Cronaca

Montichiari, vivere e coltivare accanto alla discarica

Viaggio in provincia di Brescia tra colline fatte dai rifiuti, che si trovano a pochi metri da case ed abitazioni

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Giorgio Sturlese Tosi

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Arrivando in macchina da Milano le alture della zona di Montichiari, oltre Brescia, rompono la monotonia del paesaggio, altrimenti piatto per centinaia di chilometri. Si tratta di colline che celano però rifiuti. Gigi Rosa, 59 anni, camionista in pensione, soffre di malattie respiratorie ed è il presidente del comitato Sos Terra di Montichiari: è qui per fare da guida a Panorama e ci aspetta nel cono d’ombra minacciosa di uno di questi accumuli di rifiuti. Tra Vighizzolo, Calcinato e Montichiari si contano nove cave profonde decine di metri, stracolme di rifiuti che si innalzano sul piano di campagna. La proporzione è incredibile: 12 milioni di metri cubi di rifiuti per 25 mila abitanti. La chiamano quindi «la terra dei buchi» e gli studenti ci vengono in gita. Un disastro istruttivo.

Una delibera regionale bloccherebbe l’apertura di tre nuovi siti, per i quali è già stata richiesta l’autorizzazione, ma pendono vari ricorsi al Tar di chi vorrebbe stoccare altri rifiuti, compreso quello dell’Associazione industriale bresciana. Le industrie hanno bisogno di smaltire gli scarti delle proprie produzioni. Camminiamo a fianco alle recinzioni delle discariche che hanno nomi che qui evocano rabbia e senso di impotenza: Pulimetal, Valseco, Gedit, Ecoeternit, Cava Verde, Montiriam, A2A… Da tutta Italia arrivano scarti tossici e nocivi, inerti, urbani, scorie di acciaieria, ceneri del vicino termovalorizzatore di Brescia ed Eternit.

Qui ci sono stati incidenti e irregolarità e le Mamme Volanti, un’associazione ambientalista locale, hanno affittato un aereo per sorvegliare le attività delle discariche. In piccolo è ciò che fa Arpa con il progetto Savager, che monitora con droni d’alta quota e piccoli satelliti i movimenti sospetti di camion e gli accumuli di immondizia. Continuando a camminare gli odori, nauseanti, cambiano ogni cento metri. Se prima è quello caratteristico della pattumiera, più avanti diventa aspro, chimico. Chi abita di fronte alla discarica - allevando figli e coltivando ortaggi - racconta che a volte l’odore più pungente è quello dell’ammoniaca. Chi, malauguratamente, ha scelto di vivere qui trent’anni fa, quando non c’era nulla, ora è condannato a restare.

«Vorremmo trasferirci, ma prima dovremmo vendere. E chi se la compra una casa qua?» dice Fabrizio. «Sano come un pesce» si definisce. Suo padre è morto invece per un tumore al cervello. Lui è una delle «cavie», con altri 300 residenti, che l’Istituto Zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno ha monitorato con prelievi del sangue e questionari, per capire lo stato di salute di chi vive in una pattumiera. I risultati parziali già denunciano concentrazioni vicine al massimo consentito di metalli pesanti, come nichel e mercurio. Eppure l’Istituto Superiore di Sanità ammette ufficialmente che «non risultano studi specifici dell’ISS sulla contaminazione ambientale da rifiuti in quelle zone». Uno studio del 2016 commissionato dalla Provincia di Brescia, al contrario, ha rilevato nelle falde acquifere significativi superamenti delle soglie di legge di sostanze come il triclorometano, il tetracloroetilene, il tricloroetilene e il dicloropropano.

Dalle analisi della Asl di Brescia emerge che nella «terra dei buchi» i maschi muoiono di cancro a bronchi e polmoni con un’incidenza dell’8 per cento in più rispetto alla media provinciale. I bambini di Calcinato, poi, registrano un più 28 per cento di ricoveri per malattie respiratorie. Ancora, è allarmante il più 62 per cento di parti prematuri a Vighizzolo. L’area delle discariche è circondata da coltivazioni di frumento e mais, campi di fagiolini e piselli per la grande distribuzione e allevamenti di vacche. Irrigati con pozzi adiacenti alle discariche. Beviamo da uno di quei pozzi e chiediamo all’Arpa la qualità di quell’acqua. Quel pozzo però non è mai stato censito né controllato.

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