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Cronaca

Nel nome del padre (e di un amico vero)

Quattordici anni fa Fabio Merlino restò orfano di Filippo, un carabiniere caduto nella strage di Nassiriya. Ma lui ha trasformato la tragedia in rinascita

Di quella fredda mattina di novembre, tutti ricordiamo che era impossibile non piangere.
Tutti ricordiamo una diretta in televisione, e un bambino su una sedia a rotelle, che indossava la divisa del papà: era il 18 novembre del 2003, era il giorno dei solenni funerali di Stato degli eroi di Nassiriya, e Fabio, che allora aveva 13 anni, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura dava l’ultimo saluto a suo padre, il maresciallo dei Carabinieri Filippo Merlino.

Fabio oggi è un giovane uomo, che l'atrofia muscolare spinale di cui soffre dalla nascita non è riuscito a piegare; vive ancora a Viadana, dove suo padre comandava la locale stazione dei Carabinieri, ha una fidanzata, Giada, che non lo perde di vista un attimo, ha aperto un negozio di abbigliamento sportivo e soprattutto ha realizzato quello che era il suo sogno: ha fondato una squadra di wheelchair hockey (hockey in carrozzina elettrica), la Macron Warriors Viadana, che oggi milita nel campionato di serie A1.

Fabio e il papà 

Soprattutto, Fabio parla sempre del suo papà, anche quando sembra che il discorso lo porti lontano: e gli si illuminano gli occhi quando confessa che a Viadana ancora tanta gente sbaglia, e lo chiama Filippo.
“Fin da piccolo” racconta Fabio “sono sempre stato molto appassionato di sport: questa era una cosa che ci legava moltissimo, me e mio padre. Quando lui non era in missione andavamo allo stadio ogni weekend, eravamo capaci di vedere tre partite in due giorni, dato che allora Parma, Modena e Bologna erano tutte in serie A. E fu proprio durante una di queste partite- io frequentavo allora la terza media- che conobbi alcuni ragazzi che praticavano wheelchair hockey: papà, che stava per partire per l’Iraq, per la missione di peacekeeping “Antica Babilonia”, promise di portarmi a provare questo nuovo sport a Bologna, una volta che fosse tornato a casa”.

 

Carmine, l'amico di sempre

Nelle gite allo stadio, Fabio e suo padre non erano mai da soli:”Quando andavo in seconda elementare” spiega Fabio “a Viadana arrivò Carmine, da Napoli, anche lui figlio di un carabiniere. Siamo perfettamente coetanei: e quindi il piano dei nostri genitori, e dei maestri di scuola era stato quello di metterci nella stessa classe perché io –che sono sempre stato molto estroverso- lo aiutassi a inserirsi e perché lui potesse starmi vicino, vista la mia situazione”.

Mai piano funzionò meglio di così: Carmine (Galasso, ndr) e Filippo diventano l’uno il migliore amico dell’altro, sono sempre assieme, e il maresciallo Merlino -che intanto tra una missione e l’altra stava costruendo a Viadana una grande casa completamente priva di barriere architettoniche per suo figlio- nel fine settimana si trasforma in uno sfegatato tifoso che accompagna i ragazzi in giro per stadi:” Eravamo tutti juventini” racconta Carmine, che non ha lasciato Viadana e adesso lavora in un magazzino elettrico “e ricordo la prima volta che mi portarono con loro allo stadio: avevo 7 anni, mi ero trasferito a Viadana da un mese e la partita era Bologna-Marsiglia, di Coppa Uefa. Io ero emozionatissimo: arrivarono in ritardo a prendermi ed ero talmente preoccupato che scoppiai a piangere! Ma poi entrammo allo stadio in tempo, precisi per il calcio d’inizio. Io adoravo il maresciallo Merlino, per me era come uno zio, più di uno zio”.

La strage di Nassirija

Poi arrivò il 12 novembre del 2003, il giorno della strage di Nassiriya:” Io e Carmine eravamo assieme, come sempre, quando giunse la notizia dell’attentato” spiega Fabio“ e rimanemmo assieme per tutta la durata della camera ardente: due ragazzini inseparabili, affranti, che piangevano il padre e l’amico. Io avevo chiesto il permesso ai superiori di mio papà di indossare una divisa uguale a quella che lui usava in missione. Mi fu concesso: non la tolsi mai, la tenni fino alla fine dei funerali solenni: ne sentivo il bisogno per onorare mio padre”.

Seguirono anni difficilissimi: la mamma di Fabio, Alessandra Savio, che allora era capo reparto tessile in un supermercato di Viadana chiede due anni di aspettativa per stare vicina al figlio e riorganizzare la vita di entrambi, la casa che il maresciallo stava costruendo non è ancora finita, e Fabio sente tantissimo la mancanza del suo papà:” Lui era un grande esperto di missioni all’estero” continua Fabio “era stato in Kossovo due volte, in Albania, in Bosnia, era stato più volte decorato. E anche quando era lontano mi chiamava immancabilmente tre volte al giorno. Eravamo davvero legatissimi. Per mesi ho continuato a pensare al fatto che l’ultima volta che l’ho sentito al telefono, prima della strage, avevamo pianificato di andare allo stadio la settimana successiva, perché la sua missione stava finendo, “e poi” mi disse “ti porto a provare l’hockey in carrozzina”. Mio padre mi spingeva sempre a superare i miei limiti, a non arrendermi mai, mai”.

Wheelchair hockey: una nuova passione

E infatti Fabio non si arrende, nemmeno davanti all’ennesima prova che la vita gli mette davanti: una complicatissima operazione di 13 ore alla schiena per raddrizzare la colonna vertebrale, che lo costringe a mesi di riabilitazione. Il 20 settembre del 2005, appena risvegliatosi dall’anestesia decide di dare seguito al desiderio di suo papà, e una volta rimesso in sesto dall’operazione telefona al presidente della federazione italiana di Wheelchair Hockey, Antonio Spinelli, per chiedergli dove fosse la società più vicina a Viadana:”Proprio in quei giorni” spiega ancora Fabio “si stava costituendo una società di hockey in carrozzina a Parma. Ero felicissimo, potevo iniziare: si stava realizzando il mio sogno –che poi era anche quello del mio papà- di praticare uno sport, come tutti i ragazzi dovrebbero poter fare”.

Cominciano i viaggi per Parma, e ancora tanti sacrifici: Fabio naturalmente deve essere sempre accompagnato, gli allenamenti sono di sera tardi e alla domenica ci sono le partite, ma si tiene duro. Il ragazzo fa due campionati in serie A2, diventa molto bravo, e un allenatore di Bologna se ne accorge:” Venne a vedermi giocare e mi propose di trasferirmi in squadra da loro” sorride Fabio “Io avevo ormai quasi 18 anni, ed ero –e sono ancora- molto competitivo: a me piace vincere, non mi basta partecipare, e la squadra di Bologna mi permetteva di gareggiare ad alto livello”.

L'avventura in squadra a Bologna

E così, inizia l’avventura bolognese, e al suo fianco c’è sempre Carmine:”Viaggiavamo assieme per andare agli allenamenti, dovevamo farci 100 km in andata e altrettanti al ritorno” continua Fabio ”Lui si era lasciato coinvolgere al punto che nel frattempo aveva anche iniziato a fare l’allenatore di wheelchair hockey, eravamo un “pacchetto unico”. C’è anche da dire che mia mamma nel 2006 aveva iniziato a lavorare a Roma alla Presidenza del Consiglio, e fu proprio in quella occasione che io e Carmine, seppure ancora molto giovani, ci facemmo una solenne promessa: io presi l’impegno di non seguire mia mamma a Roma (cosicché lei partiva il lunedì e tornava a Viadana il venerdì) e lui promise di non entrare nei Carabinieri, per non rischiare il trasferimento e per non perderci. Sembrava solo una promessa da ragazzini, di quelle che poi vengono disattese perché la vita divide e porta altrove, e invece siamo ancora qui, a lavorare assieme”.

Nascono i Macron Warriors Viadana 

Già, perché Carmine adesso fa –anche- l’allenatore della Macron Warriors Viadana, squadra che Fabio ha fortemente voluto (e fondato) nel 2014:”Decisi di dare vita a una squadra tutta mia, anzi tutta nostra” spiega Fabio “anche perché l’esperienza con il Bologna si era conclusa in maniera traumatica: dopo anni magnifici, durante i quali diventai capitano della squadra, mi ritrovai più volte ai play off scudetto e guadagnai la Nazionale, nel luglio 2014 ebbi –anche- un incidente in macchina. Volai giù dalla carrozzina e mi ritrovai con le due tibie fratturate in maniera scomposta. 96 giorni di gesso, e il Bologna mi mise fuori rosa. Seguì un periodo molto duro. A quel punto Carmine ed io decidemmo di fare questo salto nel vuoto, mentre tutti intorno a noi –soprattutto le nostre rispettive fidanzate- ci davano dei pazzi. Ma questa è un po’ una costante delle nostre vite, e così fondammo dal nulla la Warriors: la chiamammo così in onore di mio padre, perché dove ci siamo io e Carmine deve esserci anche lui”.
La squadra diventa realtà e diventa soprattutto un aggregatore di energie. La mamma di Fabio fa la tesoriera, le fidanzate dei due “amici terribili” danno una mano per allenamenti e trasferte, Fabio chiama in squadra Luca Mercuri, uno dei giocatori più forti d’Italia e arrivano anche gli sponsor.

Il presente e il futuro

La Warriors Viadana si iscrive in serie A2, dopo un anno passa in serie A e i giocatori cominciano ad arrivare da tutta Italia: due giocatori si trasferiscono da Napoli, un altro da Viterbo, un altro ancora da Treviso.
Grazie ai due amici – e a un terzo inseparbile, Daniele Loffredo- la piccola Viadana diventa il “centro del mondo” del wheelchair hockey.
Nel frattempo Fabio, che dal 2012 ha iniziato a lavorare per l’Arma proprio nella caserma di Viadana che ora è intitolata a suo padre, chiede un anno di aspettativa e apre un grande negozio di abbigliamento sportivo, grazie allo sponsor tecnico della squadra, la Macron.

Il resto è storia di adesso: “Quest’anno noi Warriors siamo diventati vice campioni d’Europa, abbiamo giocato la finale Euro Cup a Rostock” sorride Fabio “Ma quello che ci dà più soddisfazione è che diversi ragazzini si allenano con noi: volevamo che la nostra squadra avesse una forte valenza sociale, e così è stato, perché l’hockey in carrozzina è l’unico sport che si può praticare qualunque sia il livello di handicap. Possono giocare anche ragazzi con il respiratore, o che guidano la carrozzina con la bocca, cosa che negli altri sport purtroppo non succede. Siamo davvero ormai un punto di riferimento: grazie allo sponsor abbiamo comprato due pulmini, affrontiamo trasferte ovunque e soprattutto non ci arrendiamo mai, come non si arrendeva mai mio padre. Tutto questo è dedicato a lui”.

Un'amicizia in nome del padre

Cercando sul web il nome di Fabio, si trova subito una foto, scattata da un giornalista proprio il giorno in cui la salma di Filippo Merlino arrivò a Viadana per la camera ardente: Fabio è inquadrato da lontano, è sulla sua sedia a rotelle con la divisa del papà, e si vede un ragazzino chino su di lui, per consolarlo. Quel ragazzino è Carmine, e questa storia di amicizia e di sport è forse quanto di meglio l’eroe di Nassiriya potesse sognare, per il suo figlio così amato.

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