Cronaca

Moschee abusive e fondi opachi

Si moltiplicano in Italia i luoghi di culto islamico, spesso in garage e magazzini, con soldi provenienti dai paesi arabi

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Stefano Piazza

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Luciano Tirinnanzi

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Nel 2019 la corsa ad aprire nuove moschee in tutta Italia è ripartita. Milioni di euro di finanziamenti piovuti dal Golfo Persico e dall’Asia minore attraverso banche, società finanziarie, privati e facilitatori in loco, abilissimi nel trovare strutture adattabili all’uso. Obiettivo non dichiarato è raddoppiare le 1.251 moschee attualmente disseminate su tutto il territorio nazionale, secondo l’ultimo censimento del Viminale, per il controllo delle quali competono Qatar, Turchia e Arabia Saudita.

Solo attraverso la Qatar Charity Foundation, tra il 2013 e il 2017 sono arrivati 25 milioni di euro per moltiplicare i centri di preghiera. Che, tuttavia, restano in molti casi illegali. La loro dislocazione geografica non è più concentrata solo nei grandi centri urbani: da alcuni anni, sono soprattutto piccole realtà come Agrigento, Olbia, Lecco, Merano, Andria, Modica, Barcellona Pozzo di Gotto, Mazara del Vallo, Donnafugata, Scicli, Vittoria, Ravenna, Colle Val d’Elsa, Piacenza, Vicenza, Saronno e Mirandola (il primo luogo di culto a riaprire dopo il terremoto del 2012) a registrare la crescita del fenomeno.

«Tradizionalmente, il triangolo “pericoloso” rimane la zona compresa tra Milano, Brescia, Bergamo, per storia e dinamiche jihadiste» sostiene Michele Groppi, docente associato all’Accademia della Difesa del Regno Unito. «Tuttavia, centri meno popolosi vanno assumendo sempre più rilevanza. Questo cosa ci insegna? Sebbene i grandi centri e le loro emergenti periferie potenziali stiano crescendo, e restino le principali fucine dell’estremismo, aree meno controllate e fuori dai radar possono essere meglio utilizzate come piattaforme logistiche e/o di reclutamento. In futuro, continueremo ad assistere a un mix delle due».

Molte delle associazioni islamiche e scuole coraniche, infatti, sono ricavate in appartamenti privati, negozi, garage e magazzini affittati - talvolta, acquistati - attraverso il sistema della Zakat, la «decima» che ogni buon musulmano deve devolvere alla propria comunità per purificarsi, nonché uno degli istituti più importanti della religione islamica. Quasi sempre i soldi circolano in contanti, dunque non tracciabili, e si perdono tra i rivoli delle donazioni estere, tra ong e associazionismo selvaggio.

L’incremento registrato nell’ultimo anno somiglia quasi a una «resistenza islamica» contro la politica del titolare degli Interni, Matteo Salvini, che ha più volte dichiarato di non voler concedere «neanche mezza moschea» fino a quando «l’Islam non farà chiarezza e non ribadirà che gli esseri umani sono tutti uguali davanti a Dio e alla legge». Ma di chiarezza, per il momento, ce n’è davvero poca.

Un esempio su tutti, la Grande Moschea di Roma: nonostante le rassicurazioni fornite al precedente ministro degli Interni, Marco Minniti, cui era stato consegnato il piano di risanamento «Centro islamico culturale d’Italia – Piano strategico 2017-2021», persiste una quasi assoluta mancanza di trasparenza nei finanziamenti. L’ultimo disponibile risale al 2015 ed è parziale. Fatto che, secondo più fonti, prelude a un possibile commissariamento della struttura da parte del Viminale. In ogni caso, stando all’ultimo rendiconto, nel 2014 la Grande Moschea ha ricevuto dall’Arabia Saudita finanziamenti per 334 mila euro, e 15 mila dagli Emirati Arabi. Altri 23 mila rientrano nella voce non meglio specificata «iscrizioni ai corsi»; 22 mila dai «contributi Halal» e altri 31 mila da «contributi Ramadan» (come riportato anche da Ofcs report).

In totale, le entrate sono pari a 426.345 euro. Nel 2015, invece, i soli contributi presenti nel rendiconto sono quelli del Regno del Marocco, che avrebbe versato nelle casse del centro religioso almeno 211 mila euro.

Ciò che più stupisce, è il fatto che non esista un solo documento indicante i nomi dei soci e del cda della moschea capitolina. Se questo è quanto accade, sotto gli occhi delle autorità, nel centro religioso più importante d’Italia, figurarsi la trasparenza delle strutture clandestine. Secondo il segretario della commissione parlamentare Antimafia Gianni Tonelli l’aumento di piccoli centri religiosi legati all’ambiente islamico è determinato da due fattori: «Il primo è un modo di “serrare le fila” di fronte all’atteggiamento maggiormente attento dei nostri uffici di polizia e dei servizi di intelligence, inaugurato dopo l’ultima stagione di attentati, a partire dai fatti di Charlie Hebdo e del Bataclan. Il secondo è di ordine economico: le grandi strutture costano e, se si considera che i flussi di finanziamento nell’ambiente islamico sono meno liberi e maggiormente controllati, si comprende facilmente perché si ricorra allo strumento dell’autofinanziamento, che fornisce più discrezione».

Come per la Grande Moschea, oggi guidata da esponenti marocchini ed egiziani, all’interno di tali realtà è sempre l’Islam sunnita a farla da padrona: non solo quello afferente al Maghreb, ma anche alla Turchia, alla corrente indo-pakistana dei Jamaat Tabligh e all’insidiosissimo Islam balcanico, considerato tra i più radicali. A farla da padrona è però ancora la corrente saudita: Riad ha varato una specie di «piano Marshall» per la diffusione dell’Islam in tutto l’Occidente, con conseguente formazione e invio in Europa di imam dai curriculum poco specchiati.

Intanto, le concessioni per le moschee vanno avanti, senza una vera e propria strategia nazionale (ne esistono solo di regionali): il Comune di Bologna, per esempio, ha accordato gratuitamente un terreno di 7 mila metri quadri edificabili, mentre a Bergamo si vorrebbe trasformare una chiesa in moschea, e a Sesto Fiorentino è stato addirittura il vescovo ad approvare la vendita di un terreno della Curia per edificare un centro islamico. E, ancora, nella capitale la discussa moschea di Centocelle, da oltre vent’anni in un parcheggio sotterraneo, vorrebbe trasferirsi in un ex mobilificio.

Quanto al contrasto del fenomeno terroristico, che si nutre proprio di strutture refrattarie ai controlli e alle leggi dello Stato, le linee operative per questi centri esistono già. Oltre al principio inderogabile di dialogo, prevedono: il rifiuto del salafismo e del wahabismo, le teorie alla base del terrorismo jihadista; l’indicazione alle autorità di sospetti in odore di radicalizzazione; la notifica di tutte le sovvenzioni ricevute dall’estero, specie quelle provenienti da anonimi; l’accettazione del principio che la formazione degli imam sia fatta dove operano, e in lingua italiana. L’intelligence le ha comunicate a ogni governo che si è succeduto, ma la loro applicazione è tutto un altro affare. 

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