Cronaca

La sporca storia della 'ndrangheta e del Cara di Isola Capo Rizzuto

Sul centro di accoglienza crotonese "dieci anni di malaffare" gestiti dalla cosca Arena. Ecco i personaggi coinvolti: dal manager "amico" dei potenti al parroco avido

Cara di Isola Capo Rizzuto

Simona Santoni

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C'è una cosca potente e storica della 'ndrangheta del crotonese, gli Arena. E poi c'è il Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (Cara) più grande d'Europa, capace di ospitare 1.216 migranti, quello del paese crotonese di Isola Capo Rizzuto. Il risultato è un film già scritto? Il Cara diventa il "bancomat della mafia" e agli ospiti viene servito "cibo per maiali" (per lo meno a quei fortunati che riescono a ricevere qualcosa da mangiare). 


Complici: il giovane manager che amava farsi fotografare coi potenti d'Italia, di destra e di sinistra (Renzi, Berlusconi, Alfano, papa Benedetto incluso), e il prete che più che buon pastore era un avido lupo. Ovvero Leonardo Sacco, governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, e don Edoardo Scordio, parroco della Chiesa di Maria Assunta.

Questa la lorda trama ricostruita dall'inchiesta Jonny (dal nome di un maresciallo del Ros stroncato da un male incurabile mentre stava indagando), che all'alba del 15 maggio ha portato al fermo di 68 persone della cosca Arena, tra cui Sacco e don Scordio. 

Il business degli Arena nel Cara di Isola Capo Rizzuto
Il Cara di Isola Capo Rizzuto ha vissuto "dieci anni di malaffare", come ha detto il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. È stato gestito in modo mafioso dalla famiglia Arena, generando uno spaccato talvolta "raccapricciante". Più pulp di una pellicola di Tarantino.

Fino al 2006 il Cara era gestito dal Comune di Isola Capo Rizzuto, ma alla scadenza del bando il Comune, guidato da tre commissari straordinari dopo lo scioglimento per infiltrazione mafiosa, non partecipò ulteriormente. Fu allora che subentrò la Misericordia locale, che avrebbe stretto un patto sporco con la cosca Arena. 

La 'ndrina si sarebbe aggiudicata gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione al centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto e di Lampedusa. 


Su 103 milioni di euro erogati dallo Stato dal 2006 al 2015 per il Cara di Isola Capo Rizzuto, la  'ndrangheta ne avrebbe distratti almeno 36 milioni, usati per finalità ben diverse da quella originaria di assicurare il vitto ai migranti del centro. Soldi, soldi, soldi, impiegati nell'acquisto di beni immobili, partecipazioni societarie e altre forme di investimento, tanto che, soltanto il Ros, ha sequestrato beni per 70 milioni di euro, tra i quali un ex convento, alberghi e società di viaggio, auto di lusso e barche.

Dai filmati e dalle intercettazioni ambientali risulta che al Cara il cibo non bastava per tutti e quello che c'era era di pessima qualità: "Spesso era quello che solitamente si dà ai maiali", ha denunciato Gratteri. 

Il ruolo di Leonardo Sacco
Pedina centrale di questi affari nerissimi Leonardo Sacco, imprenditore legato ad ambienti politici di vari schieramenti, in passato anche vicepresidente nazionale della Misericordia. 

In qualità di governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, avrebbe permesso agli Arena di inserirsi nel business, consentendo a ditte create ad hoc di aggiudicarsi gli appalti non solo per il Cara di Isola Capo Rizzuto ma anche per quello di Lampedusa. In queste trame viscose gli Arena erano comunque in buona compagnia: anche altre cosche si spartivano i soldi. Il Cara è stato strumento di pace, sì, della pax mafiosa siglata nel 2004 da 'ndrine che fino a poco prima si combattevano a colpi di bazooka.

"Il Centro di accoglienza e la Misericordia di Isola Capo Rizzuto erano il bancomat della mafia", ha detto il comandante del Ros Giuseppe Governale. "La 'ndrangheta presceglie i suoi uomini e li fa lavorare per i propri interessi". 

Il ruolo di don Scordio
Un altro "prescelto" sarebbe stato don Edoardo Scordio, gestore occulto della Misericordia. Più ancora di Sacco, sarebbe stato l'organizzatore di un vero e proprio sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all'emergenza profughi. Secondo gli inquirenti avrebbe riunito in sé le capacità criminali degli Arena e quelle manageriali di Sacco. 
A lui, solo nel 2007, sono andati 132 mila euro: si trattava di soldi destinati all'acquisto di giornali per i migranti, ma visto che i giornali si deteriorano - questa la sua giustificazione - meglio destinarli a proprio conto per servizi di assistenza spirituale.

Secondo le accuse don Scordio avrebbe anche avuto la capacità di riciclare denaro in Svizzera grazie al fratello che vi risiede. "Questo parroco ha dato indicazione di una doppia vita, di una vita al servizio di chi per tanti anni, per troppo tempo, ha messo sotto i propri piedi la gente di questa terra", le parole di Governale.

"Abbiamo documentato centinaia di migliaia di euro per il prete, che aveva un ruolo importante", ha aggiunto Gratteri, secondo cui "quella dei preti conniventi è una situazione a macchia di leopardo". 

Ecco don Scordio in un filmato del 2014:

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