Cronaca

Domenico Maurantonio, i compagni: "Non lo abbiamo ucciso noi"

Parlano gli amici del ragazzo padovano morto in gita. Minuto per minuto, ecco com'è andata quella notte

Domenico Maurantonio

Carmelo Abbate

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Sono le 12 di lunedì primo giugno. Siamo in un appartamento nel centro di Padova. Ci sono quasi tutti i compagni di classe di Domenico Maurantonio, lo studente diciannovenne morto in seguito a una caduta dal quinto piano di un albergo situato alle porte di Milano. Ci sono anche i loro genitori. Tutti insieme hanno deciso di rompere il silenzio con la stampa e mettere la parola fine allo stillicidio di notizie e ricostruzioni fantasiose sui fatti di quella notte. Solo i loro nomi sono di fantasia, per espressa richiesta delle mamme e dei papà, perché non vogliono ritrovarsi con i giornalisti sotto casa, perché cercano in tutti i modi di proteggere i ragazzi dall’assalto dei media per fare in modo che si concentrino nello studio per gli imminenti esami di maturità.

 

Inizia Giorgio. «Siamo partiti da Padova alle 5,30 del mattino. Dopo aver passato la giornata alla Triennale e all’Expo, siamo arrivati in albergo verso le 22,30. Ci hanno assegnato le camere. La nostra era la 533, ma aveva quattro letti, motivo per cui ci hanno spostato alla 516, dove eravamo in tre: io Domenico e Maurizio. Abbiamo fatto la doccia e siamo scesi nella hall verso le 23,30. Abbiamo bevuto uno spritz, poi abbiamo ordinato delle pizze, abbinate con la bottiglia di birra. C’era una buona parte della classe. Finito di mangiare io sono andato su in camera, la 516, con la morosa, e sono tornato giù verso l’una e trenta, dove ho ritrovato gli altri, compreso Domenico».

Parla Martino, che nel frattempo è rimasto con Domenico: «Verso mezzanotte e mezza abbiamo raccolto la spazzatura e siamo usciti a gettarla nei cassonetti. Abbiamo fatto un piccolo giro lì davanti, eravamo in 6-7, senza Domenico. Ci siamo fermati dentro un piccolo parco esterno, siamo rimasti lì fino all’una e venti. Domenico mi ha chiamato all’una meno dieci per chiedermi se riuscivo a prendere delle birre, poi mi ha richiamato all’una e venti quando eravamo davanti alla porta dell’albergo. Ci siamo incontrati nel corridoio del quinto piano. Siamo entrati nella nostra camera, la 516, eravamo una decina di ragazzi e 3 ragazze, che sono uscite subito dopo. Noi abbiamo continuato a bere un liquore alle prugne. Qualcuno era leggermente alticcio, ma neppure al livello di alzare la voce. A nessuno girava la testa, nessuno ha vomitato. Verso le tre meno dieci alcuni sono andati via, siamo rimasti in sette, compreso Domenico. Alle tre abbiamo deciso di scendere giù a prendere una boccata d’aria. Ci siamo seduti sui gradini fuori dall’albergo. È uscito un uomo dalla reception, ha scambiato qualche parola con noi ed è rientrato. Verso le 3,20 Domenico ci ha fatto una foto con il suo telefono e l’ha messa sul WhatsApp della classe. Siamo rientrati in camera, la 516, alle 4,30 circa. Eravamo in sei, abbiamo mangiato salame e taralli, ci siamo finiti la bottiglia di liquore. Domenico ha bevuto, ma con moderazione».

Intanto Giorgio crolla dalla stanchezza. «Mentre loro continuavano a parlare, io mi sono addormentato». Riprende Martino: «Alle 5,30 io e il mio compagno che dormivamo alla 633 siamo andati via. L’ultima cosa che ho visto è Giorgio che dormiva, Domenico che si metteva a letto e Maurizio che si stava cambiando la maglietta».

Rimangono in quattro: Giorgio, Maurizio, Domenico e Raffaele. Ma la camera è per tre, ce n’è uno di troppo. È Raffaele: «Io dovevo dormire alla 318, ma i miei compagni di stanza erano andati a letto molto prima e avevo già deciso di fermarmi con loro alla 516».

I ragazzi si mettono a letto. Parla Maurizio: «Domenico prima di stendersi è andato a lavarsi i capelli. La porta del bagno aveva la serratura, ma senza chiave: non si poteva chiudere né da dentro né da fuori». Passano dei minuti, la scena finale la racconta Raffaele: «Giorgio dormiva già nel letto singolo, noi tre eravamo tutti insieme nel matrimoniale. Domenico era in mezzo. Mi sono addormentato con lui alla mia destra». Sul lato opposto c’è Maurizio: «L’ultima cosa che ricordo è che mentre mi addormentavo avevo Domenico alla mia sinistra. Indossava una maglietta e dei pantaloncini scuri».

Il racconto riprende brevemente alle 6,30. Maurizio apre gli occhi: «Avevo la luce sulla faccia, mi sono svegliato, ho notato l’assenza di Domenico, ho pensato fosse in bagno, mi sono riaddormentato».

Alle 7,30 suona la sveglia. Giorgio: «Domenico non c’era , ma c’erano le sue scarpe, il cellulare, gli occhiali. Non era neppure in bagno, ho pensato che fosse andato in qualche altra camera. Siamo scesi giù a cercarlo». Raffaele: «Ho telefonato a un nostro compagno per chiedere se lo avevano visto, non mi ha risposto, ho chiamato un altro. Niente. Quando siamo usciti dalla camera, al centro del pianerottolo, davanti all’ascensore, c’era una cacca in mezzo, per terra. Ho pensato che fosse opera del cane di un maleducato che l’aveva lasciata lì».

Breve parentesi sulle cose strane notate dai ragazzi dentro l’albergo: «Nella hall girava strana gente. L’ascensore si è bloccato due volte. Una volta c’era dentro il professore di ginnastica, il quale ha scardinato e aperto la porta perché una turista all’interno ha avuto un malore. Al quinto piano si aggirava un uomo strano. Le ragazze che hanno dormito di fronte alla finestra, quando sono salite la prima volta in camera, verso le 23,30, avevano difficoltà ad aprire la porta. Un uomo è arrivato alle loro spalle, ha preso la tessera e le ha aiutate. Lo hanno rivisto quando sono scese verso le 2,30, stava ancora vicino alla finestra. Era sulla cinquantina, senza capelli, con la barba. Non ha mai detto una parola». Le ragazze non hanno sentito nulla di strano mentre dormivano.

Torniamo alla mattina successiva. Continua Giorgio: «Mentre ero giù che chiedevo di Domenico, è entrata la polizia. Si sono avvicinati ai professori, io ero dietro di loro. Hanno mostrato la fotografia di Domenico morto a terra. Ho notato che indossava la maglietta. Gli agenti mi hanno portato in disparte e mi hanno chiesto di raccontare tutto quello che era successo la sera prima. Avevo ancora addosso il pigiama». Raffaele: «Io e Maurizio intanto facevamo i cinque piani a piedi per cercarlo, al quinto abbiamo notato la cacca sul pianerottolo, poi delle tracce nel corridoio, una quantità più grossa sotto la finestra, che era aperta e aveva una macchia strisciata sempre di cacca sul davanzale».

Subito dopo i poliziotti riuniscono la classe in sala conferenza, i tre che hanno dormito con Domenico vengono sentiti e le loro dichiarazioni trascritte a verbale. Verso l’ora di pranzo, Giorgio, ancora in pigiama, Raffaele, e Maurizio vengono portati in questura. Le parole di Maurizio: «Siamo stati tenuti in stanze separate, ci hanno interrogato più volte con lunghissime pause in mezzo. Siamo usciti poco prima della mezzanotte». Giorgio: «Ci hanno detto che era letteralmente vietato parlare con i giornalisti, perché per esempio se fosse venuto fuori che tre di noi erano stati portati in questura, ci sarebbe stato un accanimento della stampa. Abbiamo fatto quello che ci è stato detto».

Questo per quanto riguarda i fatti di quella sera. Rimane qualche domanda, alle quali i ragazzi rispondono insieme. La preside vi ha mai convocato? Avete mai parlato con lei? «No, nessuno di noi è mai stato chiamato dalla preside, mai vista». Che cosa è successo a Domenico?: «Noi che lo conoscevamo, escludiamo che possa essersi suicidato. Era sereno, faceva progetti per il futuro. Era uno con la testa a posto, niente bravate, il più riflessivo. Al secondo liceo aveva già la morosa, non uno sfigato. Era il più saggio, ironico, leggero, sobrio nei modi e nel comportamento». Allora cosa gli è successo? «Qualcuno potrebbe avergli fatto qualcosa, ma certo non può essere entrato in camera per sequestrarlo. Chissà magari ha avuto un problema neurologico, qualcosa che non riusciamo a spiegarci». Anche uno soltanto tra voi potrebbe sapere quello che è successo e tenere la bocca chiusa. «Ci frequentiamo da anni, ci conosciamo bene. Lo escludiamo nella maniera più assoluta». Perché non siete andati alla messa in suffragio di Domenico? «Alcuni di noi erano in questura a Milano per essere interrogati». Avete parlato con i genitori di Domenico? «Siamo andati a casa loro il giorno dopo il funerale, per le condoglianze e per offrirci di rispondere a tutte le loro domande. Ci ha ricevuto il papà, ci ha detto che la mamma non voleva vederci, e che lui per il momento non se la sentiva di parlare con noi». Come reagite all’accusa di omertà? «Con rabbia contenuta, se rispondiamo male passiamo per cattivi». Ecco, fra le numerose falsità circolate su quella sera, e nel mistero su cosa sia successo a Domenico, c’è una sola certezza: l’accusa di omertà contro i suoi compagni di classe è stata una cattiveria gratuita.


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