Morti in corsia, perché è giusto che l'infermiera di Piombino sia libera

Era stata arrestata con l'accusa di aver ucciso 13 pazienti, oggi è stata scarcerata. L'ordinanza del giudice lasciava molti dubbi

Infermiera arrestata: ha lasciato carcere di Pisa

L'infermiera di Piombino Fausta Bonino, in carcere dal 31 marzo scorso, lascia il carcere don Bosco di Pisa, 20 aprile 2016. – Credits: ANSA/GABRIELE MASIERO

Fausta Bonino è stata scarcerata. E non poteva essere altrimenti. Perché l’ordinanza del giudice che mandava in galera l’infermiera di Piombino con l’accusa infamante di aver ucciso 13 pazienti non stava letteralmente in piedi.
Prima di tutto, mancavano i presupposti per l’applicazione della misura cautelare: pericolo di fuga? Inverosimile.
Reiterazione del reato? L’avevano già spostata ad altro reparto dove non poteva nuocere. E in ogni caso bastava sospenderla e impedirle l’accesso in ospedale.
Inquinamento probatorio? Impossibile, visto che per inquinare le prove avrebbe dovuto riesumare i cadaveri, che poi molti di loro sono pure stati cremati.
Eppure i magistrati non avevano voluto sentire storie e le hanno appiccicato addosso una etichetta, infermiera killer, che l’accompagnerà per tutto il resto della sua vita.
Attenzione. Non è detto che non sia Fausta Bonino l’assassina di quelle povere persone.
È possibile, ma va provato. E in un paese civile andrebbe fatto prima di mettere alla gogna una persona che fino al giorno prima veniva indicata da tutti come grande lavoratrice, seria e affidabile.
Prove certe, oltre ogni ragionevole dubbio. Che in questo caso, almeno fino a questo momento, non esistono.
Siamo in presenza di suggestioni scaturite da conversazioni telefoniche che non provano un bel nulla. Siamo davanti a supposizioni.

I giudici che avevano sbattuto in carcere effetto partivano da due casi considerati attribuibili a lei con certezza.
Partiamo dalla morte di Marcella Ferri. Nella ordinanza si afferma che la paziente è morta per la somministrazione di un farmaco letale non previsto in terapia.
Qual è questo farmaco? Non è dato saperlo. Non lo sappiamo e non lo sapremo mai, visto che il corpo della donna è stato cremato.
In questo caso, secondo il giudice che ha firmato l’ordinanza di arresto, l’indizio contro Bonino starebbe nella sua preoccupazione per l’indagine.
Che non è certo prova di colpevolezza, visto che viene convocata, interrogata, e si sarà certamente sentita al centro del mirino
Poi c’è il caso Bruno Carletti. Secondo il precedente giudici, con quest’uomo l’eparina fa subito effetto, ma il paziente, lo scrivono loro, resta per quasi tre ore in balia anche di altri operatori sanitari.
Quando e come gli sarebbe stata somministrata da Bonino? Dov’è la certezza che lo abbia fatto?
Risposta: perché lei avrebbe fatto il prelievo ematico, e dunque secondo gli inquirenti avrebbe “verosimilmente” somministrato l’eparina.
Verosimilmente, scrivono proprio così.
E non è finita qui.
L’elemento probatorio più significativo, secondo lo stesso giudice, sta nelle intercettazioni telefoniche.
Ma basta leggerle, senza neppure ascoltarle, per rendersi subito conto che non provano un bel niente.
Non dimostrano un coinvolgimento diretto di Bonino nella morte di questi poveri pazienti, ma la sua preoccupazione, il suo timore, l’ansia, il senso di accerchiamento, la sensazione di sentirsi al centro del mirino.
Tanto che la stessa Bonino dubito dopo l’interrogatorio del magistrato esprime i suoi dubbi in una telefonata con la coordinatrice delle infermiere:
ma tu pensi che l’epilessia mi possa aver fatto fare qualcosa che non ricordo?
Come dire, io sono certa di non aver fatto nulla, ma pensi che sia possibile che l’epilessia mi possa aver fatto delle cose in stato di incoscienza?
Partendo da questi due casi nei quali a questo punto sarebbe accertata la responsabilità di Bonino, ecco che i magistrati le intestano anche altri 11 decessi antecedenti, isolando il “principale indizio individualizzante” nella sua semplice presenza “costante e cronologicamente compatibile" al momento della loro morte.
E sulla base dello stesso modus operandi della infermiera killer, che sarebbe la somministrazione di farmaci non coagulanti.
Domanda: come è stato accertato tutto ciò? Forse i corpi sono stati riesumati e sottoposti ad autopsia? No, non ancora.
Ecco allora che la principale colpa di questa donna è quella di essere una stakanovista, una che ama il suo lavoro, che arriva prima e va via dopo
una che è sempre presente, cinque giorni alla settimana, dalle 14 alle 21.
Sembra incredibile ma è vero: la sua presenza costante, ritmata, senza anomalie, diventa fattore indiziario, probatorio, contro di lei.
Dovrebbe essere l’eventuale anomalia un campanello di allarme, non certo la costanza.
Lei c’era perché c’è sempre, non perché ha fatto in modo di esserci.
Questo è il quadro fatto a pezzi, giustamente, dai giudici del tribunale del riesame.
Si indaghi, si accerti la responsabilità, e poi la si trascini al processo, senza consegnarla legata mani e piedi alla folla. 


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