Carmelo Caruso

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Di sicuro si sa che sono uomini in fuga. Nel 2015 i migranti sbarcati in Italia sono diminuiti ma ancora di troppi non si conosce l’identità. Se nel 2014 quelli arrivati in Italia sono stati 170.100, nel 2015, secondo i dati del ministero degli Interni, il loro numero è sceso a 144.205.

Fotosegnalamento

Ma quanti migranti l’Italia non riesce a identificare e fotosegnalare? Quasi 40 mila. L’Unione Europea se n’è lamentata lo scorso 18 dicembre attraverso un rapporto della Commissione recapitato a Roma: "L’Italia prenda le impronte digitali anche con la forza".

Secondo quanto riferito il 25 settembre 2015 dal prefetto Giovanni Pinto, alla guida della direzione centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere, audito dalla commissione migranti della Camera, i migranti fotosegnalati sono 100.982 su 140 mila. Che la procedura sia complessa è stato sempre Pinto a spiegarlo: "I migranti si mettono in posizione fetale. Ci vogliono circa 40 minuti per prendere le impronte quando si riesce".

I migranti evitano di lasciare le loro impronte in Italia per sfuggire alla convenzione di Dublino che impone al migrante richiedente asilo di formulare la domanda nel paese d’approdo e dunque di fermarsi in Italia in attesa di ricevere il parere di una commissione. Secondo quanto stabilito dalle direttive, le impronte digitali vanno immediatamente prese quando lo straniero arriva in Italia per poi essere immagazzinate nel sistema Eurodac, un cervellone che serve a confrontare a livello europeo le impronte dei richiedenti asilo e dei cittadini dei paesi terzi arrivati nella Ue.

Impronte digitali e uso della forza

Una circolare del ministero degli Interni, la n°29197 del 25 settembre del 2014 recita che “lo straniero deve essere sempre sottoposto a rilievi fotodattiloscopici e segnaletici [..] prescindendo dalla puntuale identificazione sulla base dell’esibizione del documento di viaggio, se posseduto”.

Ma in realtà il sentiero è stretto: da una parte le impronte vanno prese anche con l’uso della forza, e a sostegno di ciò esiste pure una sentenza della Corte di Cassazione del 1962, dall’altra, quando si parla di migranti, il rischio è di violare i princìpi fondamentali dei diritti dell’uomo.

Che fare allora? Proprio pochi giorni fa, a Lampedusa, un gruppo di eritrei si è rifiutato di rilasciare le proprie impronte. "La polizia non può certo spaccare le ossa" ha avvertito Pinto. Ne è consapevole anche il sottosegretario del ministero degli Interni, Domenico Manzione: "È vero, sono 40 mila che sfuggono. Ma la percentuale di migranti fotosegnalati è quasi l’80 per cento. Chiaro che bisogna fare di più e lo stiamo facendo".

Respingimenti

A spiegare meglio la procedura è Cristoper Hein, portavoce del Consiglio italiano per i rifugiati: "Secondo regolamento, le impronte vanno prese entro 24 ore dallo sbarco. Così viene fatto soprattutto nei due hotspot di Lampedusa e Trapani. Se il migrante si rifiuta di consegnarle scatta la denuncia alla magistratura. Il vero nodo però è l’uso della forza fisica". Il nostro è un approccio garantista come spiega Hein: "La polizia fa un uso discreto della forza perché preferisce attendere un ordine che solo la magistratura può validare. Sappiamo però tutti che ciò è in pratica impossibile. La magistratura è schiacciata dall’ingente mole di lavoro. A quel punto è la questura a formulare un decreto di respingimento entro 8 giorni nei confronti del migrante che si rifiuta di lasciare le proprie impronte. Lasciare il paese quindi. Ma quale migrante lo fa? Nessuno".

Espulsioni

Eccoci dunque alle espulsioni. Nel 2015 i migranti espulsi sono stati 11.944 su 26.085 immigrati irregolari che è stato possibile rintracciare sul territorio nazionale. "Abbiamo effettuato ben 70 voli di rimpatrio" ha riferito sempre Pinto al parlamento. Ma anche qui la procedura è farraginosa. Prima di procedere a un’espulsione, l’Italia deve indentificare quale sia il paese del migrante irregolare. A quel punto bisogna contattare il consolato di quel paese e ottenere un documento di viaggio per procedere con il rimpatrio fisico. Difficoltà che riconosce Manzione: "Bisogna preparare un charter e attendere un documento di viaggio. Sono difficoltà reali ma che solo l’Europa può affrontare. Gli Stati sono riottosi a riaccogliere i migranti. Servono accordi diretti con gli Stati del medioriente, i paesi da cui ha origine il fenomeno migratorio. È chiaro che la Ue nella sua interezza avrebbe un peso specifico superiore rispetto a un singolo Stato".

In attesa di tutto ciò, il migrante di cui non si conosce l’identità viene trattenuto nei Cie per sei mesi. Se entro questa scadenza non si riesce a individuare il paese o ricevere un documento di viaggio per convalidare il rimpatrio, al migrante vengono aperti i cancelli del Cie. Da quel momento è libero ma irregolare. "È la sorte toccata a quasi la metà degli abitanti dei Cie lo scorso anno" rivela Hein. In realtà, sarebbero anche previsti ritorni volontari "peccato che i programmi di finanziamento sono terminati in estate" ed è sempre Hien a riferirlo.

Rilocation

In tuttò ciò non è mai decollata la "rilocation" a livello europeo ovvero la disponibilità dei paesi membri ad accogliere i profughi sbarcati in Italia. "Purtroppo la “rilocation” – spiega ancora il sottosegretario Manzione - avviene su base volontaria. Devono essere i paese Ue a esprimere la propria disponibilità. Noi avevamo chiesto che fosse su base obbligatoria. A oggi solo la Svezia ha dato la propria adesione. Ma anche loro, nelle ultime settimane, sono in difficoltà al punto da ripristinare i controlli alla frontiera".

Di certo si è intervenuti per quanto riguarda le domande di richieste d’asilo. Dalla copertina di Panorama del giugno scorso, che ha analizzato il funzionamento delle commissioni territoriali per richiedenti asilo, qualcosa è cambiato. Innanzitutto, le commissioni territoriali sono passati da 20 a 42, "e ne stiamo per istituire altre 5" anticipa il prefetto Angelo Trovato che dirige tutte le commissioni sparse sul territorio.

Panorama 25

La copertina di Panorama in edicola giovedi' 18 Giugno

Richieste d’asilo

Nel 2014 le domande di richiesta asilo presentate erano state 64.836 e quelle esaminate 36.330. Nel 2015 invece su 79.970 domande d’asilo, 66.266 sono state esaminate.

Nonostante l’inversione di marcia impressa dal ministero degli Interni, ogni commissione tuttavia è un pianeta a se. I tempi per valutare una richiesta di asilo politico rimangono insomma variegati da commissione a commissione. E infatti Hein lo spiega: "I tempi dipendono ancora dalla provincia. Per quanto ne so, a Trapani e Siracusa i tempi sono rimasti invariati rispetto a un anno fa. La media è di 8 – 10 mesi per avere il responso da parte della commissione e quasi un anno passa prima che un tribunale civile si pronunci su tutte quelle richieste d’asilo rigettate dalla commissione ma contestate, come prevede la legge, dal migrante. Stupisce come ancora non si sia pensato di istituire tribunali speciali che si occupano solo d’immigrazione".

Per Trovato, però, i tempi sono migliorati anche al Sud: "Il tempo è sceso sull’intero territorio e oggi la media di una pratica di richiesta d’asilo è di 240 giorni circa. Il vero scoglio rimane il secondo grado, s’intende il ricorso di fronte a un tribunale civile". E qui il governo sarebbe pronto a intervenire, almeno da come anticipa Manzione: "Stiamo ragionando insieme al ministero della Giustizia a un nuovo strumento normativo che fissi una scadenza per quanto attiene il processo in sede civile e l’arrivo di una sentenza".

La Grecia porta d'Europa? Ecco perché

I migranti hanno compreso che la confusione legislativa e il disordine dei sistemi d’asilo sono i loro migliori alleati. Un caso su tutti è la Grecia. Si dimentica infatti di ricordare che in Grecia la convenzione di Dublino da tre anni è sospesa, dopo una sentenza della Corte di Strasburgo. Per la Corte, la Grecia viola la Convenzione europea sui diritti umani a causa di un sistema d’asilo non funzionante, dunque la convenzione di Dublino non si applica insieme all’onere e ai costi che invece è costretta a caricarsi l’Italia. I migranti lo sanno. Non è un caso che oggi sia la Grecia la vera porta d’Europa.

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