Cronaca

Le Ong ed il lavoro precario

Molte organizzazioni hanno bilanci milionari grazie a ricche donazioni ma utilizzano persone con contratti a termine, a progetto se non a costo zero

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Ostinate, nonostante la chiusura dei porti italiani, hanno annunciato che torneranno nel Mediterraneo per fare da taxi ai migranti che si rivolgono agli scafisti trafficanti di esseri umani per la traversata verso l’Italia. E lo faranno con una marea di lavoratori precari a bordo.

Molte di loro hanno bilanci da capogiro (le stime parlano di oltre 906 milioni di euro incassati nel 2017 tra tutte le Ong in Italia) ma, come la Mediterranea saving human del neo armatore veneziano Luca Casarini (consulente dell’ex ministro per la Solidarietà sociale Livia Turco durante il primo governo Prodi), che da sette anni vive a Palermo dove ha trasformato un rimorchiatore degli inizi degli anni Settanta, la Mare Jonio, in una nave da salvataggio, per esempio, difettano di trasparenza. Sul sito web della Ong non c’è un’area dedicata ai bilanci. Viene diffuso un unico dato: sono stati raccolti 589.333 euro tramite 2.858 sostenitori. In Open cooperazione, l’aggregatore open data delle Organizzazioni non governative, la Mediterranea non compare. Con un mega file excel da scaricare sulla piattaforma, Open cooperazione permette di monitorare il quadro complessivo del comparto.

Ovviamente non tutte le organizzazioni hanno deciso di contribuire volontariamente alla diffusione di bilanci e dettagli: mancano all’appello Medici senza frontiere, che è censita ma ha fornito il minimo indispensabile (entrate, uscite e poco altro), e l’Unicef che rende noti solo i bilanci e il numero complessivo di donatori. Le voci sui dipendenti sono vuote. Tante altre, invece, in nome della trasparenza lo hanno fatto. Ma l’analisi complessiva non è tra le più confortanti.

Soprattutto emerge un dato: viene utilizzato il lavoro precario. I numeri forniti fanno riflettere: i contratti a tempo indeterminato per i lavoratori delle Ong sono solo il 48,7 per cento del totale. I precari, invece, sono suddivisi così: l’8,4 per cento ha un contratto a termine, il 13,6 per cento fattura tramite partita Iva e il 29,3 per cento, fetta consistente, ha un contrattino a progetto. Il totale delle risorse umane impiegate nella cooperazione by Ong in Italia ammonta a 2.816 lavoratori (17.287 nel mondo). La bilancia pende verso la manodopera maschile, con il 54 per cento di impiegati. Per i full time della cooperazione da Ong la retribuzione media ha una forbice larga: dai 10 mila euro lordi agli oltre 99 mila per i più ricchi.

Per far funzionare la macchina, oltre ai  83.246 volontari attivi (possono contare al più su rimborsi spese), da molte Ong viene sfruttata un’altra opportunità: il servizio civile nazionale, che non crea l’instaurazione di un rapporto di lavoro, offre giovani menti e braccia all’organizzazione che partecipa al bando governativo e per la Ong è a costo zero. Il compenso viene totalmente corrisposto dal Dipartimento per le politiche giovanili con accreditamento diretto delle somme: 14,46 euro netti al giorno, per un totale di 433,80 euro netti mensili. Il pagamento avviene in modo forfettario per complessivi trenta giorni al mese e per la durata prevista del progetto. E, così, nell’ultimo anno, ai 2.816 dipendenti contrattualizzati si aggiungono i 1.322 volontari del Servizio civile.

Come le aziende, anche le Ong hanno alti e bassi. Dicono le statistiche di Open cooperazione che il bilancio complessivo umanitario in Italia è costituito prevalentemente da fondi istituzionali (il 65 per cento) e dal 35 per cento di donazioni private (in varie forme: dalla tessera d’iscrizione al finanziamento per singolo progetto, dalla donazione alla scelta del 5 per mille in sede fiscale). Le previsioni sul calo delle donazioni per il 2018 varia tra 5 e 10 per cento. Con gli sbarchi quasi a zero, molte organizzazioni hanno avuto una riduzione vistosa nei fatturati. Una delle prime a soffrire è stata la Gus, Gruppo umano solidarietà di Macerata: 31 milioni di euro di fatturato nel 2017 e dipendenti pagati a singhiozzo nel 2018. Così, anche il lavoro di chi è a tempo indeterminato si fa precario. A difesa dei diritti dei dipendenti sono dovuti intervenire, non senza imbarazzi, i sindacati. Le prime bacchettate sono arrivate proprio dalla Cgil, che di solito tiene le Ong sotto la sua ala protettrice. Ma a ricorrere al lavoro flessibile sono anche le organizzazioni big del settore.

Save the children, la Ong più finanziata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, per esempio, con oltre 400 mila donatori e fondi che arrivano soprattutto da ministeri, fondazioni, società e associazioni, ha 31 dipendenti a tempo determinato, 126 dipendenti a progetto e 89 consulenti a partita Iva. I contratti a tempo indeterminato invece sono solo 153. I volontari attivi? Quelli dichiarati sono 1.967.

Il bilancio di Save the children cresce grazie alle riuscitissime campagne di comunicazione, il cui obiettivo principale, si legge sul sito web, «è contribuire a far riconoscere Save the children in Italia quale organizzazione leader nel settore dei diritti dei minori». La comunicazione, lo sanno bene a Save the Children, svolge un ruolo strategico strettamente funzionale proprio alla raccolta fondi. I numeri sono da record: la rassegna stampa annuale conta un totale di oltre 18 mila uscite sui media nel 2016. Tra le figure più richieste ci sono comunicatori e social media manager. Le altre sono diverse: si va dai comandanti e marinai, spesso professionalmente preparati ed esperti, quindi con una retribuzione medio alta, agli addetti alla security (come nel caso della nave Vos Hestia di Save the Children, che aveva ingaggiato la Imi Security Service, i cui uomini denunciarono per primi lo scandalo dei soccorsi organizzati a largo delle coste libiche, inchiesta archiviata a giugno 2018). Su tutti, però, spiccano i project manager, il profilo professionale più ricercato. La maggior parte dei proventi, infatti, arriva dai progetti finanziati soprattutto da ministeri e Comunità Europea. Le Ong dunque cercano di fare incetta di progettisti.

Attualmente, stando ai dati diffusi dal portale Info cooperazione, le 108 organizzazioni che hanno cercato 800 figure, da inserire professionalmente in 68 nazioni diverse, sono alla ricerca di 306 esperti capaci di realizzare un progetto credibile per intercettare fondi. Al secondo posto di questa classifica, la domanda di tecnici (ingegneri, medici e infermieri), con 125 richieste. Ma c’è bisogno pure di funzionari amministrativi che, con 112 richieste, si piazzano al terzo posto, raggiungengo il 14 per cento del totale.

Anche i capi missione la fanno da padrone. Si va dalla logistisca ai deskisti, a chi si occupa di monitoraggio dei progetti. In calo sociologi e mediatori, visto che gli sbarchi, con le misure messe in campo dal nuovo governo, sono ormai prossimi allo zero. n

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