poi, al turno successivo, li ritrovavo legati ai letti. E di nuovo li slegavo. Sapevo che poteva essere un rischio, ma con me quei pazienti non si sono mai comportati in modo violento».

Le scelte della dottoressa, probabilmente ancor più le sue proteste, le hanno provocato qualche problema. Censurata e sanzionata più volte dall’ospedale, Calchi prima si è messa in malattia e da un anno è stata sospesa dal servizio, senza stipendio. Ha risposto con una denuncia per mobbing e con una causa di lavoro, tuttora aperte. Il direttore sanitario del Niguarda, Giuseppe Genduso, che all’epoca dei fatti contestati non lavorava nella struttura, spiega a Panorama che la contenzione «è una terapia applicata in casi molto limitati, talvolta viene impiegata per ridurre la sedazione farmacologica, e comunque non mi risultano contenzioni protratte per oltre 12 ore».

Il direttore afferma di non essere ancora a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria e di non sapere nulla nemmeno del brogliaccio. «Lasciamo lavorare la magistratura, ma dalle nostre indagini non è emerso alcunché» sostiene Genduso. «L’ospedale è una casa di vetro; mi dispiacerebbe se queste accuse gettassero un’ombra sulla straordinaria attività che qui ogni giorno svolgono i miei colleghi e gli infermieri».

Nessuna risposta, finora, è arrivata alle domande poste da Panorama all’assessore alla Salute della Regione Lombardia, Mario Mantovani. Panorama ha provato anche a visitare i tre reparti di psichiatria, ma il personale lo ha cortesemente impedito adducendo motivi di sicurezza e di privacy. Il cronista ha però parlato con alcuni pazienti di quei reparti.

Come si può ascoltare nei video sul sito internet Panorama.it, alcuni di loro confermano di avere subito la contenzione o di avere visto altri pazienti legati per ore; altri dicono che lacci ai polsi e alle caviglie sono una punizione inflitta «a chi non si comporta bene». Sarebbe accaduto di recente a un ragazzo su una sedia a rotelle, così debole da non riuscire a muoversi. Che però urlava e insultava gli infermieri, che lo avrebbero «trascinato a letto, legato mani e piedi e sedato».

Il tema, obiettivamente, è complesso e controverso. Gli inquirenti avvertono che gli stessi parenti dei malati preferiscono tacere su eventuali abusi. Perché, soprattutto nel caso di pazienti violenti, soggiacciono al timore che la struttura psichiatrica possa rimandare i pazienti a casa, lasciando le famiglie sole di fronte a situazioni insostenibili.

Giorgio Pompa, promotore dell’esposto, spera però che «stavolta ci sia un’indagine scrupolosa, non solo per le vittime, ma per alzare il velo su quello che accade nei reparti psichiatrici, dove si perpetuano metodi manicomiali». La parola ai magistrati. 

Guarda i video su Panorama.it La testimonianza sulle pratiche di contenzione da parte di alcuni pazienti dei reparti di psichiatria dell’ospedale Niguarda di Milano.
http://news.panorama.it/video/niguarda

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