Cronaca

Napoli al collasso

Cornicioni che crollano, lavori bloccati, monumenti in rovina, trasporti il tilt. Ma il Sindaco De Magistris pensa alla carriera politica

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Simone Di Meo

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Quel che accade non potrebbe essere più emblematico. Lo sbriciolamento della città, neppure tanto lento, mentre nessuno sembra preoccuparsene. A Napoli, infatti, dai palazzi piovono pietre sui passanti, e in qualche caso li ammazzano, com’è accaduto, l’8 giugno scorso, nella centralissima via Duomo, al povero Rosario Padolino.

E, prima di lui, a Salvatore Giordano, 14 anni appena, centrato da un fregio che si era staccato dalla Galleria Umberto I (luglio 2014). E, solo per un miracolo, qualche settimana fa il 17enne tedesco Sebastian Schumann è sopravvissuto a un dragone di ferro che l’ha colpito in testa, camminando in via Porta di Massa. Era appena sbarcato da una nave da crociera con i genitori. Nell’ultimo mese e mezzo, questo stillicidio di crolli ha interessato l’ex cinema Vesuvio, nella zona del Lavinaio, tra Piazza Mercato e il Rettifilo raccontato da Matilde Serao all’inizio del secolo scorso, e la chiesa di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, che risale al 1530. Ancor prima dalla facciata di Palazzo Doria d’Angri, da cui si affacciò Giuseppe Garibaldi per annunciare l’annessione del Regno borbonico all’Italia, hanno ceduto e si sono schiantati al suolo alcuni pezzi di cornicione.

Non si contano più, d’altronde, i calcinacci e gli intonaci che si staccano da edifici più o meno moderni. Il progetto comunale «Sirena», per il restauro urbano, non è più finanziato dal 2013 per scelta dell’Amministrazione municipale. Ci sarebbero cento milioni di euro dell’Europa per riqualificare il centro storico, patrimonio dell’Unesco, ma in dieci anni ne sono stati spesi appena dodici. Un disastro che rischia di far partire una «procedura d’infrazione» per Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli. L’effetto concreto? Se il vento soffia un po’ più forte, meglio restare a casa, consigliano filosoficamente le autorità. Il pericolo non sono soltanto cemento e calcinacci, comunque. Davide Natale (novembre 2018) e Cristina Alongi (giugno 2013) sono le due vittime degli alberi pericolanti che hanno ceduto e si sono abbattuti sull’asfalto, come se un’ascia invisibile avesse tagliato di netto la base.

Al minimo accenno di maltempo, l’Ente comunale chiude scuole, cimiteri e parchi. La metà dei quali è già interdetta al pubblico perché non ci sono soldi per la manutenzione e la messa in sicurezza. Quelli agibili sono ridotti in condizioni pessime, come la villa comunale: erbacce, incuria e selciati dissestati, fontane trasformate in piscine. Di recente, una coppia è stata sorpresa a fare sesso dietro una panchina, in pieno giorno. Alcova en plein air.

Il verde è sempre più raro, nella città che era diventata cartolina globale in virtù dei suoi pini marittimi. Nei primi tre mesi dell’anno, sono stati abbattuti oltre 220 alberi. Moltissimi sono proprio i pini che si vedevano dalla collina di Posillipo. Un monitoraggio effettuato su 28 mila piante ha dimostrato che 2.500 di questi appartengono alla «classe di propensione al cedimento elevata» ed «estrema».

Il Comune ha in organico solo 104 giardinieri di cui 22 potatori. E il budget per gli interventi è di appena 100 mila euro per il triennio 2017-19. Si spera che, nel frattempo, le piante resistano.

Nemmeno per le nuove opere c’è cura. Via Marina, l’asse costiero che collega il cuore della città all’autostrada, appare come un cantiere a cielo aperto, con i lavori in ritardo di due anni sulla consegna. Attorno all’appalto sono emerse dubbie manovre che hanno portato all’arresto di sette persone tra imprenditori, faccendieri e prestanomi. In piazza Leonardo, al Vomero, altro storico quartiere, la costruzione dei box interrati è ferma da sei anni. Mentre a Porta Capuana la società incaricata dei lavori è letteralmente scappata, dopo le minacce di un estorsore della camorra che pretendeva il «pizzo» sul finanziamento dell’Unione europea.

E se tutto va a rilento, la viabilità è la prima cosa che va in tilt. Un guaio considerato che il trasporto pubblico, in città, è quasi inesistente. Dieci anni fa, erano 700 i bus in servizio. Oggi ne funziona soltanto un terzo, circa 250. La metro può contare su appena nove treni con un’attesa media di 12-18 minuti che talvolta tocca la mezz’ora. I macchinisti delle funicolari annunciano scioperi senza preavviso, e migliaia di napoletani e turisti restano interdetti (e arrabbiati) davanti ai cancelli chiusi.

Anche gli enti pubblici cittadini non sono messi meglio. L’Azienda napoletana mobilità è in concordato preventivo con un centinaio di milioni di euro di debiti ma, denuncia Marco Sansone dell’Usb, nessuno rinuncia a «privilegi, sacche parassitarie, superminimi e stipendi d’oro pagati a funzionari e dirigenti».

A un passo dal crac è anche il Centro agroalimentare (Caan) mentre è già fallita Bagnolifutura (2014). E naviga in cattive acque l’Asìa, l’azienda di raccolta rifiuti. I sacchetti stanno tornando ad affollare i marciapiedi della città per mancanza di personale (la Corte dei Conti ha messo in ferie forzate decine di netturbini e altri si sono accodati in malattia) e per i guasti a uno Stir, uno degli impianti di vagliatura e imballaggio dell’immondizia.

Prova generale dell’annunciato disastro che avverrà a settembre, quando il termovalorizzatore di Acerra si fermerà per un mese lasciando il capoluogo all’arbitrio delle discariche provinciali.

Chi invece non si ferma è la banda di giovani camorristi che continua a incendiare le «campane» per la differenziata.

Ne sono già state distrutte oltre 50. Mancano i soldi alle partecipate comunali perché mancano alla casa madre. Palazzo San Giacomo ha un debito di 2,75 miliardi di euro che, per i magistrati contabili, rappresenta un «periculum incombente sugli equilibri di bilancio». L’Amministrazione del sindaco Luigi de Magistris attende un anticipo di 200 milioni di euro dalla Cassa depositi e prestiti per saldare le 14 mila fatture delle società «in house» e i creditori in attesa da oltre tre anni. Chi ha potuto, ha ceduto le fatture alle banche per ottenere un anticipo. Come l’Enel (5,3 milioni di euro), le suore francescane (430 mila euro), una ditta di manutenzione ascensori (90 mila euro) e un rivenditore di fuochi d’artificio (40 mila euro) oltre a decine di cooperative sociali e ditte edili.

L’Ente è in pre-dissesto e ha già alzato al massimo tutte le imposte spalmando, fino al 2044, sui contribuenti un disavanzo procapite di 1.763 euro. Una situazione drammatica che però non sembra preoccupare più di tanto il primo cittadino, alla guida della città da 8 anni, impegnato in una complicata partita di sopravvivenza politica. Nel 2021 scadrà il suo secondo mandato, e non potrà più ricandidarsi. Le Regionali, tra un anno, sono un obiettivo oltre la sua portata. Il partito di cui è presidente, deMa, è poco più di un «cespuglietto» senza radicamento sul territorio in cui coabitano, forzatamente, varie anime di estrema sinistra. Si è frantumato anche il gruppo dei centri sociali, sulla piattaforma elettorale, dopo che il primo cittadino ha deciso di premiare il solo laboratorio occupato «Insurgencia» con vari incarichi. «Un centro per l’impiego più che un centro sociale» affermano i detrattori, considerato che tutti i suoi leader si sono sistemati con stipendio rigorosamente pubblico: Pietro Rinaldi, capo di Gabinetto alla Città Metropolitana; Laura Marmorale, assessore comunale al Welfare; Eleonora De Majo, consigliera comunale; Ivo Poggiani ed Egidio Giordano, presidente e «assessorino» della III Municipalità. Non male per chi dice di ispirarsi all’equità marxista.

L’unica possibile via d’uscita per de Magistris è il Parlamento, ma per arrivarci ha bisogno di una visibilità che i disastri napoletani gli restituiscono, in negativo però. Per questo, da mesi, ha ingaggiato una personalissima battaglia contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini soprattutto sul tema dei migranti, per accreditarsi come leader antileghista.

Aveva promesso addirittura il varo di una «flotta con 400 imbarcazioni» per andare a salvare i profughi in mare, il 29 giugno. Alla fine ha dovuto virare su un meno scenografico corteo al largo di Castel dell’Ovo, battezzato pomposamente Un mare di pace con annesso concerto organizzato dai soliti amici di Insurgencia. Se la rivoluzione non è un pranzo di gala, a Napoli assomiglia pericolosamente a un buffet self-service.
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