L'Ospedale Covid-19 in Fiera Milano, una vittoria lombarda
Una delle sale dell'Ospedale Covid-19 in Fiera MIlano (Ansa)
L'Ospedale Covid-19 in Fiera Milano, una vittoria lombarda
Cronaca

L'Ospedale Covid-19 in Fiera Milano, una vittoria lombarda

Enrico Pazzali, Presidente di Fondazione Fiera, ci spiega com'è nato il progetto, le fatiche, i motivi del suo successo

Quella meravigliosa sensazione di essere italiani. Nel buio di un contagio in terribile scalata, di dati che rimbalzano angoscianti sui media, di sofferenza e dolore che bussano subdolamente alla porta, l'inaugurazione dell'Ospedale Covid-19 della Fiera di Milano è stata una luce di speranza e una dimostrazione di efficienza. Con i suoi 200 posti letto di terapia intensiva, oltre i servizi e il reparto radiografico, servirà ad accogliere i contagiati gravi di Lombardia e di tutto il Paese con l'obbiettivo di sollevare gli ospedali dall'emergenza.

«Ora i padiglioni della Fiera di Milano al Portello ospitano la terapia intensiva più grande di Italia, un ospedale di alta qualità e tecnologia che diventerà un punto di riferimento per tutta Italia», racconta Enrico Pazzali, Presidente della Fondazione Fiera Milano.

Come è iniziato tutto?

«Ai primi di marzo tutto il Sistema Fiera, si è allertato. Inizialmente abbiamo dovuto lavorare come matti per riformulare il calendario degli eventi 2020/21 che comunque dovrà ancora essere aggiustato. E non si tratta di una cosa da poco in quando il sistema fieristico è uno strumento essenziale per il sistema produttivo nazionale. Fin dall'esplodere dell'emergenza sanitaria a Milano e a Bergamo abbiamo iniziato a ragionare con il Presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, sull'opportunità di creare una struttura ad hoc finché a metà marzo è arrivato la determinazione definitiva. La collocazione strategica degli spazi al Portello, la loro disponibilità immediata e la forza progettuale e realizzativa del Sistema Fiera hanno fatto il resto».

Il primo layout era un ospedale da campo. Come è perché si è modificato il progetto in itinere?

«Nelle primissime ore si era pensato anche a tale soluzione, ma la gravità della situazione ha fatto subito comprendere che il tipo di pazienti affetti da coronavirus richiedeva ben altro struttura, in grado di supportare pazienti con patologia grave, arginare la micidiale carica infettiva e salvaguardare la salute e l'operatività del personale medico ed infermieristico. Infine, l'arrivo di Guido Bertolaso ha spinto l'acceleratore esattamente in questa direzione».

Quali sono gli ingredienti finanziari ed organizzativi per realizzare un progetto in emergenza?

«Soldi pronti da spendere (per ora anticipati da Fondazione Fiera che poi rientrerà grazie alle 1200 donazioni private) e capacità di progettazione e realizzazione senza troppi interventi esterni. In questo senso il Sistema Fiera si è rivelato, ancora una volta, un gioiello di efficienza, rapidità, bassi costi, a fronte di risultati importanti. Un modello di cooperazione pubblico/privato. Sfido chiunque nel mondo a trovare una struttura per Covid-19 di questo livello realizzata in soli 10 giorni».

La responsabilità di un'opera di alta utilità sociale in un momento di crisi e di grande emotività nazionale ha lasciato sicuramente momenti indimenticabili, che segnano nel profondo.

«Ho visto persone piangere per la tensione, per la preoccupazione del contagio personale e della propria famiglie. Persone che, ricacciando le lacrime in gola, lavoravano fino a notte fonda senza fermarsi neanche un secondo. Ho provato sulla pelle la voglia di farcela, tutta lombarda e milanese, che in molti momenti ha commosso anche me... e come noto non sono facile alla commozione».

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