Ora dichiariamo guerra al cap (camorra, affari e politica)

Intervista a Franco Roberti, numero uno della Direzione Nazionale Antimafia e terrorismo

Franco-Roberti

Il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti – Credits: Ansa

Annalisa Chirico

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"La giustizia non basta, serve lo Stato". Franco Roberti si accende una sigaretta dopo l'altra al secondo piano del palazzo romano che ospita la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.

Ai primi d'aprile Roberti, che della Dna è il numero uno, ha portato in libreria Il contrario della paura (Mondadori, 174 pagine, 18 euro). La sua tesi è che terrorismo islamico e mafia possono essere sconfitti, che la paura non serve.

Quando un magistrato firma un libro, di solito scalda i motori per un nuovo incarico, nel suo caso? Roberti sorride: "Sto per compiere 70 anni, mi aspetta la pensione". Dopo una vita trascorsa a fare inchieste su mafia e terrorismo, Roberti oggi guida un'istituzione di circa 150 dipendenti con 20 sostituti procuratori chiamatia dare impulso e coordinamento alle indagini delle 26 Procure distrettuali. Insomma, è il vertice di una burocrazia. "Ci sono incombenze burocratiche, ma io cerco di mantenere prioritario l'impegno giudiziario. Anche se l'adrenalina della trincea mi manca".

Roberti approda per la prima volta alla Dna nel 1993, il suo amico Giovanni Falcone l'ha immaginata e voluta. "Ascoltai la sua voce per l'ultima volta il giovedì santo del 1992. Gli dissi: se non ci vai tu, Giovanni, non ci vado neanche io. Purtroppo lui non ci arrivò mai. La mia opinione è che lo uccisero perché non diventasse procuratore nazionale antimafia". A osteggiarlo nella corsa a numero uno della Dna furono anzitutto i suoi colleghi. "Si misero di traverso, sbagliarono".

Ogni mattina Roberti arriva in ufficio alle 8 spaccate, un orario inconsueto per gli uffici romani. "Noi non siamo un ufficio romano, né ministeriale. Siamo un ufficio giudiziario nazionale". Il contrario della paura è un manifesto ideale: l'autore non si autocelebra, non squaderna carte giudiziarie, non trascrive stralci di verbali, non si gongola nella contemplazione di una carriera ultraquarantennale. Roberti racconta la sua idea di giustizia, fornisce un manuale d'istruzioni per renderla più efficace ed efficiente nella repressione del crimine. "Ma la giustizia non basta. Serve lo Stato: nel 1926 Benito Mussolini decise di attaccare la terra dei Mazzoni nel Casertano, la stessa zona oggi coperta dal clan dei Casalesi. Si affidò al colonnello Vincenzo Anceschi, che annientò la banda. Quando Anceschi si congedò, scrisse: guardate che ora che abbiamo eliminato i delinquenti, bisogna intervenire sul territorio, costruire strade, scuole, dare occupazione alla gente, sennò il fenomeno si riprodurrà. Aveva ragione".

Ecco, lo Stato dovrebbe dare il buon esempio, invece si moltiplicano le inchieste sugli intrecci perversi tra politica e criminalità. A Ischia il sindaco del Pd è finito agli arresti per gli appalti assegnati alla cooperativa Cpl Concordia per la metanizzazione. A Quarto il Movimento 5 stelle è travolto dai voti della camorra. A Casavatore, nel Napoletano, il clan Ferone si sarebbe diviso equamente tra il candidato del Pd e quello avversario. All'Aquila l'ex vicensindaco avrebbe intascato tangenti per la ristrutturazione dell'oratorio don Bosco. A Rende, nel Cosentino, gli inquirenti ipotizzano l'esistenza di un "sistema" che avrebbe consentito alla 'ndrangheta di controllare la politica grazie al legame con Sandro Principe, capogruppo del Pd alla Regione Calabria, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Per arrivare allo scambio posti e lavoro in cambio di voti, emerso nell'inchiesta lucana sui giacimenti di Tempa rossa.

"Io" dice Roberti "lo chiamo Cap: Camorra, affari e politica. Mi riferisco al sistema di accordi illeciti, su base corruttiva, tra imprenditori, esponenti politici e mafiosi. Purtroppo il Cap è pienamente attuale. La linea d'ombra tra politica e corruzione perde sempre più spessore, quasia diventare invisibile. La criminalità non bada alla tessera di partito".

Nessuno detiene il monopolio della moralità. "Nel 1994 il boss Carmine Alfieri decise di collaborare con la giustizia. In un colloquio mi disse: per me il colore politico non ha mai fatto la differenza". Dello stesso avviso è Antonio Iovine, capo dei Casalesi: dopo 14 anni di latitanza viene arrestato nel 2010 e un paio di anni fa è colto dal pentimento. Ai magistrati confida: "Generalmente io ero del tutto indifferente rispettoa chi si candidava a sindaco, nel senso che chiunque avesse vinto sarebbe entrato automaticamente a far parte del sistema da noi gestito".

Eppure la mafia non tira in ballo soltanto la politica. "La vera forza delle mafie sta fuori dalla mafia e contamina i corpi sociali disposti a scendere a patti per opportunismo, lucro, sostegno elettorale. La mafia ha i suoi addentellati in certe frange della cosiddetta società civile, delle professioni, del giornalismo". Una certa magistratura che cavalca l'antimafia di facciata non fa certo eccezione. "Alcuni magistrati hanno predicato in un modo e agito in ben altro. Le inchieste sulla gestione dei beni confiscati alla mafia non fanno onore a nessuno. Molti hanno ambito al pedigree antimafioso senza averne i titoli".

Roberti non lo dice espressamente, però è evidente che si riferisce non solo al caso della giudice Silvana Saguto di Palermo, indagata per corruzione e concussione nella gestione dei beni sequestratia Cosa nostra, ma anche ai casi di magistrati antimafia indagati a Napoli e all'immagine "opaca" che si allunga su certa antimafia, che proprio a Panorama ha denunciato il suo collega Catello Maresca, pm della Direzione antimafia napoletana.

La mafia non è più una peculiarità del Mezzogiorno. "È viva e vegeta in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna. Si tratta spesso di mafie silenti: non sparano, ma fanno affari. Il traffico di droga è un business enorme". La Dna ha aperto alla possibilità di depenalizzare le droghe leggere. "Concentriamo sforzi ingenti senza risultati effettivi. Se le droghe leggere fossero depenalizzate, potremmo agire con più efficacia contro quelle pesanti". Aveva ragione Falcone quando diceva che la mafia ha un inizio e una fine? "Penso di sì" risponde Roberti. "Ma io non la vedrò, quella fine. Alla mia età si commemorano piuttosto gli amici scomparsi. In questi giorni ricorre l'anniversario della morte del pm Gabriele Chelazzi che indagò sulle stragi del 1992-93. Ecco, se potete, ricordatelo".

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