Moby Prince: 22 anni di misteri, omissioni e indagini sbagliate

Dopo quasi un quarto di secolo le 140 vittime del Moby Prince non  hanno ancora avuto giustizia

– Credits: Un momento della commemorazione della tragedia del traghetto Moby Prince, in cui morirono 140 persone, a Livorno, nel ventennale della tragedia. ANSA/FRANCO SILVI

Nadia Francalacci

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Che cosa abbia saputo e sappia Giulio Andreotti della tragedia della Moby Prince avvenuta nel porto di Livorno, ventidue anni fa e nella quale persero la vita 140 persone, nessuno è riuscito ad accertarlo. Nessuna inchiesta, neppure l’ultima del 2007, è riuscita a fare chiarezza su che cosa accadde quella notte e soprattutto che cosa fu riferito allora Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. Non portò a nulla di fatto, infatti, il suo interrogatorio che si svolse a Roma il 3 luglio 2007 nel quale il senatore a vita ribadì di non ricordare molto di quella "vicenda". Una dichiarazione che mise nuovamente per iscritto in un memoriale che inviò alla procura di Livorno qualche settimana dopo l’interrogatorio. E che ribadì anche a Panorama.it con la frase: “non ricordo e non ho elementi per poter interloquire”.

L’incontro con Giulio Andreotti che sembrava determinante, in realtà non aggiunse niente di nuovo all’inchiesta che, proprio come quelle che l’avevano preceduta, si “accartocciò” su se stessa. Infatti, tre anni più tardi, nel 2010, venne archiviata. Anche Francesco Cossiga, all’epoca Presidente della Repubblica, dichiarò nel 2007 alla cronista di Panorama.it di “non ricordare niente di quella storia”.

L'Italia è un Paese diverso da tutti gli altri, dove la cronaca si confonde con la storia e quest'ultima continua, per decenni, a rimanere cronaca. E il caso del Moby Prince è proprio uno di questi.    

Dal quel 10 aprile 1991 sono trascorsi 22 anni e sono ancora troppi i silenzi e misteri sull’atroce fine del traghetto della flotta Onorato e dei suoi 140 passeggeri che in quella serata di primavera dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo nel porto di Livorno, bruciò completamente. Nel rogo morì tutto l’equipaggio e tutti i passeggeri diretti in Sardegna ad eccezione di un mozzo, Bertrand. Ma in tutti questi anni e nei numerosi tentativi di cercare la verità, le indagini si sono snodate tra dichiarazioni false, carichi di armi, movimenti di militari troppo vicini al luogo dell'incidente, omissioni e documenti misteriosamente scomparsi.

Il caso Moby Prince è diventato una “Ustica del mare”, una tragedia che ad oggi ha il triste primato di essere la sciagura più grave della marineria italiana, seguita solo dal recente incidente della Costa Concordia quest’ultimo avvenuto per un errore di manovra degli ufficiali in plancia comando.

Adesso a distanza di quasi un quarto di secolo, il Presidente del Senato, Pietro Grasso, durante il suo discorso di insediamento ha dichiarato di voler trovare la verità per quei “misteri italiani” ancora irrisolti.
Dichiarazioni che hanno riacceso la speranza dei familiari dei 140 passeggeri morti bruciati e ancora senza giustizia. Il presidente dell’Associazione 140, Loris Rispoli, ha invitato Grasso a Livorno per presenziare alla cerimonia che ormai da oltre vent’anni si ripete sul molo del porto mediceo della città.

Purtroppo dal 1991, lo Stato sembra essersi dimenticato di questa tragedia: nessuno ne ha mai voluto parlare, nessuno ha mai voluto cercare verità e giustizia per le vittime e i suoi familiari. L'unica novità dell’inchiesta chiusa nel 2010 e nella quale fu sentito anche Giulio Andreotti fu scoperta e scritta in esclusiva, grazie ad un informatore, da Panorama.it: la presenza al fianco del Moby Prince di una pilotina fantasma. Mentre il traghetto stava bruciando e i 140 passeggeri erano ancora tutti vivi, una imbarcazione lunga circa 7 metri di colore nero con tre persone a bordo era sotto lo scafo della nave della flotta Onorato.

Ecco che cosa accadde secondo l’informatore di Panorama.it. “Non furono gli ormeggiatori a raggiungere per primi il Moby Prince in fiamme, come si era sempre pensato. Quando dopo due ore circa dalla collisione con la petroliera Agip Abruzzo i soccorsi si avvicinarono finalmente al traghetto che era ormai in fiamme alla deriva nella rada del porto di Livorno, c’era già una pilotina nera, di circa sette metri,  con tre persone a bordo. Era ferma, con il motore spento, al centro del lato sinistro della nave. I tre uomini, due di circa quarantacinque anni e uno molto più giovane  al timone, stavano osservando lo scafo mentre bruciava”.

Quando i soccorritori ovvero un'imbarcazione degli ormeggiatori del porto, un rimorchiatore della ditta Fratelli Neri e una motovedetta della Guardia di Finanza, finalmente si avvicinarono al traghetto, videro la pilotina e tentarono di parlare con gli occupanti per sapere se avessero avvisato la capitaneria o visto superstiti. “Ma questi accesero i motori e senza parlare, si spostarono di alcuni metri avvicinandosi ancora di più alla Moby Prince, prima di sparire nel nulla”, precisò l’informatore. Da quanto tempo la pilotina si trovava sotto al Moby Prince in fiamme? Che cosa ci faceva? Chi erano i suoi occupanti? Perché non hanno chiamato i soccorsi? Che ruolo possono aver avuto quei tre personaggi nel ritardare i soccorsi? A tutte queste domande, in tre anni di indagini, la magistratura non è stata in grado di dare una risposta.

L’unica cosa che la Procura è riuscita ad accertare con chiarezza è che la fonte di Panorama.it scoperta dopo 16 anni dalla tragedia, era affidabile e le dichiarazioni tutte vere. Così come quelle informazioni che Panorama.it pubblicò, dopo avere visionato dei documenti, sulle movimentazioni ufficiali di armi. Documenti “spuntati fuori” dopo 16 lunghissimi anni.  

Quella sera del 10 aprile 1991, c’erano molte navi alla fonda nel porto livornese: bettoline che facevano rifornimento, imbarcazioni ufficialmente in riparazione (ma che  lasciarono immediatamente ed inspiegabilmente il porto subito dopo la collisione) barche di pescatori e navi militari americane cariche di armi provenienti dal Golfo Persico dove si era appena conclusa l’operazione Desert Storm.

Infatti anche quel giorno furono movimentati armamenti bellici. L’ultimo carico proveniente dalla base Usa, effettuato sulla motonave Cape Flattery,  era avvenuto alle 15.30 circa. Il materiale bellico attraversò il canale dei Navicelli fino all’imboccatura nord del porto, davanti a Calambrone, dove era alla fonda la nave americana, sulle chiatte n° dsll540787 e la n° dsll540862. Erano trainate dai rimorchiatori Garelli e Cadetto della ditta Fratelli Neri. Altri carichi erano stati effettuati alcuni giorni prima, il 6 aprile, sempre a bordo della motonave Flattery (le chiatte n°PL-I-0595 e n°dsll 533980) e altre movimentazioni, riguardarono anche la Cape Farewell (in uno dei documenti che fu visionato da Panorama.it è riportato il nome, probabilmente errato Cape Rarawell) ormeggiata alla Darsena Toscana, un altro approdo nel porto di Livorno.

L’ultimo carico di armi iniziato alle 7 del mattino del 10 aprile 1991 era terminato nel primo pomeriggio. Dalle 15.30 al momento della collisione, ovvero le 22 e 27 minuti, nelle acque del porto non avrebbero dovuto esserci ufficialmente altre armi in circolazione.

Per questo, sarebbe stata fondamentale la testimonianza di Andreotti oppure di Francesco Cossiga che però mai nessun magistrato ha mai neppure contattato. Eppure l’obiettivo di “sentire” Andreotti era proprio quello di chiarire con l’allora presidente del Consiglio quali fossero a quel tempo i rapporti con gli Usa, il ruolo di Camp Darby e se vi era stata una movimentazione di armi oltre quella ufficiale di cui il Governo italiano era a conoscenza. Considerando i trascorsi dell’ex Presidente Cossiga e i suoi rapporti stretti con l’intelligence, forse una sua testimonianza sarebbe stata fondamentale per cercare di districare questo mistero.  

Ma a proposito di Camp Darby c’è un altro punto oscuro mai approfondito in 22 anni: nessun magistrato ha mai interrogato il comandante di un piccolo gruppo di carabinieri, in forza all’interno della base militare americana. L’Arma dei carabinieri, alla quale è stata affidata l’ultima inchiesta, ha infatti all’interno della base Usa una piccola caserma. Forse, quel comandante ma anche i suoi militari, potevano e possono ancor oggi essere a conoscenza di che cosa è accaduto quella notte. Il comandante oggi potrebbe essere ascoltato e chissà potrebbe rivelare aspetti interessanti e fondamentali per spiegare che cosa avvenne subito dopo la collisione. Chissà, le indagini potrebbero ripartire da lui oltre che dal nuovo studio sulla dinamica della collisione commissionato dal figlio del comandante del Moby Price, Angelo Chessa, che non riesce a darsi pace per la morte del padre e della madre.    

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