Morti in corsia, Cazzaniga respinge le accuse

Il medico, accusato con la compagna Laura Taroni di aver ucciso almeno 5 persone, è stato interrogato. La donna si avvale della facoltà di non rispondere

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Due foto prese dal profilo Instagram di Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni – Credits: ANSA

Redazione

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Ha respinto l'accusa di omicidio volontario Leonardo Cazzaniga, il medico arrestato per le morti in corsia all'ospedale di Saronno. Questa, a quanto si è appreso, in generale la linea difensiva ottenuta da Cazzaniga nell'interrogatorio davanti al gip. Il suo legale Enza Mollica ha riferito che il medico ha risposto alle domande del gip. Cazzaniga, durante il suo interrogatorio si è detto "disponibile a chiarire quanto è successo" e ha risposto a tutte le domande, circa una decina. In alcuni casi ha risposto in modo circostanziato, in altri in modo piuù generico. L'avvocato ha riferito che Cazzaniga "appare provato". In precedenza, Laura Taroni, l'infermiera e sua amante si era avvalsa della facoltà di non rispondere

Le cartelle cliniche sequestrate

Sono oltre 50 le cartelle cliniche all'esame dei carabinieri sequestrate in relazione all'arresto dell'infermiera e del medico dell'ospedale di Saronno, arrestati martedì con l'accusa di avere provocato la morte di alcuni pazienti. Dagli atti, tra le altre cose, è emersa l'idea, da parte dei due arresti, di uccidere anche un cugino acquisito della donna.

Una trama violenta che nasce dal rancore per la convivenza forzata in famiglia, a Lomazzo, piccola cittadina nel Comasco, e dal desiderio di liberarsi dai vincoli che impediscono una passione che non si contiene e diviene delirante: quella tra l'ex viceprimario del pronto soccorso di Saronno, Leonardo Cazzaniga, 60 anni, separato, di Rovellasca (Como) e la sua amante, l'infermiera Laura Taroni, di 40. "Li vedevano tutti, erano stati sorpresi diverse volte a scambiarsi effusioni nei reparti", raccontano i colleghi sentiti dagli inquirenti.

Le accuse

I due sono stati arrestati con l'accusa di omicidio volontario. Almeno quattro i casi accertati per i quali la Procura ha spiccato mandato di arresto, anche se il numero delle morti sospette potrebbe essere ben più alto e non sono esclusi ulteriori colpi di scena. L'accusa nei confronti del medico è emersa dopo che un'infermiera dell'ospedale, insospettitasi, nel 2011 aveva segnalato i suoi dubbi alle autorità ospedaliere. Ne era scaturita un'indagine interna, che di fatto però si era conclusa con l'archiviazione. Con questa motivazione: dai fatti contestati non era risultato un comportamento "grave a tal punto di segnalare la cosa all'autorità giudiziaria".

L'inchiesta potrebbe allargarsi

Proprio per questo il caso per ora circoscritto al dottor Cazzaniga e alla sua infermiera-amante potrebbe estendersi ad altri esponenti dell'ospedale. Possibile che nessuno fosse a conoscenza del "protocollo Cazzaniga", quando in realtà era sulla bocca se non di tutti almeno di molti? Sono 14 (finora) le persone indagate in ambito ospedaliero, di cui 11 medici. Tra questi il primario del Pronto Soccorso di Saronno e due direttori sanitari, quello attuale e il suo predecessore. Gli indagati sono accusati a vario titolo di omessa denuncia e favoreggiamento personale, falso ideologico per aver certificato false patologie per convincere una delle vittime di una malattia inesistente. Tuttavia le indagini dei carabinieri di Saronno (Varese), coordinate dalla Procura di Busto Arsizio, hanno portato alla luce una dinamica omicida che legittima l'ipotesi di eutanasia praticata in modo tanto scientifico quanto sistematico. Il medico aveva messo a punto un cocktail di farmaci (Morfina, Midazolam e altri potenti sedativi) in modo da uccidere in modo lento. Secondo l'accusa cominciava a somministrare i suoi cocktail letali ai pazienti ritenuti irreversibili fin dal loro arrivo al pronto soccorso.

La morale della morte

Ma i due non si sarebbero limitati ad amoreggiare. Progettavano una morale della morte. "Secondo te potrei essere accusato di omicidio volontario? (...) Se si documenta che ho praticato l'eutanasia...io non sono neanche l'unico", diceva all'amante in un'intercettazione. E lei: "L'eutanasia è un'altra cosa (...) cioé tu firmi e ti fanno un cocktail di farmaci (...) loro non riuscivano nemmeno a respirare".

A fronte di questa passione sfrenata, di questa complicità totale, la vicinanza quotidiana del marito 45enne "che pretendeva rapporti sessuali" e a cui la moglie "metteva dei medicinali nell'acqua per abbattergli la libido" doveva sembrare una sofferenza insopportabile ai due folli amanti. Laura viveva anche con i due figli di 11 e 8 anni. Una convivenza forzata in una villetta su due livelli, una volta la casa padronale di una florida azienda agricola, e oramai solo una decadente abitazione, mezza ristrutturata e mezza no, con il giardino incolto. Di fianco a loro, in una casa su tre livelli, ben tenuta, vivono invece i parenti dell'uomo che lei "odiava", come si evince senza mezzi termini da intercettazioni. Così alla fine, prendendo "esempio" dal protocollo di farmaci usato per l'eutanasia è scattato il piano "delle menti omicide messe insieme così geniali" per eliminare il marito. Che prevedeva "del cardiotonico e dei betabloccanti nel caffe'" giorno dopo giorno, contemporaneamente facendogli credere (grazie alla complicità di altri medici, ora indagati) che fosse molto malato.

Lui alla fine è morto nel giugno del 2013 (la Procura ritiene che si sia trattato di omicidio) e allora il delirio si è spostato sui parenti superstiti e ha coinvolto anche uno dei due figli della donna in orrendi ragionamenti di morte. "Ma poi la nonna Maria la facciamo fuori...", e "Poi c'è tua zia Gabriella... (...) Le avresti fatte sparire cosi'? Non è così semplice, sono grosse! L'umido da noi passa solo una volta a settimana (...) non abbiamo più neanche i maiali".

Questione di soldi

Una verità, al di là dei rapporti di facciata dura, aspra, terribile. Tanto che Gabriella oggi non si affacciava nemmeno alla finestra, per sfuggire alle telecamere dei giornalisti che assediavano la casa, certo, ma anche, forse, per vergogna, con il marito costernato che ripeteva "non abbiamo niente da dire". Intorno i capannoni ipotecati, le stalle senza più animali, i debiti. "Noi abbiamo un'arma segreta che loro non sanno", diceva l'infermiera ai figli pensando alla successione e a come uscire dai guai economici. "Papà non ha messo l'ipoteca sull'azienda ma sulla casa degli zii". "Prima c'è il nonno, poi ci sono io e la nonna Maria (deceduta per cause naturali, morte ora al vaglio degli inquirenti, ndr) quindi metà e metà". "Ma poi la nonna Maria la facciamo fuori", replicavano i ragazzi. "La Nene possiamo far fuori quando vogliamo e anche la zia Adriana". Sarà stata una follia per una passione malata, sarà stato il rancore per una convivenza odiosa, ma alla fine, come nelle peggiori storie, ad armare la mano omicida non ci sarebbe stato solo l'amore impossibile, ma uno sfrenato desiderio di soldi. (ANSA)

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