"Vip" e aristocratici: ecco il gotha della 'Ndrangheta

Le origini del clan calabrese che voleva entrare in affari con l'assessore Zambetti

Una villa sequestrata ai clan della Ndrangheta in Lombardia (Credits: LaPresse)

Arianna Giunti

-

Sono meno di cento i passi che separano il suo vecchio nascondiglio dal santuario dove ogni giorno, si dice, nonostante la latitanza, andasse a pregare. Devoto alla Madonna e a San Giuseppe, quando i carabinieri gli sono venuti incontro dopo 12 anni di abbagli e piste bruciate, ha teso i polsi per farsi ammanettare mormorando: “Trattatemi bene, che se non lo facevate voi non mi prendeva nessuno”.

Parte da qui, da Peppe Morabito detto “U Tiradritto”, 78 anni, oggi detenuto in regime di massima sicurezza nonostante l’età nel carcere di Reggio Calabria, la saga della famiglia più influente e aristocratica della ‘Ndrangheta calabrese. Una dinastia che attraversa decenni, fatti storici, cambiamenti politici, interessi economici e che si srotola fino ad oggi fra patti, affari, esecuzioni in grande stile in un fil rouge che ha il colore del sangue.

Perché è stato proprio lui, U Tiradritto, nato il giorno di Ferragosto del 1934 nella frazione Casalnuovo di Africo Nuovo, nella Locride più assolata, il primo a decidere di fare affari al Nord, dove aveva trascorso un periodo di soggiorno obbligato nel 1982. Facendo sì che la cosca calabrese più potente dell’epoca si radicasse anche in Lombardia, terreno fertile per affari economici dalla parvenza legale e accordi politici strategici, come quelle che – secondo la Procura di Milano – avevano stretto con l’assessore regionale Domenico Zambetti vendendogli voti per 200mila euro.

Un impero, quello degli “africoti”, che a Milano vantano alleanza con i “compaesani” di Africo Bruzzaniti e Palamara, le cui fondamenta poggiano attualmente sul traffico di cocaina e su attività imprenditoriali di vario genere: ristoranti, discoteche, locali notturni. Ma soprattutto, la loro capacità imprenditoriale sta nel saper tessere contatti e relazioni con intelligenza e maestria, superando il concetto di rivalità fra organizzazioni criminali. Tanto che, vuole la leggenda, accreditata anche dalle parole del pentito Vittorio Ierinò, lo stesso capo dei capi di Cosa Nostra Totò Riina potè contare sull’amicizia e la protezione di U Tiradritto trascorrendo un periodo della sua lunga latitanza proprio ad Africo, travestito da prete.

Imbattibili nel riciclaggio di denaro sporco, in una delle loro imprese criminali non hanno esitato a chiedere la mediazione dell’ex parroco di Brancaleone Franco Mondellini, che si fingeva esponente internazionale dell'Ordine dei Cavalieri di Malta. E hanno stretto alleanze criminali con organizzazioni kosovare, albanesi e i narcos colombiani in modo da esportare il loro impero in America, in Australia e in Africa.

Un clan familiare che, appunto, si distingue dagli altri. Se non altro per una questione territoriale. Spiega Maria Josè Falcicchia, oggi vice dirigente della Squadra Mobile di Milano e prima donna a essere chiamata a dirigere una sezione (la Catturandi) che si occupa di criminalità organizzata e latitanti: “I Morabito sono considerati a tutti gli effetti dei “signori” nel loro mondo criminale. Proprio perché, al contrario delle altre famiglie, radicate nell’Hinterland, loro vivono a Milano città. Frequentano il “bel mondo”, fanno una vita sociale molto intensa, possiedono locali notturni. Si comportano, insomma, come l’aristocrazia della ‘Ndrangheta”.

Presenti nel cuore della capitale morale d’Italia, dunque, si distinguono anche per il livello di istruzione dei loro figli e nipoti, di cui si fanno vanto. Alcuni fra loro sono medici, altri avvocati. Lauree ottenute – se occorre – anche con la violenza, senza perdere il piglio mafioso neppure davanti ai libri. Risale agli anni Novanta l’inchiesta Olimpia, che fece luce su infiltrazioni mafiose del clan Morabito nell’Università di Messina, dove i trenta si ottenevano con intimidazioni e pistole.

Nella famiglia Morabito, inoltre, anche un vip: il calciatore di serie A attualmente in forza al Genoa Giuseppe Sculli, 31 anni, nipote prediletto di U’ Tiradittu tanto da avergli “regalato” il suo nome di battesimo, una parentela scomoda che lui non ha mai rinnegato.

Amanti della buona cucina soprattutto quella a base di pesce (le loro cene fra padrini per siglare gli accordi sono documentate in anni di indagini e informative delle forze dell’ordine), della macchine lussuose e degli abiti di alta sartoria. Ma soprattutto, della vita notturna e dei locali da ballo. Tanto da arrivare, nel 2007, ad aprire in sfregio alla legge e al buon gusto, un night club proprio all’interno dell’Ortomercato di Milano, dove la cocaina veniva traportata e stoccata a pochi passi dalla sede della Sogemi, società partecipata del Comune di Milano che – proprio per conto di Palazzo Marino – gestiva i mercati generali meneghini. Una vicenda che ha un comune denominatore con l'arresto di Zambetti: il nome di Paolo Martino, 56 anni, originario del quartiere Archi di Reggio Calabria, cugino del potentissimo boss Paolo De Stefano.

Poltrone di velluto rosso, rifiniture dorate e fiumi di champagne, il locale doveva servire da copertura delle spese e – soprattutto – da luogo di incontro per i boss. Dove il nome, scelto ad hoc, già diceva tutto: “For a King”. Per un Re.

© Riproduzione Riservata

Commenti